ad ascoltare il nuovo mix Atmos dell’originale. E avrei anche voglia di vedere i ragazzi, chiunque della band si presenti. Chiunque stia abbastanza bene da presentarsi. Sarà molto interessante per me e spero che si riescano a cogliere i dettagli extra che so che ci sono nella registrazione originale, un sacco di dettagli di chitarra e percussioni che non sono finora venuti fuori. Faccio molte nuove registrazioni di pezzi dei Genesis. Proprio stamattina stavo ascoltando una versione di The chamber of 32 doors che ho registrato con Nad Sylvan, con veri archi. Molto interessante per come è venuta. Suona un po’ come l’originale ma un po’ meglio, perché gli strumenti sono veri, le chitarre sono al loro posto, ci sono dettagli in più. Penso che ci siano altri dettagli in brani registrati dal vivo o in studio, perché ho sempre pensato che i Genesis fossero pieni di potenziale. Avevamo uno spirito molto classico. Nel 1975 Steve Hackett era in mezzo tra l’incudine Tony Banks e il martello Peter Gabriel. Era così? Penso che sia stata una specie di competizione tra due grandi musicisti. Voglio dire, adoro il lavoro che hanno fatto entrambi. Ma penso che l’album The lamb lies down on Broadway rifletta la competizione tra loro due.
Steve Hackett (il secondo da destra) con gli altri componenti dei Genesis nella prima metà degli anni Settanta: da sinistra, Tony Banks, Phil Collins, Michael Rutherford e Peter Gabriel (©Michael Ochs Archives).
crescendo come una lenta costruzione. Sarebbe stata qualsiasi cosa la band ne avesse fatto in quel momento. Ma ci vuole tempo per arrivare a qualcosa di quelle proporzioni. È probabilmente il brano che mi va più a genio di tutto quello che ho mai fatto, quindi è diventato davvero straordinario. Ha qualcosa di Beethoven, ha qualcosa di Ravel, ha qualcosa dei Beatles. La ripetizione e il crescendo, queste sono idee classiche. Mostra la rilevanza del pensiero classico su qualcosa che è contemporaneo. Per quanto riguarda la sezione dedicata a The lamb c’erano due canzoni che non poteva non suonare. Quella omonima d’apertura del disco e The Carpet Crawlers. Gli altri brani eseguiti sono forse più vicini a Steve Hackett, giusto? The Chamber of 32 doors e The Lamia per citarne un paio. Tra l’altro un’esecuzione meravigliosa. Sì, è una canzone bellissima, ha un testo bellissimo, bellissimo. E di nuovo, cambiando. Col passare del tempo, la suono in modo diverso. Ho sempre faticato con The Lamia , per trovare la pertinenza della chitarra al suo interno. Qualcosa che considero come un dipinto preraffaellita o una poesia vittoriana. È molto, molto britannica. Ma, allo stesso tempo, è qualcosa che penso parli a un pubblico latino. È una canzone meravigliosa, che ha poco a che fare con il rock and roll. A volte penso che avrebbero potuto farla i Procol Harum: penso che sia il gruppo che più di ogni altro è parallelo ai Genesis, con l’uso di modi classici, orchestra, invenzioni e storie. E dire che avevo appena conosciuto Gary Brooker [colui che ha fondato i Procol Harum, N.d.A.]. Poco prima che arrivasse il Covid eravamo in contatto, dovevamo organizzare un incontro quell’estate e poi è arrivato il Covid. E quindi non siamo riusciti a passare del tempo assieme. Mi era stato chiesto di scrivere qualcosa con lui o per lui, e io ho pensato… sì, mi piacerebbe molto. Ho capito che forse stavamo vivendo alcune delle stesse avventure sonore. Tra l’altro, so che Tony Banks amava molto l’album A Salty Dog e si sente l’influenza del suo lavoro su quell’album, sui Genesis del 1972. Ha un’influenza dei Procol Harum, se la cerchi puoi trovarla. Di quel gruppo mi piacevano non sempre le canzoni più conosciute. Ma ci sono delle gemme da riscoprire. Penso che se mai facessi un album
Parliamo dell’ultimo Hackett. È diverso…?
Beh, mi piace pensare che sia diverso. Inoltre, sto anche lavorando a nuovi pezzi in questo momento. Per me fare nuova musica è estremamente importante. Si può onorare il passato. Si può rivisitarlo, si può creare un museo. Si può dargli un’orchestra, si può dargli un’atmosfera diversa, si può suonare con la Filarmonica di Berlino, se si vuole, ma è comunque un’interpretazione di musica che magari ha cinquant’anni. Ogni giorno, mi spingo ad essere migliore, come tecnica nel suonare, ma anche nella mia capacità di cantare e di scrivere, comporre nuova musica. È un po’ come un arazzo. C’è quest’area e c’è anche quell’altra. Ma la trama dell’intero tessuto non è ancora finita. Molti decidono di abbandonare la musica, o ritirarsi. La vita li manda in pensione per qualche motivo. Io penso a rinvigorire, le idee sono molto importanti per mantenersi vivo. Voglio aspettarmi quelle idee. Alcune delle nuove cose suonano fantastiche, devo dire. E alcune di queste le ho scritte con altre persone. A volte le rivisito. Le mie influenze musicali risalgono anche al 1500 e al 1600. Albinoni e altri, ad esempio Enrique Granados. Compositori che penso si adattino molto al carattere della chitarra classica o di quella con corde in nylon. Ad esempio, quando ho ripreso The chamber of 32 doors, su Genesis Revisited II , ho iniziato con la chitarra classica. Per dargli una diversa sonorità all’inizio. Quasi come viaggiare attraverso le epoche molto, molto velocemente. Un tocco di classe, questa è la parola che cercavo. E poi abbiamo l’orchestra, avanti e indietro. A chiudere il primo tempo del concerto è stata Shadow of the Hierophant , un brano che colpisce, commuove... Oh, sì. Fu scartata dai Genesis, per i quali era stata composta originariamente nel 1972. E poi è cresciuta. Avremmo potuto... farne una versione quella volta, ma sono contento di non averlo fatto, perché non sarebbe stata fatta proprio così come la mia, un
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