Insomma, questa è una materia incandescente con cui anche il più inflessibile purista della live dimension ha dovuto fare i conti, finendo per accoglierla in un’estetica più ampia, in cui il valore progettuale dell’opera raggiunge un grado quasi equipollente a quello della spontaneità creativa. Non è un caso che tali primi esperimenti risalgano alla fine degli anni Sessanta, quando il rock, specie nella sua declinazione progressive , dettava il passo a un’estetica - appunto - progettuale del fare musica, un’estetica del concept album , in cui dunque gli artifici tecnici diventavano parte integrante dell’opera. L’ascoltatore del jazz, si sa, ama frequentare i luoghi reali in cui incontrare i musicisti. L’evento del fare musica è per lui più importante
Il factotum della Fonè, Giulio Cesare Ricci.
dell’evento della musica fatta : questo si intreccia a quanto prima detto a proposito delle sue preferenze in materia di musica riprodotta. Il live è senza dubbio la dimensione elettiva del suo rapporto con la musica. Rispetto all’appassionato collezionista della classica - capace di possedere la stessa opera (composizione) in decine e decine di versioni di interpreti diversi - che può contare su un patrimonio discografico di pregio praticamente sterminato, il corrispettivo di fede jazzistica ha spesso dovuto accontentarsi di pubblicazioni appena sufficienti, almeno rispetto a registrazioni e masterizzazioni di eccezionale qualità quali quelle offerte da marchi blasonati come la Decca, la Mercury, la Telefunken e altri. Ad ogni modo, c’è sicuramente una tradizione discografica di qualità anche nel jazz. Specie negli anni Sessanta, case come la Blue Note o la Impulse, anche grazie alla valente opera di ingegneri del suono come Rudy Van Gelder, tracciarono una rotta particolarmente caratterizzata dalla matericità del suono e da una superba cura per l’ambienza. Ma mai, fino quasi ai giorni nostri, le produzioni jazzistiche hanno potuto competere con quelle classiche, soprattutto cameristiche, per la dinamica e l’esattezza timbrica. Ciò ha avuto una ricaduta fondamentale nell’esperienza dell’ascolto nel jazz: la mancanza di un’escursione dinamica così ampia come quella dei dischi di classica, e perfino nel caso di orchestre di grosso organico, ha dirottato ulteriormente il gusto verso una caratterizzazione estemporanea, ambientale, del materiale musicale riprodotto.
66 | GRooVEback002
Made with FlippingBook flipbook maker