si è mai avvicinato come esecutore). Ma attenzione, come chiarisce Lonquich: questo “strutturalismo” lasciava spazio, soprattutto nelle serate di grazia, a interpretazioni poeticissime e a momenti di assoluta tenerezza – perché con Pollini l’adesione a quel canone entrava in dialogo con una sensibilità altissima. Una dialettica interna potentissima. Sarebbe ipocrita nascondere che Pollini abbia avuto dei detrattori, che contestarono per esempio la qualità del suo suono o certe sue rigidezze. Ma questo fa parte del bello del dibattito su un artista. Nemmeno Beethoven è sfuggito a demolizioni, figuriamoci gli altri! L’agiografia monoteista è dannosa quanto l’iconoclastia. Emersero in quegli anni altri interpreti: per esempio, il pianismo più allusivo e nostalgico-sensuale di Radu Lupu, che persino in disco sfaldava l’unità di tempo e ammorbidiva i fraseggi. Si iniziò a riflettere su altri modi di suonare e sull’esplorazione di repertori che non facevano parte del canone maggiore, per esempio quello francese da parte di Aldo Ciccolini, figura grandissima ma in quegli anni troppo relegata sullo sfondo (alla Scala, negli ultimi anni, avremmo potuto – dovuto! – ascoltare anche lui, e invece così non fu). È proprio per questo che, secondo me, la statura di Pollini va osservata al di là del perfezionismo volontaristico. La frase che molti hanno citato in questi giorni è indicativa: «Come possiamo sapere se abbiamo compreso il senso di una musica? Dall’emozione che ci procura. È un criterio soggettivo, eppure è l’unico che funziona veramente». Ebbene sì, è una frase di Maurizio Pollini. Ed è in nome di quella emozione che io ho continuato ad ascoltarlo, fino al 2022 (all’ultimo concerto scaligero, quando ormai la débacle fisica era definitiva, nel 2023, non c’ero), e ho sentito che nelle sue interpretazioni c’erano ancora ben più che i barlumi di quell’incandescenza e quella profondità di spirito che lo contraddistinguono (fra gli ultimi ricordi più vividi, lo Schönberg dell’op. 19, la Berceuse di Chopin, ma anche l’Appassionata e momenti dell’amatissima 106). Chi, come me, continuava ad ammirarlo e a sentire che la forza espressiva era intatta (anzi, talvolta quasi più umana nel momento dello sgretolamento di quel meccanismo spaventosamente efficiente), è stato accusato di essere falso e sicofante. Costoro non si sono accorti che a essere diverso non era il giudizio, ma il punto di vista. Con la morte del grande Pollini probabilmente si chiude un’epoca. Ma per fortuna nessuno parlerà di “ultimo dei romantici” o boiate simili. Pollini non era un artista per “lodatori del buon tempo antico” – questo certamente no. Egli lesse il romanticismo come movimento radicale ed esplosivo, ben lungi da qualsiasi melenso e stucchevole conservatorismo. Certo, la sua fu una delle possibili letture, non la sola – e per fortuna. Riguardo alla letteratura del XX secolo, come altri protagonisti della sua epoca, fu portavoce di alcuni “dogmi ideologici” che tagliarono fuori un Novecento “altro” rispetto a quello di Darmstadt e delle avanguardie. Ma, pur con tutti i limiti di quell’impostazione, è importante ricordare che le armi con cui si combattevano quelle battaglie (col senno di poi talvolta parziali o addirittura ingiuste) erano le armi della cultura, non di un marketing becero. Si può fare d’altronde grande arte senza CREDERE che in un certo senso quell’arte cambierà il mondo?
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