Ha parlato dello sport e non so perché mi è venuto in mente il calcetto…
Beethoven amavano mostrare le proprie qualità allo strumento. Pensiamo, per esempio, alle grandi opere di Chopin: i brani hanno sempre elementi tecnici complessi, ma che non sono mai fini a se stessi. Ecco che il virtuosismo prende altre connotazioni, quali la leggerezza, l’eleganza e la cura del suono, per esempio. L’interpretazione non è un meccanismo di ripetizione di note veloci e forti, ma l’incontro del testo con una sostanza artistica profonda, di puro significato. Ogni segno, ogni dinamica, tutto è scritto dal compositore, il cui lavoro si riversa sulla partitura dopo profonda riflessione. La musica classica è una musica confezionata. C’è poco margine di movimento. La spettacolarità deve unirsi alla verità. In questo modo si crea qualcosa di eterno dove l’interprete è il macchinario che crea la relazione tra i suoni. Possiamo sperare che la musica classica abbia ancora un ascendente sul pubblico di oggi? Io credo che la musica classica, ovvero la musica d’arte, come la definiva Maurizio Pollini, non abbia tempo. Non conosce passato, presente o futuro. È universale ed eterna. Nella società di oggi, è ancora molto frequentata. Forse, nel nostro Paese non così tanto come invece meriterebbe, non ricevendo il sostegno dai mass media. In particolare, dalla televisione i cui canali nazionali non favoriscono in alcun modo a diffonderne l’essenza. È paradossale pensare che nonostante l’avvento di Internet e la facilità di accedere a infiniti contenuti, le giovani generazioni siano all’oscuro di così tanto. A proposito delle giovani generazioni, lei è spesso in giuria nei più grandi concorsi internazionali e quindi qual è il suo consiglio ai giovani pianisti? Il mio consiglio è quello di estraniarsi dal contesto e cercare la verità, nella musica. Suonare esprimendo se stessi, con convinzione e autenticità. Se la personalità è forte, il talento, quello puro, riuscirà comunque a emergere. Per ottenere la giusta interpretazione ci vuole una preparazione professionale, animata da idee chiare e profonde. Questo è essenziale per presentarsi al meglio delle proprie possibilità. La performance, atto di estrema concentrazione psicofisica, in cui il confine tra ispirazione e controllo è sottile, non ne è che la conseguenza. In questi tempi dove tutto dev’essere immediato, imparare a suonare uno strumento musicale è da considerarsi quasi un atto di ribellione? Credo sia sempre più difficile per i ragazzi avvicinarsi allo studio di uno strumento, perché i mezzi tecnologici di cui disponiamo fanno supporre, in maniera erronea, di avere tutto a portata di mano. Un’illusione di dominare la realtà. Imparare a fare qualcosa attraverso il proprio corpo richiede dedizione e molta concentrazione. Non tutti sono in grado di mettersi in gioco. Mi sento davvero privilegiato ad avere contatti con allievi che hanno ancora voglia di imparare. Un sacrifico, indubbiamente, ma anche la possibilità di coltivare un legame che si protrarrà per tutta la vita. Non bisogna avvicinarsi a uno strumento solo per diventare dei grandi artisti. Il processo di apprendimento è un insegnamento di vita. Una crescita umana. La musica, come lo sport, è una necessità per l’individuo.
Lo sport mi è sempre piaciuto. Il calcetto l’ho frequentato per alcuni anni. Un evento ricorrente. Un rito, direi. Il martedì sera ci ritrovavamo sempre con il solito gruppo di amici. Un appuntamento imperdibile, a cui seguiva immancabilmente quel tipo di convivialità capace di far recuperare in un attimo tutte le calorie bruciate durante quell’ora di corsa e dribbling . Le sue composizioni sono eseguite in tutto il mondo. Alcune di queste sono commissionate da interpreti acclamati come Lucas & Arthur Jussen. Com’è nato il suo interesse per la composizione? Devo dire che la composizione mi ha sempre attratto. Mi piaceva esplorare il pianoforte e, di riflesso, il mio animo. Ho sempre scritto, senza per questo considerarmi un compositore. Non sento l’urgenza di scrivere qualcosa, ma certamente se qualche idea si palesa nella mia mente, non manco di annotarmela. In particolare, sono affascinato dalla trascrizione. Forse, in questo, ho preso spunto proprio da Liszt, Rachmaninov e Horowitz. Una prassi quasi naturale per un pianista, che, devo dire, negli ultimi anni è tornata alla ribalta. Consiglio sempre ai miei allievi di provare a scrivere qualcosa: magari un brano semplice, di poche battute, con tema, struttura e tensioni armoniche. Questo è utile per rendersi conto di come i grandi compositori
potessero affrontare la pagina bianca. Per ogni brano c’è un’idea generatrice che dev’essere messa sulla carta. Partendo da questo concetto possiamo avvicinarci allo spartito in maniera diversa, avvertendo il senso di responsabilità rispetto all’atto di amore del compositore. Guardare al testo con cura, come a un dono che ci viene offerto. Salutandoci, vorrei chiederle: l’ultimo suo disco solistico risale al 2006 (edito da Challenge Records) e presentava un programma sfavillante con opere di Alkan, Prokof’ev e Liszt. Possiamo aspettarci qualcosa di nuovo nel prossimo futuro? Quali sono i progetti in divenire?
La cover dell’ultimo disco registrato da Igor Roma per l’etichetta Challenge Records, dedicato a pagine di Alkan, Prokof’ev e Liszt.
È in uscita un album solistico che propone una selezione di encores tratti dai miei recital. Non ho mai amato incidere un programma che mi venisse imposto. A tal proposito, ci sono alcune idee che stanno prendendo forma, delle quali però, per scaramanzia, preferisco non addentrarmi. Suono ormai da tempo a due pianoforti con i colleghi Enrico Pace e André Gallo e stiamo lavorando ad alcuni progetti discografici. Inoltre, mi è stata recentemente commissionata la scrittura di un brano per duo pianistico. E poi ci sono i miei studenti per i quali vorrei essere un esempio, sano, di amore per il pianoforte.
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