sono sinceramente onorato. Mi sono avvicinato al pianoforte quasi per gioco. Dopo un paio d’anni, però, iniziai a dedicarmi con grande foga allo strumento. Volevo fare il pianista. L’idea c’era e avrei dovuto capire come realizzarla. I riscontri che ho avuto lungo il percorso sono stati costanti, come tappe necessarie di un cammino non privo di dubbi e tante avversità. Nello studio, come nella carriera vera e propria di un concertista, la frustrazione è sempre in agguato. Il pianoforte diventa, negli anni, un porto sicuro. Una casa. Un atto, quello di suonare, al quale dedichi ogni giorno il tuo tempo. All’inizio è un’attività personale, la lontana promessa di quello che un giorno potrebbe essere un lavoro. Se non suoni avverti un senso di dolore e soffri, non per obblighi o imposizioni, ma solo per un senso d’intima mancanza. Il pianoforte è parte di te, quasi un modo di essere. Il compagno di una vita. L’amico, che a volte ti fa penare, ma che resta sempre un amico. Un oggetto inanimato che potrà o meno prendere vita a seconda del rapporto che riuscirai a instaurare con lui.
ama fare è qualcosa di davvero prezioso. Ho provato a domare la tensione con molta forza e convinzione, in una prima fase. Poi mi sono ritrovato in un vortice di date interminabili, continui viaggi, programmi sempre diversi e solitudine. E l’incanto si è rotto. In un tempo dove la registrazione è volta all’assoluta perfezione e le pretese di un livello tecnico assoluto sono sempre più alte, la pressione aumenta di pari passo. Così come la preparazione, serrata, quasi spasmodica. Ho gestito questo tour de force per circa trent’anni. Poi, per essere sincero, ho voluto spostare la mia attenzione altrove. Avevo perso l’entusiasmo. Troppo era lo sforzo rispetto all’insoddisfazione che avvertivo. Stavo perdendo di vista la musica. Non avevo il tempo di approfondire, di digerire i brani, viverci insieme e di farmeli amici. Imparavo qualcosa per poi dimenticarmene subito dopo. In tutta onestà, devo dire che noi pianisti non siamo davvero mai soddisfatti delle nostre esecuzioni. Ho preso quindi la decisione di non fare più concerti solistici, dando la priorità alla sincerità verso la musica. E sono felice di averlo fatto. Posso chiederle a cosa pensa negli attimi prima di salire sul palcoscenico e alla fine di un concerto? Riconosco che quanto sto per dire potrà sembrarvi quasi ironico, ma prima di entrare in scena mi ritrovo a interrogarmi sulle motivazioni che mi hanno spinto a trovarmi lì. Mi chiedo chi o cosa mi abbia portato a tanto. La risposta, che mi dà la forza di compiere quel passo verso il palco, risiede nella mia profonda necessità di comunicare con il pubblico. Le sue parole mi ricordano una splendida recensione pubblicata sul The Times a proposito di un suo recital: «Igor Roma ha messo cuore e anima nella sua musica, condividendola con grande intensità». Nel suonare c’è per me un desiderio di dire qualcosa. Raccontare una storia. La musica è questo, in realtà. Un tramite. Un mezzo intelligibile di comunicazione in grado di lasciare segni impercettibili, ma indelebili. Alla fine di un recital, provo a concedere una tregua al mio animo, lasciando da parte quel mio essere estremamente puntiglioso ed esigente. Mi rassicura il fatto di essere stato in grado di creare qualcosa di bello, se non per tutto il concerto, almeno per qualche tratto. Può esistere un confine tra virtuosismo e musicalità? La Musica è ovunque. Il virtuosismo è una parte integrante dell’esibizione. I fuochi d’artificio al pianoforte sono sempre esistiti. Liszt il primo. A dire il vero, anche Bach o Una foto emblematica di Igor Roma, che esalta il rapporto tra interprete e pianoforte, capace di comunicare il senso di unità e di complicità che lega l’uno all’altro, oltre a un senso di suprema solitudine (© Gastone Bergamaschi).
Se dovesse scegliere il momento più significativo della sua carriera?
Ce ne sono moltissimi. Vorrei citare un concerto al Concertgebouw di Amsterdam, alla presenza della Regina d’Olanda, con Enrico Pace e due amici percussionisti, Gianluca Carollo e Alessandro Zucchi. Un programma intrigante con la Sonata di Bartók per due pianoforti e percussioni e la Seconda Suite di Rachmaninov. L’evento faceva parte delle prestigiosa rassegna “Master Pianists Series” , iniziata nel 1987 da Marco Riaskoff, che raccoglieva i migliori pianisti del mondo. Una sala stracolma e il pubblico entusiasta. Ricordo ancora l’emozionante incontro con la regina alla fine del concerto. Nella finale del concorso di Utrecht scelse di suonare la Totentanz, brano tra i più complessi del repertorio lisztiano. Quell’esecuzione con la Dutch Symphony Orchestra, diretta da Jan Stulen, è diventata celebre, oserei dire virale. Cosa ha provato dopo aver suonato l’ultimo accordo? Nonostante a quell’epoca non mi sentissi così esperto nel suonare con un’orchestra, devo ammettere che sono, ancora oggi, molto soddisfatto di quell’esecuzione. È stato un tuffo nell’assoluto di quella musica potente ed estrema. Alla conclusione, ho avuto
una sensazione come di trionfo. Non certo personale, non fraintendetemi, ma puramente musicale: quelle note mi avevano esaltato con la loro sublime complessità. La Totentanz è un brano straordinario. Secondo me, l’opera più bella per pianoforte e orchestra composta da Franz Liszt. A proposito della sua vittoria al Concorso Liszt, come ha gestito negli anni il senso di responsabilità e la quantità di impegni che ne sono seguiti? All’inizio ho vissuto la situazione da apprendista, non essendo abituato a tutti quegli impegni. Ero giovane e molto carico. Vivere guadagnando con ciò che si
L’intensità espressiva di Igor Roma nel corso di un suo recital pianistico (© Roberto Gramola).
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