Un sottocampione di 81 rispondenti lavora in organizzazioni che hanno già integrato l’intelligenza artificiale. L’analisi rivela un pattern interessante: la semplice presenza dell’intelligenza artificiale non modifica la relazione tra digitalizzazione ed engagement . Conta l’intensità dell’integrazione. Solo quando l’intelligenza artificiale entra nei processi quotidiani, potenziando le capacità professionali anziché sostituirle, emergono effetti positivi. Ma soprattutto emerge che dichiarare l’adozione di tecnologie avanzate senza integrazione sostanziale non produce benefici per chi lavora. Contrariamente alle attese, tecnostress e percezione della digitalizzazione come minaccia non mediano la relazione, ma agiscono come predittori diretti del coinvolgimento. Sono freni strutturali che la governance del cambiamento deve riconoscere e gestire. Anche l’alfabetizzazione digitale mostra un comportamento inatteso: non media, ma predice direttamente l’engagement. Le competenze tecniche sono fondamentali, ma da sole non generano motivazione. Le implicazioni sono concrete. Primo: progettare tecnologie che amplino la discrezionalità professionale, non la restringano. Secondo: formare leader
capaci di accompagnare il cambiamento con presenza e risorse. Terzo: evitare adozioni superficiali, privilegiando integrazioni profonde e partecipate. La pubblica amministrazione può diventare un datore di lavoro più attrattivo nell’era digitale. Ma l’attrazione non dipende dalla quantità di tecnologia introdotta, bensì dalla qualità della sua governance. Autonomia, supporto, integrazione reale: sono queste le parole chiave. Il messaggio che emerge è inequivocabile: non sarà la quantità di innovazione a cambiare il volto della pubblica amministrazione, ma la capacità di metterla concretamente al servizio del lavoro quotidiano. Senza questo passaggio, rischia di restare una promessa incompiuta.
Fonti
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