Uninews TorVergata #attrazione

Newsletter di Ateneo n°6 #limite

UNINEWS TORVERGATA

Febbraio 2026 n°11

#attrazione

SOMMARIO

#attrazione

In apertura di Max Schiraldi L’attrazione della giustizia consensuale di Paola Licci Attrazione, fondamento della vita su questo pianeta di Emmanuele A. Jannini La dinamica dell’attrazione nelle organizzazioni di Giovanna Ferraro Attrazione/opposizione nelle opere di Grazia Varisco di Giorgia Gastaldon Oltre il digitale, per una PA attrattiva di Luigina Paglieri, Fabiana Scalabrini, Denita Cepiku

ToVità Green Societies World Campus LE RUBRICHE

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Direttrice responsabile Lucia Ceci

Progetto grafico Adriana Escobar Rios

UNINEWS TORVERGATA Contatti: uninews@uniroma2.it Web: https://n9.cl/uninewstv

Photo editor Riccardo Pierluigi

Web Scilla Gentili

Redazione Amedeo Balbi, Thomas M. Brown, Maria Novella Campagnoli, Francesco Cirulli, Claudia Roberta Combei, Tommaso Continisio, Maria Rosaria D’Ascenzo, Adriana Escobar Rios, Francesco Fabbro, Scilla Gentili, Francesca Grandi, Emanuela Liburdi, Federica Lorini, Michela Rustici, Andrea Sansone, Sabina Simeone

Chiuso in redazione: 25 febbraio 2025

di Max Schiraldi* In apertura

riflettuto sul concetto di attrazione. Max Weber parlava del carisma come forza magnetica che permette ad alcuni individui o istituzioni di guidare e ispirare. Pierre Bourdieu avrebbe aggiunto che tale magnetismo non nasce solo dal talento individuale, ma anche dal “capitale simbolico” che una persona o un’organizzazione accumula nel tempo. Il capitale dell’università è, in questo senso, un sistema di attrazioni interconnesse: una rete di reputazioni, riconoscimenti e risultati che genera fiducia e desiderio di partecipazione. Infine Zygmunt Bauman, con la sua idea di “modernità liquida”, ci ha ricordato quanto la nostra attenzione oggi sia fluida, instabile, continuamente distratta da mille stimoli ed in questo contesto l’attrattività non può più essere data per scontata: richiede consapevolezza, creatività, coerenza e soprattutto capacità di comunicazione: significa saper usare linguaggi diversi per interlocutori diversi: docenti, ricercatori e ricercatrici, studenti e studentesse, personale tecnico-amministrativo, imprese, enti locali, cittadinanza. Un ateneo deve saper comunicare in modo autentico, non come semplice “brand”, ma come comunità accogliente, inclusiva e orientata al futuro. Che cosa rende un’università “attraente”? Gli indicatori internazionali ci dicono che la reputazione scientifica conta — e non poco. Gli atenei che possono vantare fra i propri membri premi Nobel, scienziate e scienziati di fama mondiale, ministri o

VENGHINO, SIORI, VENGHINO! Così gridavano i banditori delle fiere e circhi ambulanti nei primi anni del Novecento, invitando il pubblico ad avvicinarsi per assistere allo spettacolo. Quel richiamo — intriso di curiosità, meraviglia e un pizzico di teatralità — resta oggi una metafora potente per descrivere il bisogno, antico e sempre attuale, di “attrarre”: catturare l’attenzione, suscitare interesse, creare un legame tra chi offre e chi cerca esperienze, conoscenza, emozioni. Nel mondo accademico e nel contesto universitario, parlare di “attrazioni” non significa richiamare solo le folle verso una fiera o un evento, ma piuttosto interrogarsi sui meccanismi che rendono un’istituzione capace di catturare attenzione, fiducia e partecipazione. L’università, come ogni comunità viva, cresce e si rinnova proprio grazie alla sua capacità di attrarre — persone, idee, investimenti, collaborazioni, passioni. Sociologi e filosofi hanno spesso

*Prorettore ai Grandi Eventi - schiraldi@uniroma2.it

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politici di spessore, godono senza dubbio di un vantaggio competitivo. Tuttavia, la vera forza di un’università non si misura solo nei suoi nomi illustri. Essa si manifesta anche nella qualità dei propri corsi di studio, nella capacità di formare persone motivate, competenti e responsabili. Un corso ben progettato, un laboratorio didattico innovativo o un’esperienza di tirocinio ben organizzata, se ben comunicati possono costituire un’attrazione non meno potente del prestigio accademico. È qui che l’istituzione universitaria mostra il suo volto più concreto: quello dell’accompagnamento quotidiano nella crescita delle persone. Ma non si tratta soltanto di attirare verso di sé, bensì di generare connessioni. Come ricorda Amartya Sen, la crescita e il benessere non nascono dall’accumulo, ma dalla capacità di mettere in comune libertà e opportunità e l’università è un ponte fra il sapere e la società. In questo quadro si inserisce la cosiddetta Terza Missione, che consente agli atenei di dialogare in modo diretto e costruttivo con il mondo esterno. L’organizzazione di grandi eventi nell’Ateneo — convegni, festival, mostre, manifestazioni aperte alla cittadinanza — non è un’attività accessoria, ma una componente essenziale della propria

funzione pubblica. Attraverso queste iniziative, l’università riafferma il suo ruolo di spazio di incontro, di scambio culturale e di innovazione condivisa, rafforzando il legame fra la comunità accademica e il territorio che la circonda. Non si tratta di promozione superficiale o di pura immagine. Si tratta, piuttosto, di quella che il sociologo Edgar Morin chiamerebbe “intelligenza della complessità”: la capacità di un sistema di tenere insieme le proprie molte parti, valorizzandole senza uniformarle. Attrazione, in questo senso, è un modo per dire “attenzione reciproca”. “Venghino, siori, venghino!” — l’antico richiamo resta quindi valido, seppur trasformato. Oggi non invita più a uno spettacolo da guardare, ma a una comunità da vivere. L’università, con le sue aule, i suoi laboratori, i suoi spazi culturali, è essa stessa una grande attrazione pubblica: un luogo dove si apprende, si sperimenta, si cresce insieme. Attirare, allora, significa anche offrire al territorio e al mondo la possibilità di riconoscersi in un progetto condiviso di conoscenza e progresso. È questo, in definitiva, il cuore pulsante dell’università: non la semplice somma di competenze, ma la capacità di accendere curiosità — quella forza invisibile che continua a muovere le persone, le idee e le comunità. Fonti

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L’ATTRAZIONE DELLA GIUSTIZIA CONSENSUALE

di Paola Licci *

Che sia “meglio un male accordo che una causa vinta” è affermazione popolare ben radicata che fotografa nella sua semplicità l’idea e l’importanza della giustizia consensuale.

La fuga dal processo e la ricerca di una soluzione della lite al di fuori di esso non nasce però, almeno nelle intenzioni legislative, solo sulla scorta dell’idea che l’accordo conciliativo offra alle parti che litigano un risultato che non ha nulla di meno rispetto alla sentenza del giudice. L’attrazione verso le cosiddette Alternative dispute Resolution (ADR) posa sulla crisi di effettività della tutela giurisdizionale che per ragioni esogene ed endogene non è più in grado di offrire una risposta soddisfacente ai cittadini. In particolare, i tempi della giustizia (tanto per l’eccessivo carico di contenzioso, anche dovuto ad una bulimica litigiosità, quanto per la scarsità di strumenti) si sono dilatati a tal punto che la soluzione data alla

controversia giunge in momenti nei quali rischia di non essere più utile alle parti. Ai tempi lunghi si aggiungono i costi sempre crescenti che finiscono per paralizzare l’economia, e rendere il Paese poco attrattivo anche rispetto a investimenti stranieri. La spinta verso le soluzioni alternative allora nasce proprio come rimedio alla crisi della giustizia e al sovraccarico di lavoro dei tribunali, prima ancora che dall’idea che l’accordo possa offrire un risultato analogo (quando non migliore) della sentenza. Esempi di questa tendenza si individuano nella legislazione sulla privatizzazione del pubblico impiego della fine degli anni ’90,

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*Professoressa associata di diritto processuale civile - paola.licci@uniroma2.it

con la quale il contenzioso relativo ai rapporti di lavoro alle dipendenze delle pubbliche amministrazioni fu in buona parte affidato alla giurisdizione ordinaria e sottratto a quella amministrativa. Così, per fronteggiare l’improvviso accrescimento del contenzioso dei giudici del lavoro, si introdusse la conciliazione stragiudiziale obbligatoria. L’attrazione verso le ADR qui non nasceva spontaneamente ma veniva imposta per trovare una soluzione alla crisi della giustizia. Non una scelta dettata dalla consapevolezza che la strada conciliativa fosse la migliore via, ma una scelta obbligata per ridurre le conseguenze negative dell’aumento del carico di cause davanti ai tribunali. Anche nel 2010, con l’introduzione della mediazione civile obbligatoria, le ragioni della scelta furono quelle di prevedere una alternativa al processo, per fuggire da esso, e non di offrire un rimedio complementare alla giurisdizione statuale in grado di determinare la sorte della lite attraverso il dialogo libero e pacifico. Uscendo dalla logica dell’alternatività fra le due strade, contenziosa e consensuale, si percepisce l’effettiva latitudine della Giustizia: uno svolgimento ordinato delle relazioni sociali attraverso le quali si gestiscono e prevengono le liti, ampliando la risposta di tutela a beneficio degli interessati e della società intera. Per attrarre verso la giustizia consensuale occorre allora concentrarsi non sulle utilità che la mediazione garantisce al processo ma sui benefici che dal dialogo tra i contendenti possono nascere in vista di una soluzione condivisa che, fondandosi appunto sulla volontà delle parti, è accettata dalle stesse ed è destinata a regolare in modo duraturo il rapporto più di quanto non possa fare una sentenza.

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FONDAMENTO DELLA VITA ATTRAZIONE, SU QUESTO PIANETA

La figura di Charles Darwin è facilmente associata all’idea di selezione naturale, il modello evoluzionistico secondo il quale il più adatto (non necessariamente il più forte: ma vallo a spiegare a molti improbabili capi di stato, dittatori o aspiranti tali di questa nostra travagliata epoca) sopravvive e vince la lotta per la vita. La selezione naturale, tuttavia, è stata ben lungi dall’aver monopolizzato la speculazione darwiniana.

di Emmanuele A. Jannini*

Darwin, che non manco mai di definire il più grande sessuologo della storia, al contrario, ha dedicato almeno metà del suo lavoro a un altro tipo di selezione, assai più potente di quella naturale, la selezione sessuale. Traduciamo il concetto nel modo più semplice: un carattere (fisico, psicologico, comportamentale, ma anche addirittura cellulare), che si sviluppa nel corso dell’evoluzione di una specie grazie alla roulette del caso si afferma e viene trasmesso alle successive generazioni solo se è… sexy. Se non piace al possibile partner (sia esso un cervo, una leonessa, una folaga, un ramarro, un capodoglio o una gentildonna), in altre parole, se non è “attraente”, il carattere sparisce. La vita, quindi, non dipende solo dal sesso in sé (il che fa comunque della sessuologia la prima e la più importante disciplina, tra tutte: ma vallo a spiegare alle università dove non la si insegna e alle sfortunate realtà educative dove non si fa educazione sessuale) ma proprio dall’attrazione. Attrarre vuol dire infatti condurre a sé. Se amate Talete vi verrà in mente, pensando all’attrazione, il magnetismo (che, peraltro, il proto-filosofo considerava un moto dell’anima), se siete platonici

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*Professore ordinario di Endocrinologia - eajannini@gmail.com

distinta dalla vecchia sessuologia basata sulle opinioni, essendo la nostra basata invece sulle evidenze scientifiche e sul “provando e riprovando” galileiano. La scienza dell’attrazione usa il modello animale ma anche la verifica della pressione evolutiva sui processi seduttivi nell’animale umano ed è estremamente produttiva sul piano scientifico, oltre a essere divertente. A Tor Vergata non studiamo solo impotenza ed eiaculazione precoce o vaginismo e desiderio sessuale ipoattivo, ma anche le basi biologiche dell’attrazione, il ruolo dei geni e degli ormoni, delle dinamiche di coppia, dell’identità di genere e dell’orientamento sessuale. Ci occupiamo anche della biologia della bellezza, producendo evidenze scientifiche sulla percezione di questa. La nuova collana universitaria Tor Vergata University Press, appena varata, ha dedicato il primo testo divulgativo proprio alla Sessuologia Darwiniana: La Costola di Eva. È gratuitamente disponibile per tutti a questo indirizzo. Chi lo leggerà come un giallo scoprirà perché la misteriosa scomparsa di un osso nel corso dell’evoluzione ha così tanto a che fare proprio con l’attrazione. Buona lettura!

sarete convinti che l’attrazione sia generata da desiderio di bellezza e perfezione, se adorate Aristotele direte che essa è ricerca di virtù e amicizia, se infine vi incanta Freud crederete che attragga ciò che compensa desideri e passioni. Ma comunque sia, è sempre questione di sesso. Per tutte queste ragioni la sessuologia moderna si è sempre più attrezzata di strumenti scientifici che chiamiamo “sessuologia darwiniana” o “sessuologia evoluzionistica”: quella che insegniamo a Tor Vergata nel corso di Sessuologia Medica per le Scuole di Medicina e di Psicologia e che studia proprio la scienza dell’attrazione. L’aggettivo “medica” non stupisca troppo: è modo per tenerla

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NELLE ORGANIZZAZIONI DINAMICA ATTRAZIONE DELL’ LA

di Giovanna Ferraro*

Nel funzionamento delle organizzazioni e delle reti d’impresa, l’attrazione rappresenta una forza spesso invisibile ma decisiva. Questa forza influenza la formazione dei team, orienta le collaborazioni, accelera o rallenta la diffusione delle idee e contribuisce alla costruzione delle partnership industriali. Comprendere come nasce l’attrazione significa interpretare l’impresa non solo come una struttura formale, ma come una rete dinamica di relazioni.

La psicologia organizzativa individua tre fattori alla base dell’attrazione professionale: prossimità, similarità e reciprocità. La "prossimità", fisica o funzionale, aumenta le occasioni di interazione; la "similarità" tra competenze, obiettivi o linguaggi facilita l’allineamento; la "reciprocità" consolida fiducia e affidabilità. Questi fattori, tuttavia, non agiscono in modo isolato, ma all’interno della configurazione complessiva delle relazioni organizzative. La teoria delle "reti complesse" consente di leggere questi fenomeni in modo sistemico. In un’organizzazione, persone, team e unità operative sono nodi, mentre le relazioni informative, operative o

decisionali costituiscono i collegamenti. In questo contesto, l’attrazione può assumere forme diverse, non sempre basate sul contatto diretto. Una prima forma è l’attrazione diretta . Si verifica quando più soggetti sono collegati tra loro in modo reciproco e stabile. La rete è densa, la coesione elevata, la fiducia esplicita. È il caso dei team consolidati, nei quali l’attrazione nasce dall’esperienza condivisa e si rafforza nel tempo, favorendo coordinamento ed efficienza. Una seconda configurazione è l’attrazione indotta da un nodo forte . In questo caso, due soggetti non sono direttamente collegati, ma condividono un legame

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*Ricercatrice in Ingegneria economico-gestionale - giovanna.ferraro@uniroma2.it

intenso con una figura centrale, come un responsabile, un esperto riconosciuto o un leader informale. La forza del nodo comune genera una predisposizione positiva alla collaborazione, anche in assenza di interazioni dirette. L’affinità è latente, ma può trasformarsi rapidamente in relazione attiva. La terza forma è l’attrazione mediata da un intermediario . Qui l’attrazione potenziale si sviluppa lungo una catena di relazioni forti: A è collegato a B, e B è collegato a C. Anche se A e C non si conoscono, la presenza di B funge da ponte psicologico, sociale e informativo, rendendo plausibile la collaborazione. Questo meccanismo è tipico delle reti inter-organizzative, dove l’intermediazione è essenziale per collegare competenze e contesti diversi. Non tutte le relazioni indirette sono però sufficienti a generare collaborazione. Perché l’attrazione potenziale diventi reale è necessaria una certa intensità relazionale , legata alla continuità dei rapporti, alla qualità della comunicazione e alla rilevanza dei nodi coinvolti. Al di sotto di una soglia minima, l’attrazione resta inattiva. Queste dinamiche sono particolarmente evidenti nei processi di innovazione, nel knowledge sharing e nel project

management . Le idee non si diffondono solo per il loro valore intrinseco, ma perché esistono percorsi di attrazione che attraversano nodi centrali e intermedi affidabili. Lo stesso vale nelle reti esterne, come le filiere produttive e le collaborazioni università–impresa. L’attrazione, tuttavia, non è priva di rischi. Se si concentra eccessivamente su pochi nodi, la rete diventa fragile. Infatti, l’uscita di un nodo chiave può rallentare i processi o interrompere i flussi di informazioni. Se i gruppi sono troppo coesi, possono emergere fenomeni di chiusura e ridotta apertura all’innovazione. Governare l’attrazione significa quindi bilanciare densità e apertura. In conclusione, l’attrazione è una forza strutturante delle organizzazioni. Comprenderne le diverse forme, diretta, indotta e mediata, consente di leggere l’impresa come una rete viva, fatta di connessioni visibili e invisibili, di legami attivi e di potenzialità ancora inesplorate. È in questa rete che si costruiscono cooperazione, innovazione e crescita.

Fonti

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GRAZIA VARISCO ATTRAZIONE/OPPOSIZIONE NELLE OPERE DI

di Giorgia Gastaldon*

Nella sua ricerca volta a un rinnovamento delle tecniche artistiche e a un aggiornamento dei materiali con cui realizzare le proprie opere, Grazia Varisco crea, tra 1959 e 1962, la serie delle "Tavole magnetiche". In questi lavori, come suggerisce il titolo, alcuni oggetti visivi elementari quali punti, linee, segmenti e forme geometriche di base vengono applicati a calamite, che lo spettatore può spostare liberamente, in un esplicito invito al gioco. L’osservatore, chiamato espressamente a prendere parte all’operazione artistica, è così coinvolto in un gioco di opposti – ordine, disordine; verticale, orizzontale; sopra, sotto; prima, dopo; chiuso, aperto; e così via –, proprio come accade con i poli positivi e

negativi del magnetismo. Nata a Milano nel 1937, Grazia Varisco frequenta l’Accademia di Belle Arti di Brera tra il 1956 e il 1960, allieva del pittore Achille Funi. Qui conosce i compagni di avventura con cui dal 1960 forma, come unica donna, il Gruppo T – dove T sta per tempo – e cioè Giovanni Anceschi, Davide Boriani, Gianni Colombo e Gabriele De Vecchi. Dalla metà degli anni Sessanta, conclusa questa esperienza, l’artista prosegue le Grazia Varisco, Tavola magnetica a elementi componibili, 1961, tavola in ferro, adesivo nero, elementi a biscotto con calamita (8 rossi, 1 bianco), 42 x 37,5 cm. Photo Thomas Libis, Courtesy Archivio Varisco.

*RTT in Storia dell’arte contemporanea - giorgia.gastaldon@uniroma2.it

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proprie sperimentazioni e l’attività espositiva in autonomia, dedicandosi anche alla grafica. Nel 1981 inizia a insegnare all’Accademia di Belle Arti di Brera come titolare della cattedra di Teoria della percezione. È dunque proprio all’inizio della sua carriera, creativa ed espositiva, che l’artista si dedica alla realizzazione di strutture variabili, componibili per via magnetica, che prevedono la partecipazione dello spettatore quali le già citate "Tavole magnetiche" e i "Trasparenti". In entrambi questi casi, l’adozione delle calamite ha un’origine autobiografica. È la stessa Varisco a raccontare infatti di aver preso l’idea da un suo gioco d’infanzia: un “paesaggio magnetico” che l’artista-bambina si divertiva a spostare in giro per casa al fine di scoprire quali superfici l’avrebbero attratto provocando un soddisfacente “click” e una forza di avvicinamento quasi

incontrollabile, o un altrettanto forte respingimento. Questa componente ludica originaria è pertanto trapelata anche nei suoi lavori di adulta, che forniscono allo spettatore un’ampia casistica di composizioni delle forme obbligate e divergenti proposte dall’artista, che sono di fatto destinate a modificare il campo visivo-fenomenico dell’opera stessa. Il messaggio che trapela da queste opere è che nel mondo dell’arte – a differenza che nella realtà – è ancora presente un vasto spazio in cui poter esercitare il proprio arbitrio di fruitori e ciò anche in presenza di regole fisiche forti e non facilmente aggirabili come quelle di attrazione e respingimento peculiari al fenomeno del magnetismo. Varisco con le sue "Tavole magnetiche" intende infatti invitare i fruitori delle sue opere ad abdicare allo storico e più tradizionale ruolo di semplici e passivi contemplatori a favore invece di una partecipazione attiva, libera e costruttiva. Le forme deduttive messe (letteralmente) in campo dall’artista vanno infatti a creare strutture fruibili che sono infine messe a disposizione del pubblico affinché possa ottenere configurazioni ipoteticamente infinite, in un gioco combinatorio utile a stimolarne la vista e la tattilità. La sua ricerca in seguito si è

d’altronde concentrata sulla progettazione di immagini cinevisuali ottenute per interferenza e rifrazione della luce, sull’analisi delle proprietà visive del vetro industriale e, più in generale, sul tema della percezione spaziale e luministica dell’ambiente. Grazia Varisco, Tavola magnetica a elementi componibili, 1961, tavola in ferro, adesivo nero, elementi a biscotto con calamita (8 rossi, 1 bianco), 42 x 37,5 cm. Photo Thomas Libis, Courtesy Archivio Varisco.

Fonti

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OLTRE IL DIGITALE, PER UNA PA ATTRATTIVA

di Luigina Paglieri, Fabiana Scalabrini, Denita Cepiku

La pubblica amministrazione italiana vive oggi un paradosso. Da un lato, ingenti investimenti nella digitalizzazione promettono di modernizzare i servizi e attrarre nuovi talenti. Dall’altro, i dati raccontano altro: secondo Formez-Censis 2025, circa il 2,5% dei giovani neoassunti abbandona l’impiego pubblico poco dopo l’ingresso, mentre le dimissioni volontarie crescono costantemente. Le motivazioni principali sono retribuzioni percepite come inadeguate, carriere compresse, condizioni insoddisfacenti: la stabilità del posto fisso non basta più. In questo scenario, la trasformazione digitale viene spesso presentata come soluzione universale. Ma questa narrazione tecnocentrica regge alla prova dei fatti? Una ricerca su 217 dipendenti pubblici italiani ha indagato la relazione tra percezione della digitalizzazione e work engagement , quello stato di vigore, dedizione e coinvolgimento nel proprio lavoro. Il campione rappresenta tutti i comparti, livelli, fasce d’età e anzianità di

servizio. L’analisi ha esplorato dodici fattori potenziali: dalla digitalizzazione vista come opportunità o minaccia, all’autonomia decisionale, dalla leadership al tecnostress, fino all’equilibrio vita-lavoro. I risultati confermano una correlazione positiva tra percezione della trasformazione digitale e coinvolgimento. Ma la scoperta più significativa riguarda il come. L’autonomia professionale emerge come mediatore cruciale: quando gli strumenti digitali ampliano la discrezionalità e il controllo sui propri compiti, l’ engagement cresce significativamente. In una cultura amministrativa storicamente gerarchica, questo dato pesa: le tecnologie che restituiscono libertà professionale vengono accolte favorevolmente. Il secondo fattore chiave è il supporto manageriale. Non bastano leader che comunichino la visione digitale: servono figure capaci di tradurre il cambiamento in risorse concrete, formazione adeguata, ascolto reale delle difficoltà quotidiane.

*Assegnista di ricerca in Economia aziendale - luigina.paglieri@uniroma2.it , assegnista di ricerca in Economia aziendale - fabiana.scalabrini@uniroma2.it , professoressa ordinaria di Economia aziendale - cepiku@economia.uniroma2.it

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Un sottocampione di 81 rispondenti lavora in organizzazioni che hanno già integrato l’intelligenza artificiale. L’analisi rivela un pattern interessante: la semplice presenza dell’intelligenza artificiale non modifica la relazione tra digitalizzazione ed engagement . Conta l’intensità dell’integrazione. Solo quando l’intelligenza artificiale entra nei processi quotidiani, potenziando le capacità professionali anziché sostituirle, emergono effetti positivi. Ma soprattutto emerge che dichiarare l’adozione di tecnologie avanzate senza integrazione sostanziale non produce benefici per chi lavora. Contrariamente alle attese, tecnostress e percezione della digitalizzazione come minaccia non mediano la relazione, ma agiscono come predittori diretti del coinvolgimento. Sono freni strutturali che la governance del cambiamento deve riconoscere e gestire. Anche l’alfabetizzazione digitale mostra un comportamento inatteso: non media, ma predice direttamente l’engagement. Le competenze tecniche sono fondamentali, ma da sole non generano motivazione. Le implicazioni sono concrete. Primo: progettare tecnologie che amplino la discrezionalità professionale, non la restringano. Secondo: formare leader

capaci di accompagnare il cambiamento con presenza e risorse. Terzo: evitare adozioni superficiali, privilegiando integrazioni profonde e partecipate. La pubblica amministrazione può diventare un datore di lavoro più attrattivo nell’era digitale. Ma l’attrazione non dipende dalla quantità di tecnologia introdotta, bensì dalla qualità della sua governance. Autonomia, supporto, integrazione reale: sono queste le parole chiave. Il messaggio che emerge è inequivocabile: non sarà la quantità di innovazione a cambiare il volto della pubblica amministrazione, ma la capacità di metterla concretamente al servizio del lavoro quotidiano. Senza questo passaggio, rischia di restare una promessa incompiuta.

Fonti

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Le rubriche

eccellenza e futuro Magnetismo di Tor Vergata tra

di Federica Lorini, Emanuela Liburdi*

La scelta del percorso universitario rappresenta, oggi, il primo vero banco di prova verso la costruzione di un futuro professionale e umano.

Non si tratta soltanto di selezionare un piano di studi, ma di aderire a un’identità e a una comunità. Per questo numero, abbiamo deciso di immergerci nel cuore pulsante del nostro Ateneo, raccogliendo le testimonianze dirette di chi vive quotidianamente il Campus. Ne è emerso un ritratto sfaccettato e vibrante, dove la scelta di iscriversi appare come il risultato di un’attrazione profonda verso un modello accademico capace di coniugare la solidità della tradizione con l’audacia dell’innovazione tecnologica e sociale. Il nostro viaggio tra le eccellenze del campus è partito dalle discipline della salute, dove Chiara, studentessa di Medicina e Chirurgia, ci ha raccontato l’emozione di vivere la ricerca di frontiera sin dai primi passi, sentendosi parte integrante di un sistema complesso. Questa sinergia tra cura e teoria ha trovato eco nelle parole di Davide, iscritto alla Macroarea di Scienze MM.FF.NN., attratto dalla qualità dei laboratori e dalla possibilità di immergersi nelle scienze della vita e della biodiversità. In questo contesto di costante evoluzione si

*Ufficio Comunicazione di Ateneo - federica.lorini@uniroma2.it, emanuela.liburdi@uniroma2.it

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inserisce la voce di Sofia, studentessa di Medicina Veterinaria, che ha sottolineato come il nuovo polo sia stata la risposta concreta alla sfida One Health , un modello che integra salute animale, umana e ambientale in un’unica visione sistemica. L’innovazione tecnica e il dialogo con il mondo globale definiscono l’esperienza di altri giovani talenti. Francesco, futuro ingegnere della Macroarea di Ingegneria, ha descritto l’ateneo come un hub tecnologico privilegiato grazie alla vicinanza con istituti come l’INFN e il CNR, mentre Martina, studentessa di Giurisprudenza, ha evidenziato la capacità della sua facoltà di rinnovare la tradizione forense attraverso lo studio delle nuove tecnologie. Allo stesso modo, Matteo, iscritto alla Facoltà di Economia, vede nei programmi internazionali e nei doppi titoli dei passaporti per il mondo, strumenti indispensabili per navigare i mercati moderni. Infine, Elena, studentessa di Lettere e Filosofia, ci ha ricordato quanto la dimensione umana sia fondamentale: in una metropoli dispersiva, il nostro campus offre spazi verdi e un rapporto diretto con i/le docenti capace di trasformare

l’esperienza formativa in un confronto culturale profondo.

Ma cosa si aspettano? Sostanzialmente chiedono un’università dove la cross- fertilization tra saperi diventi la norma. Non basta più la competenza settoriale ma un luogo dove l’ingegnere possieda strumenti etici, il giurista governi i codici tecnologici e il medico dialoghi con le scienze ambientali. In tutti loro abbiamo, con gioia, riscontrato la consapevolezza di trovarsi in un luogo che, pur essendo orgogliosamente parte di una grande tradizione accademica, è già proiettato verso le dinamiche della cittadinanza globale.

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la sostenibilità Una filosofia per

di Giuseppe Patella*

Il concetto di sostenibilità, come noto, può essere riferito a diversi ambiti – natura, cultura, economia, politica, società... – è quindi aperto a un’ampia varietà di interpretazioni e di approfondimenti dai diversi punti di vista disciplinari e degli obiettivi perseguiti. In generale, le teorie scientifiche descrivono, classificano e spiegano fattori considerati cruciali per la sostenibilità; ne determinano le relative condizioni fisiche, sociali, economiche, ma ciò di per sé non è sufficiente a rendere evidente cosa e come sostenere, e perché abbiamo il dovere di farlo. Per valutare il peso di queste e altre domande abbiamo bisogno della filosofia , che può aiutarci a “pensare la sostenibilità” e aiutare a inquadrare alcuni dei problemi che sorgono in relazione alla sostenibilità dello sviluppo delle attività umane. Diventa dunque necessario chiederci ad esempio: Qual è il significato della natura? Come devono essere considerati gli esseri umani in relazione agli altri esseri naturali? Che tipo di principi dovremmo utilizzare per guidare le nostre pratiche verso la sostenibilità? Che tipo di modelli di libertà e di sviluppo possiamo proporre come più adatti alla sostenibilità? Come rispondere, in relazione alla varietà e alla pluralità degli scopi possibili, ai problemi che dobbiamo affrontare ora e in futuro, come il degrado ambientale, i cambiamenti climatici, la sovrappopolazione, il consumo eccessivo, la distruzione delle risorse naturali e – non ultimo – la convivenza tra

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Professore associato di Estetica - giuseppe.patella@uniroma2.it

culture diverse e la giusta distribuzione delle risorse disponibili?

l’una dall’altra le concezioni attualmente in campo è quella tra antropocentrismo ed ecocentrismo, dicotomia che – a una riflessione appena più approfondita – appare tuttavia ancora provvisoria. Per essere in grado di affrontare, valutare e dirimere tutte queste questioni nel modo migliore sembra pertanto auspicabile un approccio filosofico più approfondito che contribuisca in primo luogo ad analizzare e chiarire concetti, idee, argomenti utilizzati, nonché i presupposti che incorporano, quindi a riconoscere dei criteri normativi per le decisioni e la valutazione delle azioni e, infine, a portare sia i primi che i secondi a relazioni il più possibile coerenti ed efficaci. Fonti

L’uso delle risorse può essere giustificato attraverso vari tipi di argomenti. Tipicamente, ci sono argomenti economici (efficienza, occupazione, ricchezza nazionale), argomenti non antropocentrici (biodiversità, valore della vita e della natura in generale), argomenti culturali, riguardanti ad esempio il significato estetico della natura, il valore delle tradizioni o il valore dei diversi modi di vivere, e argomenti etici e politici. Il modo in cui la sostenibilità viene concettualizzata è in continua evoluzione, insieme alle circostanze empiriche, ma potremmo dire che la distinzione fondamentale che separa

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Opening Paths: Palestinian Students at Tor Vergata

di Francesca Grandi *

This commitment reflects a broader vision of the University as an open and inclusive institution, attentive to global challenges. The programme, coordinated by CRUI (Conference of Italian University Rectors), offers scholarships funded by Italian universities to Palestinian students residing in the Palestinian Territories, enabling them to pursue higher education in Italy for the Last October, Tor Vergata University of Rome began welcoming the first Palestinian students arriving as part of the IUPALS initiative, marking an important step in the University’s commitment to international solidarity, academic cooperation and the promotion of equal access to higher education.

*Dir. II – Divisione “Ricerca internazionale” - francesca.grandi@uniroma2.it

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in Sciences, entirely taught in English. Representing the University, Prof. Bianca Sulpasso welcomed them at the airport, accompanied by Engineering Angelina De Benedictis, Head of the International Students Division and a member of the administrative staff closely involved in supporting the project and the students’ integration process. The University’s involvement in the initiative does not end here. The arrival of three additional Palestinian students is expected in the coming months, one of whom will be supported by a scholarship funded by the Department of Mathematics. Through IUPALS, Tor Vergata continues to turn solidarity into concrete action, welcoming new voices and perspectives into its international academic community and reaffirming the central role of universities as open spaces where education, responsibility and global citizenship come together.

2025/2026 academic year, in collaboration with national institutions and partners. The first to arrive in Rome were Saja R.B.A. and Fawzy M.F.A., who reached Italy on 23 October 2025. Their arrival represented the beginning of a new academic and personal journey, shaped by study, exchange and cultural encounter, as well as the opportunity to experience a new educational environment. They were welcomed at the airport by the Rector of the University of Rome Tor Vergata, Prof. Nathan Levialdi Ghiron, together with the Delegate for Internationalization, Prof. Bianca Sulpasso. Since their arrival, both students have already begun attending courses taught in English and are actively participating in academic life and in the wider university community, gradually becoming part of the daily rhythm of campus life. “At times like these,” the Rector underlined, “education becomes not only a cultural bridge and a space for dialogue, but also a tool for peace. And it is precisely from universities that hope for peace can arise, despite the inevitable difficulties”. These words reflect the deeper meaning of the IUPALS initiative and the role universities can play in fostering understanding, cooperation and long-term perspectives beyond borders, even in complex international contexts. At the end of November, two more students joined the Tor Vergata community: Haya A. M. A. and Asil A. O. N. Both are enrolled in the Bachelor’s Degree Programme

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Lo sviluppo economico nei paesi fragili

di Lena Uzelac*

Come parte del mio dottorato in Economia e Finanza nel 39° ciclo dell’Università di Roma Tor Vergata, ho scelto di dedicarmi allo studio delle fragilità che caratterizzano molti paesi in via di sviluppo, in particolare quelle legate al clima, all’accesso alle tecnologie e ai diritti. Mi interessava capire non solo come funzionano queste economie, ma anche quali ostacoli incontrano le persone nella vita quotidiana e quali opportunità possano ancora costruire. Sotto la supervisione del Professore Alessio D’Amato, ho iniziato un percorso nell’ambito dell’economia dello sviluppo, un campo che studia le condizioni e le difficoltà della trasformazione dei sistemi economici meno avanzati, analizzando fenomeni complessi attraverso dati, evidenze empiriche e modelli teorici. Attualmente lavoro su due progetti distinti: il primo riguarda il ruolo della digitalizzazione nel settore agricolo in Nigeria, il secondo gli effetti economici delle restrizioni alla partecipazione femminile nel mercato del lavoro in Afghanistan. La mia ricerca utilizza dati di Food and Agriculture Organization of the United Nations e World Bank, insieme a strumenti econometrici e modelli applicati, per studiare come diversi fattori influenzino le opportunità di sviluppo in due contesti molto diversi tra loro. In Nigeria, dove l’agricoltura è il principale sostegno economico di milioni di famiglie, analizzo in che misura la

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*Dottoranda in Economia e Finanza - lena.u99@gmail.com

digitalizzazione possa aiutare gli agricoltori a gestire l’incertezza climatica: informazioni meteo, avvisi su condizioni estreme e dati sui prezzi locali, accessibili anche tramite telefoni di base, possono infatti sostenere le decisioni quotidiane. In Afghanistan, invece, instabilità politica e debolezza istituzionale hanno limitato nel tempo l’accesso delle donne all’istruzione e al lavoro formale, riducendo il capitale umano disponibile. Il mio obiettivo è valutare come questa contrazione della forza lavoro qualificata incida sulla produttività, sui redditi familiari e sui settori più esposti, e quali margini esistano per politiche di supporto e interventi della cooperazione internazionale. Condividere il mio percorso significa mostrare come la ricerca possa aiutarci a comprendere meglio fenomeni complessi che coinvolgono milioni di persone. L’economia dello sviluppo richiede rigore e curiosità per trovare soluzioni concrete ai problemi reali. Sapere che il mio lavoro può offrire strumenti utili a chi si occupa di

politiche pubbliche rappresenta per me una motivazione importante: mi spinge a proseguire ogni giorno con impegno, nella convinzione che anche gli studi apparentemente lontani possano contribuire a migliorare le opportunità future delle comunità più fragili.

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Attrazioni vegetali: la seduzione delle piante

di Roberto Braglia *

Quando parliamo di attrazione, il pensiero corre spontaneamente al mondo animale, o alle dinamiche, spesso semplificate, della sessualità umana. Eppure, è nel regno vegetale che l’attrazione raggiunge forse i livelli più sofisticati, creativi e sorprendenti. Le piante, apparentemente immobili e silenziose, hanno infatti evoluto strategie riproduttive che superano di gran lunga la nostra idea di “maschile” e “femminile”, trasformando l’incontro sessuale in un raffinato gioco di segnali, inganni e alleanze.

fluida e plurale. Esistono fiori ermafroditi, piante monoiche e dioiche, specie capaci di cambiare sesso nel corso della vita o di modulare la propria funzione riproduttiva in risposta all’ambiente. La riproduzione non è mai un evento isolato, ma un processo relazionale che coinvolge altri organismi, condizioni ambientali e segnali chimici. In questo contesto, l’attrazione diventa un vero linguaggio evolutivo. Il fiore è il principale strumento di questo linguaggio. Colori, forme e profumi non sono elementi ornamentali, ma segnali selezionati per attirare impollinatori specifici. Talvolta, però, l’attrazione non si

Nel mondo vegetale, infatti, la sessualità è

*Coordinatore dell’Orto Botanico dell’Università di Roma Tor Vergata - roberto.braglia@uniroma2.it

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basa sulla ricompensa, ma sull’inganno. Alcune piante hanno sviluppato strategie che sfruttano il comportamento degli insetti in modo sorprendente, come accade nel genere Aristolochia . I fiori di Aristolochia non cercano di “piacere”: funzionano come trappole temporanee. Attirati da odori che ricordano la materia organica in decomposizione, piccoli insetti entrano nel fiore e restano intrappolati fino al completamento della fecondazione. Solo allora vengono rilasciati, carichi di polline. Un sistema efficace, che mostra come l’attrazione, nel mondo vegetale, sia soprattutto una questione di funzione. All’Orto Botanico questo dialogo tra attrazione, inganno e riproduzione non è solo oggetto di studio, ma esperienza diretta. In questo periodo sono infatti in fiore due specie particolarmente spettacolari: Aristolochia grandiflora Vahl e Aristolochia gigantea Mart. & Zucc. I loro fiori di grandi dimensioni, imponenti e per certi versi perturbanti, rappresentano un’occasione preziosa per osservare dal vivo come l’evoluzione abbia modellato strutture complesse non per aderire ai nostri canoni di bellezza, ma per rispondere a precise esigenze funzionali. Le ampie corolle, i colori intensi e gli odori marcati, sgradevoli all’olfatto umano, raccontano una storia di attrazioni mirate, di relazioni obbligate tra pianta e impollinatore, di una sessualità vegetale che si affida all’ingegno più che alla forza. Vederle fiorire contemporaneamente negli spazi dell’Orto Botanico significa offrire alla comunità accademica un esempio concreto di quanto il mondo delle piante

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sia capace di sorprendere, interrogare e ampliare il nostro sguardo sulla natura.

Raccontare la sessualità delle piante significa quindi decostruire l’idea di una natura rigida e semplificata. Al contrario, il mondo vegetale ci insegna che la pluralità delle strategie riproduttive è una ricchezza, un laboratorio vivente di soluzioni alternative. Visitare un Orto Botanico con questo sguardo significa leggere i fiori non solo come forme da ammirare, ma come testi evolutivi: storie di attrazioni invisibili, dialoghi chimici e adattamenti estremi. È forse qui che il mondo delle piante diventa davvero attrattivo: quando, nel silenzio di una fioritura, ci invita a ripensare la nostra idea di natura, di sessualità e, in fondo, anche di noi stessi.

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