avesse definito testualmente il collega un emerito «idiota» e che si fosse fatto beffe della sua religiosità, affermando che la sua musica era soltanto degna di «quei fratacci di Sankt Florian», riferendosi all’abbazia agostiniana dove Bruckner fu sempre di casa). A proposito della religiosità bruckneriana che si è riversata sulla sua musica, anche su quella squisitamente profana, come quella sinfonica: un annoso luogo comune punta il dito sulla tipica concezione organistica rintracciabile nella timbrica orchestrale del
Il potente e temuto critico viennese Eduard Hanslick, fiero oppositore della musica sinfonica di Anton Bruckner.
Una foto giovanile di Gustav Mahler, il quale fu allievo di Bruckner e uno dei suoi pochi estimatori. Altro punto da chiarire è quello che riguarda i presunti influssi wagneriani sulla scrittura compositiva di Bruckner, al di là delle “citazioni” e dei tributi al sommo collega tedesco che il musicista austriaco immise nelle Sinfonie n. 3 e n. 7. Si è fatto spesso riferimento a come il compositore di Ansfelden abbia musicalmente applicato l’arte della transizione di tradizione wagneriana; ebbene, che Bruckner abbia ammirato Wagner non ci piove, ma che abbia mutuato tale tecnica per i propri fini non proprio: la sua architettura monumentale e metafisica non avviene attraverso una fase di transizione della componente armonica e melodica che non ha nulla a che fare con Wagner, né tantomeno nel copiare lo sfruttamento della sezione degli ottoni secondo musicista austriaco. Questa affermazione è sorta osservando come Bruckner abbia plasmato sulla partitura la strumentazione dividendola soventemente per famiglie, ricreando così quelle tipiche contrapposizioni di registri presenti nella musica organistica del secondo Ottocento (si pensi a un César Franck); inoltre, si è notato come il sontuoso flusso sinfonico si bloccasse improvvisamente trasformandosi in autentici muri sonori, dando vita a effetti timbrici simili a quelli dati da un organo attraverso la sovrapposizione delle tastiere e della pedaliera in più raddoppi; e, ancora, su come Bruckner abbia saputo creare delle combinazioni di due o più linee melodiche, spesso affidate alla famiglia dei legni, in grado di dialogare contrappuntisticamente fra loro, cosa che si può fare con un organo che dà avvio a un divertimento di fuga suddiviso fra i due manuali. In realtà, quando Bruckner componeva in sede sinfonica non pensava all’organo, ma metteva a disposizione della sua strumentazione una dimensione metafisica, spirituale, addirittura liturgica, se vogliamo, capace di trasformare la massa orchestrale in un “respiro divino” in grado di trasmettere una vera e propria “febbre creatrice”.
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