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L’ATTRAZIONE DELLA GIUSTIZIA CONSENSUALE

di Paola Licci *

Che sia “meglio un male accordo che una causa vinta” è affermazione popolare ben radicata che fotografa nella sua semplicità l’idea e l’importanza della giustizia consensuale.

La fuga dal processo e la ricerca di una soluzione della lite al di fuori di esso non nasce però, almeno nelle intenzioni legislative, solo sulla scorta dell’idea che l’accordo conciliativo offra alle parti che litigano un risultato che non ha nulla di meno rispetto alla sentenza del giudice. L’attrazione verso le cosiddette Alternative dispute Resolution (ADR) posa sulla crisi di effettività della tutela giurisdizionale che per ragioni esogene ed endogene non è più in grado di offrire una risposta soddisfacente ai cittadini. In particolare, i tempi della giustizia (tanto per l’eccessivo carico di contenzioso, anche dovuto ad una bulimica litigiosità, quanto per la scarsità di strumenti) si sono dilatati a tal punto che la soluzione data alla

controversia giunge in momenti nei quali rischia di non essere più utile alle parti. Ai tempi lunghi si aggiungono i costi sempre crescenti che finiscono per paralizzare l’economia, e rendere il Paese poco attrattivo anche rispetto a investimenti stranieri. La spinta verso le soluzioni alternative allora nasce proprio come rimedio alla crisi della giustizia e al sovraccarico di lavoro dei tribunali, prima ancora che dall’idea che l’accordo possa offrire un risultato analogo (quando non migliore) della sentenza. Esempi di questa tendenza si individuano nella legislazione sulla privatizzazione del pubblico impiego della fine degli anni ’90,

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*Professoressa associata di diritto processuale civile - paola.licci@uniroma2.it

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