GrooveBack Magazine 006

manutenuta, costruita a fianco di una vecchia linea ferroviaria abbandonata, con i binari arrugginiti, e con una tettoia con sotto la scritta “Delta Blues Museum”, pure lei arrugginita. […] Nessuno. Solo noi. L’esposizione era tutta articolata all’interno di un percorso dentro a un unico grande salone, dal soffitto non così alto come ti aspetteresti. E quello che era esposto erano memorabilia comuni: qualche strumento “appartenuto a”, qualche ninnolo, tantissime fotografie, storiche e non, molto belle, devo dire. E poco altro. […] A un certo punto, sento il suono cadenzato di una batteria, tipo qualcuno che sta provando qualche passaggio. Viene dalla zona dell’ingresso, ma lontano, dal basso, forse da qualche oscura cantina. Non scoprirò mai chi e dove era. A quel punto però mi accorgo di un vecchio, ma proprio vecchio, afroamericano, seduto dietro al banco di quello che sembra un bar; sta leggendo, distrattamente, un giornale sgualcito, mentre assapora una mefitica sigaretta, dall’odore, il puzzo, decisamente forte per uno come me, che non fuma. Mi viene immediato e naturale, dal profondo, la voglia, la necessità, di fargli una domanda, che mi ronza dentro da tanti anni, relativa a una delle più famose leggende del blues, che racconta di come un bel giorno alla fine degli anni ’20 del ‘900, Robert Johnson, che era un povero raccoglitore di cotone senza arte né parte, nella campagna vicino a Clarcksdale incontrò il Diavolo - sì, proprio quello lì - che gli propose un patto: lui, il Diavolo, gli avrebbe garantito il successo in cambio della sua anima. E Johnson accettò. E il resto della storia è noto. Beh, ecco allora che mi viene la domanda e aprendo bocca con fare incerto, chiedo al vecchio: “Mi sai dire dov’è il Crocicchio del Diavolo e di Robert Johnson?”. Il vecchio non batte ciglio… ma lo alza, impercettibilmente, mentre contemporaneamente abbassa il giornale, squadrandomi, in silenzio. Un silenzio durato qualche eterno secondo, in cui in realtà il tempo si era fermato. Poi, socchiudendo le labbra bagnate dal sudore e arse dal fumo, mi disse: “Ehi guy… It’s Everywhere…!”. E in quel momento, per la prima volta nella mia vita, compresi cosa significava la parola “Blues”». Credo che lo spirito che anima le otto tracce che compongono Blues rappresenti l’incarnazione di questo aneddoto vissuto e riportato da Marco Lincetto, un viaggio simbolico, a 360 gradi di ciò che incarna questo genere musicale, nelle sue sfaccettature e nelle sue esplorazioni sonore. Così, l’avvio dell’album, con il brano So Long, fissato nel marzo 2008 e frutto del pianista e organista Fabio Ranghiero e del chitarrista e cantante Flamiano Mazzaron, con la presenza dell’ensemble Four Fried Fish & Flyin’ Horns, si parte proprio dai profumi e dall’umidità di quel delta del Mississippi dove tutto ha avuto

La mitica formazione del New Orleans Rhythm Kings, che ha contribuito a diffondere il blues nei primi decenni del Novecento.

sposa meravigliosamente il jazz eroico degli anni Venti, quel Tin Roof Blues, frutto della collaborazione di Paul Mares, Ben Pollack, Mel Stitzel, George Brunies e Leon Roppolo, membri del leggendario New Orleans Rhythm Kings, che lo scrissero nel 1923. E, tanto per restare nel culto delle band e delle orchestre, come non poter ricordare anche il Duca , ossia Duke Ellington? Ecco, allora, che la voce di Cristina Sartori, accompagnata dal contrabbasso di Stefano Lionello, in una presa del suono dell’ottobre 2005, propone una versione “intimista” di I Ain’t Got Nothin’ But The Blues , canzone che Ellington compose nel 1937. Il lato B si apre ancora con il Four Fried Fish che, nel marzo 2008, ha proposto un altro immancabile classico come Rollin’ Stone , brano composto da Muddy Waters, pseudonimo di McKinley Morganfield, considerato il “padre del blues di Chicago”. Non manca poi il blues bianco, rappresentato da Freedom, brano tratto dall’album Tiger Walk di Robben Ford, che con le sue Fender fa ciò che vuole, e che è stata riproposta in una registrazione del marzo 2018 dalla chitarra di Michele Giacomazzi, dal basso elettrico di Francesco

Giacomelli e dalla batteria di Diego Vergari. Che il sound dei Beatles sia stato influenzato anche da venature blues è a dir poco pacifico e per ricordarcelo Lincetto ha voluto inserire un loro classico quale Come Together , capolavoro firmato dalla premiata ditta John Lennon & Paul McCartney, nella riproposizione squisitamente blues fatta da Yasmina and Bad Songs e fissata nel gennaio 2010. Ora, se ho voluto inserire la testimonianza di Lincetto sulla leggenda dell’incontro tra il diavolo e Robert Johnson è anche per il fatto che il patron della Velut Luna non poteva non dare fine a questo viaggio nel mondo del blues senza un brano del celebre chitarrista

inizio. Poi, inizia l’esplorazione e l’adesione del blues contaminato con altri generi, come il folk rock di Jim Croce e la sua canzone Five Short Minutes, tratta dal suo quinto e ultimo disco, I Got a Name , prima che un tragico incidente aereo, avvenuto nel 1973, lo strappasse alla vita a soli trent’anni e che qui è riproposto ancora dal Four Fried Fish e dalla voce di Barbara Belloni in una registrazione che risale al luglio del 2012. La terza traccia è un tributo, risalente all’ottobre 2000, che la Tiger Dixie Band ha voluto dedicare a un brano in cui il blues

Robert Johnson, il padre del blues, e che secondo una leggenda avrebbe fatto un patto con il diavolo per avere successo con la sua musica.

di Hazlehurst, morto tragicamente e misteriosamente nel 1938, a soli ventisette anni. Così, per ricordarlo, Lincetto ha voluto dargli voce attraverso uno dei suoi pezzi più celebri, quelli che hanno segnato in modo indelebile questo genere musicale, la mitica Cross Road Blues , in una registrazione del luglio 2023 fatta dalla voce e dalla chitarra di Max Prandi e dalla chitarra di Enrico Merlin.

La Tiger Dixie Band, il gruppo musicale specialista del repertorio Dixie.

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