Quando abbiamo deciso di dare vita a questa nuova rivista, il nostro primo pensiero, scontato e inevitabile in questi casi, è stato quello di sperare che sollevasse un certo interesse nei confronti del mondo dei cultori della buona musica, che fosse classica, jazz, rock e d’autore, e di quello di coloro che vogliono ascoltarla con la dovuta qualità e fedeltà di riproduzione. Una rivista che, a differenza di altre del settore già presenti sul mercato, fosse per il lettore del tutto gratuita, scaricabile in formato Flipbook, PDF ad alta risoluzione, oppure stampata attraverso un prodotto di nicchia, elegante, lussuoso, destinato volutamente a coloro che desiderano collezionare un periodico di pregio, destinato a restare nel tempo.
STORIE | MUSICA | ASCOLTI | HI-FI
Dmitrij Šostakóvič il musicista che dormiva vestito
McCoy Tyner un geniale predestinato del jazz Dream Theater intervista al chitarrista John Petrucci Il significato della musica ascoltare per conoscere Brian Wilson Il visionario deus ex machina dei Beach Boys
P R O M O DA VINCI CLASSICS
ANDREI GAVRILOV • MARTHA ARGERICH • ROBERTO ARONICA LUIGI ATTADEMO • GILDA BUTTÀ • VICTORIA TEREKIEV • KSENIA MILAS MARCO SOLLINI • ARIOSO FURIOSO TRIO • ANGELO MARCHESE ALESSIO BIDOLI • ENSEMBLE LA SELVA • BALTAZAR ZÚÑIGA ACCADEMIA DEGLI IMPERFETTI • PIERMARCO VIÑAS • MATTEO CORIO MARIA DE MARTINI • SALVATORE CARCHIOLO • DANIEL RIVERA ENRICO FAGONE • ORCHESTRA DA CAMERA DI MANTOVA • JOO CHO MARINO NAHON • ALESSANDRO MARIA CARNELLI • DANIELA NUZZOLI OLAF LANERI • JUSTINA AUŠKELYTĖ • CESARE PEZZI • INGRID CARBONE SCHOLA CANTORUM BARENSIS • GILBERTO SCORDARI • GIOVANNI DE CECCO GIORGIO MATTEOLI • ENSEMBLE FESTA RUSTICA • MAURIZIO PACIARIELLO
ANDREI GAVRILOV • MARTHA ARGERICH • ROBERTO ARONICA LUIGI ATTADEMO • GILDA BUTTÀ • VICTORIA TEREKIEV • KSENIA MILAS MARCO SOLLINI • ARIOSO FURIOSO TRIO • ANGELO MARCHESE ALESSIO BIDOLI • ENSEMBLE LA SELVA • BALTAZAR ZÚÑIGA ACCADEMIA DEGLI IMPERFETTI • PIERMARCO VIÑAS • MATTEO CORIO MARIA DE MARTINI • SALVATORE CARCHIOLO • DANIEL RIVERA ENRICO FAGONE • ORCHESTRA DA CAMERA DI MANTOVA • JOO CHO MARINO NAHON • ALESSANDRO MARIA CARNELLI • DANIELA NUZZOLI OLAF LANERI • JUSTINA AUŠKELYTĖ • CESARE PEZZI • INGRID CARBONE SCHOLA CANTORUM BARENSIS • GILBERTO SCORDARI • GIOVANNI DE CECCO GIORGIO MATTEOLI • ENSEMBLE FESTA RUSTICA • MAURIZIO PACIARIELLO Da Vinci Classics Sampler – in questo numero l’album digitale > download gratuito P R O M O DA VINCI CLASSICS
Il PC come sorgente audio Level Armaghedon Meze 105 AER
Da Vinci Classics Sampler – in questo numero l’album digitale > download gratuito
GrooveBack magazine
La mia musica non è mai come appare, si nasconde”
Dmitrij Šostakóvič
Issue 5
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Istruzioni per l’invio del materiale sonoro e promozionale alla redazione. supporti sonori e audiovisivi (CD, LP, DVD), i libri e il materiale promozionale in genere vanno inviati a: MCC Via Kennedy 44, 35034 Lozzo Atestino (PD) Non forniamo riscontri sull’arrivo del materiale e su eventuali recensioni o articoli che sarà possibile verificare solo direttamente sulla rivista o sul web magazine.
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Hanno collaborato a questo numero: Simone Bardazzi, Andrea Bedetti, Michele Benignetti, Andrea Bin, Francesco Cataldo Verrina, Max Ishiwata, Noemi Manzoni, Stefano Rossi, Sandro Vero.
Editoriale Nel numero scorso abbiamo ricordato i cinquant’anni dal leggendario concerto che Keith Jarrett tenne a Colonia e sempre ricorrendo alla legge temporale dei dieci lustri in questo numero abbiamo deciso di rievocare la figura di uno dei più grandi compositori del Novecento, Dmitrij Šostakóvič, scomparso a Mosca il 9 agosto 1975 e al quale ho dedicato uno scritto in cui, oltre a rimarcare l’angosciante periodo storico nel quale visse, sotto l’incudine del terrore staliniano, introduco i nostri lettori alla sua produzione dedicata al genere sinfonico e a quello dei quartetti per archi. Sempre restando nell’ambito della musica classica, la registrazione digitale che offriamo con questo numero riguarda il “Promo” di un’etichetta discografica alla quale tengo particolarmente, la Da Vinci Classics, che vanta ormai un catalogo che supera i mille titoli, contraddistinti da indubbia qualità artistica e tecnica, come si potrà constatare grazie ai ventiquattro brani che compongono la tracklist . La nutrita pattuglia dedicata al genere colto per eccellenza continua con un’intervista all’arpista Cristiana Passerini, una valente interprete che ha saputo finalmente valorizzare l’arte della trascrizione per il suo strumento attraverso registrazioni discografiche dedicate ai capolavori bachiani e händeliani, senza dimenticare poi un altro anniversario, quello che concerne Maurice Ravel e i centocinquant’anni dalla sua nascita, con una recensione di Michele Benignetti che ci parla di un doppio CD dedicato ad alcuni dei suoi lavori pianistici, mentre l’angolo della recensione libraria è dedicato ad alcune originali riflessioni su Beethoven fatte da Curzio Vivarelli. Legata al rapporto tra letteratura e musica, ecco la seconda e ultima parte del racconto dello “scapigliato” Antonio Ghislanzoni scelto da Noemi Manzoni. Da parte sua, Francesco Cataldo Verrina presenta il pianista e compositore jazz McCoy Tyner, oltre a recensire un CD dedicato a Gerry Mulligan, così come due nuove firme della rivista, Simone Baldacci e Stefano Rossi, entrambi specialisti del rock, ci parlano di artisti assai interessanti; il primo presenta l’ultimo disco del songwriter inglese Richard Dawson e ricorda Brian Wilson, la geniale mente dei Beach Boys recentemente scomparso, e il secondo attraverso due interviste ci permette di conoscere meglio John Petrucci, il chitarrista dei Dream Theater, e il pianista e compositore crossover Roberto Jonata. Sandro Vero, oltre a introdurre i nostri lettori a questioni legate al significato della musica, continua la sua preziosa opera di divulgazione sul magico mondo dei nastri magnetici. E qui entriamo nel settore riservato all’audiofilia, in cui accogliamo Andrea Bin, il quale inaugura una serie di articoli dedicati al mondo del vinile e dell’analogico. Inoltre, un articolo prende in esame il PC come sorgente audio, oltre alle recensioni dedicate al finale di potenza della Level e all’ottima cuffia Meze 105 AER. di Andrea Bedetti
Buona lettura a tutti!
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Ci sono articoli che un estensore non vorrebbe mai scrivere: questo è uno di quelli. E lo è per il semplice fatto che il mio compito è di ricordare una persona che purtroppo non c’è più, perché la vita l’ha lasciata improvvisamente, nel sonno, come se avesse voluto sorprenderci ancora un’ultima volta. Questa persona si chiamava Pierre Bolduc e chiunque ami la grande musica e sia appassionato di audiofilia sapeva benissimo chi fosse, poiché In ricordo di Pierre… di Andrea Bedetti
www.uraniarecords.com
Registrazioni storiche Grandiosi restauri per il suono migliore
grazie a lui generazioni di amanti della musica classica e dell’alta fedeltà hanno avuto modo di imparare molto, di apprendere tante informazioni, di acquisire una cultura per saper ascoltare artisticamente e tecnicamente l’arte dei suoni. Anch’io ho imparato molto da Pierre, lavorando e collaborando con lui in passato; quando ho iniziato a scrivere per la sua rivista, Audiophile Sound , quasi dieci anni fa, credevo di sapere molto sul mondo delle registrazioni discografiche e su quello dell’Hi-Fi, ma dopo qualche mese trascorso a confrontarmi con lui, mi sono reso conto invece di saperne pochissimo. Da lui ho imparato tanto,
ebaldi EDITION
RENATA TEBALDI Serse, Alceste, Le nozze di Figaro Guglielmo Tell, Norma La sonnambula, I Puritani, Nabucco Giovanna d’Arco Don Carlo, Tannhäuser Lohengrin, Tristan und Isolde Faust, Carmen, Samson et Delila Manon, Eugene Onegin THE ALTERNATIVE REPERTOIRE
GEORG FRIEDRICH HÄNDEL SAMSON Haefliger | Stader | Höffgen Borg | Rehfuss | Reith RIAS Symphonie Orchestrer & Chor FERENC FRICSAY
soprattutto un aspetto che resta fondamentale nella nostra professione di divulgatori e di critici, quello che riguarda la grande responsabilità che dobbiamo avere sia nei riguardi degli artisti o dei produttori Hi-Fi, sia nei confronti dei lettori che ci leggono, perché, come affermava Nietzsche, «le parole sono pietre con le ali», possono volare leggere, ma quando colpiscono, fanno molto male. Quindi, la sua lezione è stata anche quella di essere sempre obiettivi, ma senza ferire, di scrivere positivamente o negativamente, ma sempre spiegandone con rispetto i motivi, come insegna e impone il giornalismo anglosassone. La cultura di Pierre in materia discografica, poi, è stata a dir poco leggendaria: prime stampe, ristampe, rimasterizzazioni, copie pirata: per lui le case discografiche non avevano segreti, così come i produttori e gli ingegneri del suono. Amava ricordare che questo bagaglio di conoscenza se lo era fatto da ragazzo a Londra, lavorando nei negozi di dischi, frequentando vecchi collezionisti che stipavano sulle pareti delle loro abitazioni, comprese quelle della cucina e del bagno, decine di migliaia di LP. Le sue lezioni di ascolto comparato, nel corso delle fiere dedicate all’alta fedeltà, hanno fatto la storia e, grazie ai suoi consigli e alle sue indicazioni, molti hanno finalmente amato la musica imparando a rispettarla, ossia ascoltandola con sistemi e apparecchi in grado di preservarne il fascino e la bellezza. Si è soliti dire che si comprende l’importanza di un essere umano quando viene a mancare, quando non c’è più. E ora che Pierre ci ha lasciato, ciò che ha scritto e ciò che ha detto assumono un ulteriore valore, un insegnamento prezioso, una testimonianza di amore e di passione. Chissà, forse ora Pierre si trova in un altro luogo nel quale ascoltare altri suoni, altre musiche che noi non possiamo ancora udire. Se così fosse, sono sicuro solo di una cosa: conoscendolo, si sarà già messo ad analizzarli e a valutare la loro qualità…
SCHUBERT SYMPHONY NO. 9 STRAUSS TILL EULENSPIEGEL SALOME, DANCE OF THE 7 VEILS MUSSORGSKY PICTURES AT AN EXHIBIOTN BRAHMS SYMPHONY NO. 3 THOMAS SCHIPPERS A RETROSPECTIVE
MOZART
CESARE SIEPI | FERNANDO CORENA | CESARE VALLETTI LEONTYNE PRICE | BIRGIT NILSSON DON GIOVANNI ERICH LEINSDORF | WIENER PHILHARMONIKER
Ciao Pierre, e grazie per quello che hai fatto.
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Sommario
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Editoriale
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In ricordo di Pierre… 12 Guida all’ascolto del Sampler Da Vinci Classics “Promo” 20 Dmitrij Šostakóvič, il musicista costretto a dormire vestito 36 McCoy Tyner, pianofortissimo 44 Consigli di lettura 48 Dream Theater, il “sogno” della loro musica continua 54 Il significato della musica 60 Cristiana Passerini, quando aspirare alla bellezza significa esplorare l’antico 66 Brian Wilson: un tormento lungo una vita 72 Alla scoperta del meraviglioso mondo dei nastri per il reel to reel 78 Il Ravel di Seong-Jin Cho, un viaggio nell’animo dell’uomo 82 Il “piccolo mondo moderno” narrato da Richard Dawson 86 Roberto Jonata, la musica per sentirsi liberi e per poter pensare 96 Il “Nocturne” di Gerry Mulligan 102 Dischi e giradischi, un binomio perfetto 108 Finale di potenza Armaghedon: metti una tigre nell’impianto
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114 Il Personal Computer, un’altra sorgente audio 120 La Meze 105 AER, quando l’aria diviene suono 126 Beethoven in compagnia di altri giganti
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Guida all’ascolto del Sampler Da Vinci Classics “Promo”
La seconda traccia è data da una delle arie più famose della storia dell’opera lirica, ossia Di quella pira dal Trovatore di Giuseppe Verdi, capolavoro cupo, che una certa tradizione critica vuole ispirato dalla madre del compositore, Luigia Uttini, alla quale il grande compositore fu molto vicino, al punto di soffrire moltissimo per la sua morte, e forse la controversa figura della zingara Azucena, presente nell’opera in questione, è stata ispirata proprio da lei. Qui, a cantare la conosciutissima aria è il tenore Roberto Aronica, con Sergio Pellegrini sul
di Andrea Bedetti
I lettori che avranno apprezzato sul numero tre della rivista il Sampler dedicato al genere jazz della label Da Vinci, ora hanno a disposizione quello riservato alla musica classica, con ben ventiquattro brani che spaziano dal Rinascimento fino al Novecento storico, passando attraverso la produzione barocca e romantica, tra autori noti e altri che meritano di essere finalmente conosciuti
podio che dirige l’Orchestra dell’Opera di Parma. La traccia che segue è un altro caposaldo della cultura musicale classica, più precisamente di quella cameristica, e vede la straordinaria violinista russa Ksenia Milas affrontare quell’autentica parete di sesto grado rappresentata dai 24 Capricci op. 1 di Nicolò Paganini; qui, l’artista di San Pietroburgo si cimenta con il primo di questi Capricci, l’Andante in mi maggiore, vero e proprio trampolino di lancio verso un virtuosismo a dir poco trascendentale. Poi, da Paganini si passa a un altro eroe dell’epopea romantica europea, Fryderyk Chopin, con un meraviglioso valzer, il n. 2 op. post.70 eseguito esemplarmente dal pianista Marco Sollini e nel quale, al di là della proverbiale capacità espressiva e melodica, si cela una perizia tecnica a dir poco prodigiosa. Per avere un’idea della capacità compositiva di Mario Castelnuovo- Tedesco, uno dei maggiori musicisti italiani del Novecento, applicata alla chitarra, strumento amatissimo dal compositore fiorentino, è sufficiente ascoltare El Canario , tratto da Escarramán , Suite di danze spagnole dal XVI secolo, op. 177, eseguito dal chitarrista Angelo Marchese, in cui le sei corde si trasformano in un festival di eleganza e di raffinatezza timbrica. Quando Andrej Gavrilov, uno dei massimi pianisti attuali, si siede davanti alla tastiera, diventa automaticamente una sentenza, a livello esecutivo ed espressivo, tramutando in oro sonoro tutto ciò che tocca. Basta ascoltarlo come risolve la tensione soffusa ed emotiva che permea l’undicesimo dei dodici Studi sinfonici op. 13 di Robert Schumann; l’assoluta padronanza della materia sonora, la capacità di portare progressivamente al climax il brano in questione, l’eloquio che si dipana tra sfumature e incisi, tutto concorre a rendere la grandezza di questo interprete eccelso della grande scuola russa. Il brano successivo, il settimo, ci trasporta indietro nel tempo per farci immergere nelle tipiche sonorità barocche e lo fa con il suo esponente più sommo e assoluto, Johann Sebastian
Dopo aver presentato l’etichetta discografica Da Vinci, mettendo a disposizione dei nostri lettori sul numero tre di Grooveback Magazine il Sampler dedicato al genere jazz, è ora la volta del “Promo” che la label , con sede a Osaka, ha confezionato per il suo catalogo riservato alla classica e che noi, su questo numero, mettiamo a disposizione per chi volesse scaricarlo gratuitamente. Per avere un’idea della varietà dei titoli, che ormai ha superato i mille titoli (sì, avete letto bene), e della qualità delle sue incisioni, giunge quindi a proposito questo “Promo” che presenta una tracklist di ben ventiquattro brani, che adesso andiamo a presentare e a esaminare. Il primo brano del disco è dedicato al primo tempo, Andante espressivo, dei due che compongono Deux Interludes en trio del compositore francese Jacques Ibert, un autore che, sebbene sia vissuto nell’epoca delle avanguardie e della rivoluzione del linguaggio musicale, fu un tradizionalista, legato alla grande scuola francese del secondo
Ottocento, al punto da scrivere testualmente «La musica contemporanea non dovrebbe limitarsi a vane combinazioni di timbri e suoni, né rinunciare alla sua posizione di forma d’arte espressiva per diventare il mero risultato della ricerca scientifica». Un perfetto esempio di tale proclama è fornito dai suoi Deux Interludes , nei quali il rigore stilistico si unisce a un’indubbia fantasia personale, arricchita da colori armonici impressionisti, echi barocchi (come nel primo interludio qui presentato dall’Arioso Furioso Trio), che rimandano inevitabilmente alla lezione di Ravel.
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Bach, del quale l’Ensemble La Selva esegue l’impegnativo Allegro, in forma di fuga, della Sonata per flauto dolce e basso continuo in mi minore BWV 1034. Restando in ambito barocco, la traccia successiva riguarda un altro grande di quel periodo, Georg Philipp Telemann, con il flautista Andrea Mogavero che esegue la prima delle dodici Fantasie TWV 40:2-13. In questa raccolta, il flauto traverso dimostra per quali motivi prese inevitabilmente il sopravvento, a quell’epoca, sul flauto diritto: la maggiore brillantezza, la possibilità di affrontare e superare scogli tecnici, la capacità espressiva, sono tutte caratteristiche che vengono esaltate, come dimostra l’affascinante esecuzione del flautista salentino. L’etichetta di Edmondo Filippini è anche assai attenta nel presentare titoli legati al mondo della musica antica, come dimostra il CD dedicato al cosiddetto Cancioner o de Uppsala , una straordinaria raccolta di villancicos , un genere di madrigali tipico della musica rinascimentale spagnola, presentato in due CD dal tenore messicano Baltazar Zúñiga e dall’Accademia degli Imperfetti. In questo “Promo” possiamo ascoltare l’ultima traccia registrata nel primo di questi due CD, Riu Riu Chiu La Guarda , uno splendido esempio in cui la dimensione melodica fornita dalla voce viene esaltata da un irresistibile senso ritmico. A volte, un disco permette di scoprire autori straordinari ma ancora poco conosciuti e un mondo fantasmagorico di suoni che avvinghiano fin dalla prima
nota: è quanto avviene con il CD Radio Buenos Aires, 20th Century Argentinian Songs , nel quale il baritono Piermarco Viñas e il pianista Matteo Corio eseguono canzoni del compositore argentino Carlos Guastavino, uno dei maggiori musicisti sudamericani del Novecento, non per nulla soprannominato lo “Schubert della pampa”. In questa tracklist è possibile ascoltare il seducente El clavel del aire blanco , in cui la tenerezza del canto si mescola alla tipica atmosfera malinconica che intride lo spirito argentino. Con la traccia successiva torniamo nel panorama della musica barocca attraverso
un autore che è ancora ingiustamente confinato ai margini della notorietà, il napoletano Francesco Mancini, di cui la flautista Maria De Martini e il clavicembalista Salvatore Carchiolo hanno registrato in due CD una rilettura di dodici Sonate per flauto o violino e basso continuo. Nel “Promo” viene presentato l’Allegro tratto dalla Sonata I in re minore, che mette in mostra un trascinante dialogo tra lo strumento a fiato e quello a tastiera. Tornando
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al continente sudamericano, non poteva mancare un contributo ad Astor Piazzolla; un a dir poco sontuoso gruppo di interpreti, per la precisione Andrea Dindo, Daniel Rivera, Enrico Fagone, Gabriele Baldocci, Luis Bacalov, Lyda Chen, Martha Argerich, Néstor Marconi e l’Orchestra di Padova e del Veneto, hanno dato vita a un contributo corale al grande compositore argentino nel disco Las Estaciones del Ángel . Nella tracklist del “Promo” è stato inserito il brano Tres minutos con la realidad , eseguito dal vivo con passione ed entusiasmo da Martha Argerich, Daniel Rivera, Néstor Marconi, Lyda Chen ed Enrico Fagone. In una retrospettiva dedicata a pagine cameristiche per violino e pianoforte inquadrate tra la seconda metà dell’Ottocento e la prima metà del Novecento, il violinista Alessio Bidoli e la pianista Stefania Mormone hanno presentato, tra l’altro, una rara composizione debussyana, Beau Soir , frutto di una trascrizione del sommo Jascha Heifetz fatta dal brano originale e scritto dall’allora giovane compositore francese come chanson su testo del poeta Paul Bourget. Quell’aureo periodo racchiuso con la definizione di “classicismo viennese” viene poi rappresentato da un tempo di una sinfonia di Franz Joseph Haydn, per la precisione l’Allegro assai tratto dalla Sinfonia n. 39, nell’esecuzione di Alessandro Maria Carnelli alla testa dell’Orchestra da camera di Mantova. Carnelli è anche un raffinato musicologo e in questo disco mette a confronto tre sinfonie nella tonalità del sol minore composte, oltre che da Haydn, anche da Mozart con la Sinfonia n. 25 e da Vanhal con la cosiddetta Sinfonia G1, eseguita nella versione conservata nell’Abbazia di Kremsmünster. Il nome del compositore spagnolo Fernando Jamandreu Obradors dirà poco o punto, tenuto conto che, sebbene sia vissuto nella prima metà del Novecento, vengono quasi persino a mancare sue notizie in ambito biografico. Ma basta ascoltare il CD che il mezzosoprano Daniela Nuzzoli, il soprano Maria Laura Martorana, il tenore Raúl Hernández e il pianista Olaf John Laneri hanno dedicato a tutte le sue canciones , per comprendere che ci troviamo di fronte a un musicista che merita di essere conosciuto e apprezzato. Nella tracklist del “Promo” è possibile ascoltare La mi sola Laureola , eseguita da Daniela Nuzzoli e accompagnata da Olaf John Laneri. Poi, dalla canción spagnola si passa al Lied di ambito austro-tedesco con Arnold Schönberg e un florilegio dei suoi Lieder come quelli dell’op. 2, raccolti nel CD The Hanging Gardens , interpretati
Da un grande romantico a un altro, Franz Schubert, al quale la pianista calabrese Ingrid Carbone ha voluto dedicare un disco con alcune delle sue composizioni più significative, tra le quali i celeberrimi Moments Musicaux D. 780, di cui possiamo ascoltare nella presente tracklist il quarto, quello in do diesis minore. Un altro musicista da rivalutare è il leccese Francesco Antonio Baseo, uno dei maggiori rappresentanti della musica antica del Sud, che nel 1582 fece pubblicare a Venezia Il primo libro dei Madrigali a cinque voci, registrato in prima assoluta mondiale da Gilberto Scordari e dai componenti della Schola Cantorum Barensis e di cui è possibile apprezzare nel “Promo” Quercia superba e lieta .
La grande musica si riconosce anche nel modo in cui può essere ulteriormente valorizzata attraverso mirate trascrizioni e riduzioni, come avviene per le famose Sonate clavicembalistiche di Domenico Scarlatti e che il chitarrista napoletano Luigi Attademo ha voluto presentare in un disco nel quale ha eseguito quindici trascrizioni per il suo strumento, tra cui la Sonata K.322 presente nella selezione della tracklist . Sempre restando nel campo della grande musica barocca, ecco il “Sassone” per eccellenza, Georg Friedrich Händel, di cui il flautista Giorgio Matteoli e i membri dell’Ensemble
Festa Rustica hanno inciso un CD con l’integrale di tutte le Sonate per flauto dolce. Abbiamo così modo di ascoltare dal “Promo” l’Allegro della Sonata per flauto e cembalo in fa maggiore HWV 369, in cui risulta evidente come la musica vocale, nella quale il “Sassone” fu a dir poco imbattibile, abbia influito anche nella sua produzione strumentale. Se parliamo di Bach, non possiamo riferirci solo al sommo Kantor di Eisenach, ma anche ai suoi figli che seppero seguire in modo illuminante la lezione del padre. Tra questi, vi è Carl Philipp Emanuel, il quinto e sicuramente il più famoso, soprannominato il “Bach amburghese”. Di questo grande organista e clavicembalista, il tastierista veneziano Giovanni De Cecco ha registrato su un clavicordo i Sei concerti per il cembalo concertato Wq. 43, composti proprio ad Amburgo a partire dal 1770. Nella tracklist è presente l’Allegro assai tratto dal Concerto n. 4 in do minore, nel quale risulta lampante tutta la sua geniale capacità inventiva incastonata in una rigorosa armonia trasmessa esemplarmente dal padre. Restando nel settore degli strumenti storici e filologici, è ora il momento del fortepiano sul quale il fortepianista Maurizio Paciariello sta portando avanti la registrazione delle Sonate beethoveniane. Nel primo CD dedicato a questa integrale, l’artista ha inciso anche le due Sonate op. 27, di cui si può ascoltare l’Allegro vivace della prima, in cui le peculiarità timbriche dello strumento permettono di cogliere la sovrana cristallinità della linea melodica sotto l’incalzare di un prodigioso senso ritmico. Per concludere il suo “Promo”, Edmondo Filippini ha scelto un autore italiano, Ottorino Respighi, che il duo pianistico formato da Gilda Buttà e Victoria Terekiev ha voluto includere nel suo CD Postcards from Italy , oltre ad altri due rappresentanti della
dal soprano Joo Cho e dal pianista Marino Nahon, che nel “Promo” presentano Waldsonne , il quale rappresenta il frutto dell’incontro della musica del compositore viennese con la poesia di Richard Dehmel. Il duo cameristico con Justina Auškelytė e Cesare Pezzi al pianoforte ha confezionato un CD in cui hanno registrato dieci brani di altrettanti autori, non per nulla il disco s’intitola Ten , e nel “Promo” è stata inserita una deliziosa pagina di Čajkovskij, la Melodia in mi bemolle maggiore, op. 42, fulgido esempio dell’eloquio melodico del grande compositore russo.
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musica italiana strumentale tra Ottocento e Novecento, ossia Giuseppe Martucci e Gian Francesco Malipiero. Nel loro disco, di Ottorino Respighi Gilda Buttà e Victoria Terekiev hanno trascritto per pianoforte a quattro mani il celebre poema sinfonico Le fontane di Roma e qui si ascolta l’impressionistica e fantasmagorica La fontana di Trevi al meriggio .
Per scaricare gratuitamente l’album Da Vinci Classics Sampler
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A cinquant’anni dalla morte del grande compositore russo, ripercorriamo alcuni passaggi della sua vita affrontando le opere del suo straordinario corpus sinfonico e quartettistico, veri e propri emblemi sonori di un artista costretto a fare i conti con il terrore di una dittatura capace di fiaccare e di piegare la volontà di chi fu costretto a vivere e a resistere sotto il suo perfido giogo Dmitrij Šostakóvič, il musicista costretto a dormire vestito Provate a immaginare un uomo che per circa quindici anni della sua vita fu costretto a dormire vestito e con una valigia pronta sotto il letto, terrorizzato all’idea che nel cuore della notte la polizia politica venisse a bussare violentemente alla porta di casa per portarlo via. Provate a calarvi nella testa e nel comportamento di quest’uomo, nel sapere che da un giorno all’altro avrebbe visto scomparire improvvisamente un amico, un conoscente, un parente, senza venire a sapere che fine avesse fatto. Provate a pensare che cosa può significare fare il musicista in una realtà in cui un regime dittatoriale osserva e reprime qualsiasi tendenza artistica contraria ai diktat imposti in fatto di espressione e di linguaggio, stigmatizzando, perseguitando, annichilendo nella vita sociale e negli affetti chi si può macchiare di una simile colpa. Per quindici, lunghi anni questa fu la quotidianità di Dmitrij Dmitrievic Šostakóvič, uno dei più grandi compositori del Novecento e del quale quest’anno ricorre il cinquantenario della sua morte, avvenuta a Mosca il 9 agosto 1975. In questo mio Il compositore Dmitrij Šostakóvič (National Portrait Gallery London).
scritto desidero ripercorrere, soprattutto a beneficio di coloro che non conoscono la produzione musicale di questo artista, alcuni passaggi della sua vita, così dolorosa e irta di ostacoli, e alcune sue composizioni, concentrate sulle sinfonie e sui quartetti per archi, che rappresentano, per questi due generi musicali, autentiche e imprescindibili pietre miliari.
di Andrea Bedetti
La stella di Dmitrij Šostakóvič irruppe nel firmamento della musica sovietica esattamente il 12 maggio 1926, quando a Leningrado, diretta da Nicolaj Mal’ko, fu eseguita in prima assoluta la sua Sinfonia n. 1 in fa minore, da lui composta a soli diciannove anni, fra il 1923 e i primi giorni di luglio del 1925. Quell’esecuzione procurò al giovane e geniale compositore una straordinaria popolarità, tale da varcare i confini del Paese, facendolo conoscere anche nel resto d’Europa e in America (nel 1927
Il direttore d’orchestra Nicolaj Mal’ko che diresse la prima assoluta della Sinfonia n. 1 di Dmitrij Šostakóvič.
Bruno Walter diresse questa Prima sinfonia a Berlino, mentre l’anno successivo fu la volta di Stokowski a Filadelfia e di Rodziński a New York, senza dimenticare le esecuzioni fatte nel 1931 da Toscanini). E i motivi di questa improvvisa e clamorosa fama sono presto detti: fin da questa Prima sinfonia, infatti, Šostakóvič offre all’ascolto quelle linee uniche ed essenziali della sua arte compositiva, che si possono riassumere nella proverbiale ritmica incisiva, a volte ossessiva e a tratti bizzarra, nell’uso spregiudicato e “irrispettoso” della dissonanza, così come in quel commovente e spiazzante lirismo attraverso il quale la luce della chiarezza e della bellezza andava a penetrare la compattezza di una disperazione tenebrosa (una peculiarità, questa, che portò ad associare il nome del nostro
compositore a quello di Gustav Mahler), il tutto arricchito e fissato da una strumentazione a dir poco originale e a uno sfruttamento della materia tematica fino all’ultima stilla, il che lo porta a proseguire e ad ampliare, in tal senso, la grande lezione beethoveniana. L’inizio di questo travolgente successo ha una data precisa, quella del 1919, quando Šostakóvič entrò al Conservatorio di San Pietroburgo, dove ebbe modo di studiare pianoforte con Leonid Nikolaev, solfeggio con Aleksej
Il compositore e direttore d’orchestra Aleksandr Glazunov, che spinse il Conservatorio di San Pietroburgo a concedere una borsa di studio al giovanissimo Šostakóvič.
Petrov e composizione con un eccelso musicista, Maksimilian Štejnberg, oltre ad ottenere una borsa di studio caldeggiata da Aleksandr Glazunov, il quale si rese conto che il tredicenne futuro compositore era davvero un ragazzino prodigio. Ma il fatto di essere straordinariamente dotato a livello musicale non permise a Šostakóvič di continuare a
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frequentare il corso di composizione e a questa delusione si aggiunse nel 1922 la morte del padre, che costrinse il ragazzo a lavorare come pianista accompagnatore nelle sale di proiezione di film muti per poter aiutare economicamente la famiglia. Se la Sinfonia n. 2 in si maggiore “Ottobre”, risalente al 1927, e la Sinfonia n. 3 in mi bemolle “Il primo Maggio”, composta due anni dopo, entrambe con la presenza del coro, sono opere concepite in nome di un sovrano modernismo, per quanto riguarda la prima, se non addirittura sulla falsariga di una sorta di sperimentazione formale, per quanto concerne la seconda, il discorso cambia risolutamente con la scrittura della Sinfonia n. 4, destinata, suo malgrado, a sconvolgere per sempre la vita del compositore, parallelamente alla composizione del suo capolavoro operistico, La Lady Macbeth del Distretto di Mcensk (leggi box a parte). La Sinfonia n. 4 in do minore fu scritta tra il 1935 e l’anno successivo, ossia proprio durante la virulenta campagna denigratoria orchestrata per screditare Šostakóvič. Di fronte a quell’attacco, saggiamente il compositore decise di ritirare la sinfonia che fu eseguita in prima assoluta solo nel dicembre del 1961, ossia otto anni dopo la morte di Stalin. Strutturata in tre tempi e con una durata che supera l’ora di esecuzione, la Sinfonia n. 4 rappresenta l’evoluzione finale di quel percorso rivoluzionario in termini musicali avviato con la Sinfonia n. 1 e portato avanti, senza un risultato altrettanto fecondo e profondo, con le due successive opere sinfoniche. Ciò che colpisce, fin dal primo ascolto, è come il compositore sia riuscito a trasformare la massa orchestrale in un organismo composito, capace di respirare, di urlare, di piangere, di gemere, parcellizzando tutta la materia musicale in momenti in cui le varie sezioni dell’orchestra assumono quasi un contesto “solistico”, tanto che non si sbaglierebbe se si volesse considerare questo lavoro un concerto per orchestra. Eruttando una sequela squassante di tutti , che si alternano, in più di un’occasione, a putrescenti e liquefatti miasmi depressivi, questo capolavoro del sinfonismo novecentesco conduce a un finale in ppp , in cui una linea sonora ossessivamente ripetuta dalla celesta assume i contorni di una domanda a cui non viene mai data una risposta. Ritirata la Sinfonia n. 4 per salvarsi la pelle, Šostakóvič ebbe un solo obiettivo, quello di rientrare nelle grazie di Stalin e della nomenklatura del regime. E lo fece con un atto di quella che può essere definita una vera e propria “prostrazione musicale”, rappresentata, paradossalmente, da quella che con la Sinfonia n. 7 è considerata la più famosa e tra le più eseguite opere sinfoniche del Novecento, la Sinfonia n. 5 in re minore, la cui composizione, avvenuta nel 1937, fu accompagnata da umilianti parole dello stesso compositore, ossia «una risposta positiva e stimolante da parte di un artista sovietico a delle giuste critiche». Suddivisa in quattro tempi, ebbe la prima esecuzione assoluta a Leningrado il 21 novembre 1937, con l’orchestra filarmonica della città diretta dal leggendario Evgenij Mravinskij, mentre la prima esecuzione in Occidente avvenne il 14 giugno dell’anno successivo alla Salle Pleyel di Parigi, con Roger Désormière sul podio. Prima, però, esattamente il 9 aprile, ci fu un’esecuzione, trasmessa dalla radio americana e diretta da Arthur Rodziński. È indubbio che la Quinta riprenda le idee e i concetti espositivi del sinfonismo tardoromantico, anche se Šostakóvič lo fa con un’impronta ben definita e personale, basata, anche per i motivi estetici invocati da Ždanov, a capo della politica artistica e culturale sovietica del tempo, su una maggiore semplicità di linguaggio (basti considerare come riesce a plasmare un impianto sinfonico immettendo sagacemente
all’interno di esso elementi specifici della musica cara al regime, come la marcia dei giovani Pionieri presente nel secondo tempo, la musica funebre nel terzo e quella smaccatamente “militare” nel finale). Secondo le intenzioni stesse dell’autore, in nome di un vero e proprio intento programmatico, enunciato a chiare lettere a scanso di equivoci, la sinfonia ha per tema lo sviluppo della personalità umana, con al centro della composizione la presenza di un uomo che si confronta con varie esperienze,
Il direttore d’orchestra Evgenij Mravinskij e Dmitrij Šostakóvič all’epoca della loro collaborazione riguardante l’esecuzione della Sinfonia n. 5 del compositore leningradese.
le quali confluiscono nel trionfale finale, all’insegna di uno sfrenato ottimismo e di una sconfinata gioia di vivere. Ma, sia ben chiaro, il trionfalismo emanato dal tempo finale è solo di facciata, costruito ad hoc per salvare la ghirba e per mettersi al riparo da possibili critiche. Tanto è vero che in privato, confidandosi con il solito Volkov, come riportato nel libro Testimonianza , pubblicato in italiano da Bompiani, Šostakóvič chiarì che il finale della sinfonia era intriso di un falso ottimismo, frutto unicamente di costrizioni. Le sue testuali parole, in quell’occasione, furono: «È come se qualcuno ti picchiasse con un bastone e intanto ti ripetesse: “Il tuo dovere è di giubilare, il tuo dovere è di giubilare”
e tu ti rialzi con le ossa rotte, tremando, e riprendi a marciare, bofonchiando: “Il nostro dovere è di giubilare”. Si può dunque definirla un’apoteosi quella della Quinta?». Superato il momento difficilissimo, quasi disperato, con Stalin e il suo sgherro Ždanov, Šostakóvič, pur conscio che non doveva assolutamente abbassare la guardia, poté anche assaporare le gioie regalategli dalla vita familiare, visto che dopo aver sposato nel 1932 Nina Vasil’evna Varzar, nel 1936 nacque la primogenita Galina e due anni dopo Maksim, destinato a diventare un apprezzato direttore d’orchestra. Inoltre, a livello professionale, fu nominato professore ordinario di composizione a Leningrado e diede avvio alla produzione dell’altro
Josif Stalin e Andrej Ždanov il giorno dei funerali di Sergej Kirov, il potente membro del Politburo, fatto uccidere dallo stesso dittatore il 1° dicembre 1934, in quanto invidioso e spaventato dalla sua fulminea ascesa ai vertici della nomenklatura sovietica.
genere musicale per il quale viene principalmente ricordato, quello del quartetto per archi, con il Primo in do maggiore “Primavera”, composto nell’estate del 1938 e improntato a un tipico modello classico, che rimanda alla struttura e alle dinamiche magistralmente delineate da Beethoven e da Schubert.
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In quello stesso periodo, Šostakóvič, tra l’estate e l’autunno del 1939, cominciò a elaborare il materiale che sarebbe confluito nella Sinfonia n. 6 in si minore; in un primo momento, nelle sue intenzioni, vi fu l’idea di dare vita a una sinfonia con la presenza del coro ispirata al poema Lenin del poeta rivoluzionario Vladimir Majakovskij, ma i fatti di quel periodo, dal patto Ribbentrop-Molotov appena siglato e dal tragico inizio del secondo del conflitto mondiale, passando alla concomitante invasione della Polonia orientale da parte delle truppe sovietiche, fino alle purghe che Stalin effettuava contro tutti coloro che osavano opporsi al suo potere assoluto, lo spinsero a mutare l’atmosfera e le finalità del lavoro, facendo affiorare una realtà musicale distorta, drammatica, quasi allucinata. Da qui, una costruzione dell’impianto del tutto particolare, con la presenza di tre soli tempi, un Largo, un Allegro e un Presto finale, che danno l’impressione di trovarci, come fu poi definita quest’opera, a una vera e propria sinfonia “senza testa”, restituzione di un mondo ormai impazzito, governato da un corpo “acefalo”, in cui le membra si muovono senza essere governate da un intelletto. Tutto ciò, musicalmente, viene reso attraverso una serie di “pannelli sonori” le cui mosse sono trasmesse da un senso opprimente in cui il tragico si tramuta nel grottesco e con un filo narrativo che non ha inizio, né una fine.
«Un’ora fa ho terminato la partitura della seconda parte di una mia nuova grande composizione sinfonica. Se mi riuscirà di concluderla bene, se riuscirò a ultimare la terza e la quarta parte, allora quest’opera potrà chiamarsi Settima sinfonia. Due parti sono già scritte. Ci lavoro dal luglio del 1941. Nonostante la guerra, nonostante il pericolo che minaccia Leningrado, ho composto queste due parti relativamente in fretta. Perché vi dico questo? Vi dico questo perché i leningradesi che adesso mi stanno ascoltando sappiano che la vita nella nostra città procede normalmente. Tutti noi portiamo
Il direttore d’orchestra Karl Eliasberg durante una delle prove effettuate con l’Orchestra della Radio di Leningrado prima dell’esecuzione della Sinfonia n. 7 di Šostakóvič, avvenuta il 9 agosto 1942 nella città ancora assediata dai tedeschi.
È stato affermato che la Sinfonia n. 7 in do maggiore “Leningrado” può essere solo amata o odiata, e la consuetudine vuole che sia amata soprattutto dai russi, perché solo loro possono capirla idealmente e visceralmente, mentre l’essenza, l’anima di questo lavoro non possono essere pienamente assimilati da uno spirito occidentale. Eppure, le cose non stanno propriamente così, poiché l’accettazione o il rifiuto di questa sinfonia non può essere relegato alla sola dimensione antropologica. Semmai, non si può dimenticare come questa sinfonia rappresenti, ancor prima che un atto di esaltazione verso Leningrado, o San Pietroburgo che dir si voglia, stretta nella morsa
il nostro fardello di lotta. E gli operatori della cultura compiono il proprio dovere con la stessa onestà e la stessa dedizione di tutti gli altri cittadini di Leningrado, di tutti gli altri cittadini della nostra immensa Patria. Io, leningradese di nascita, che mai ho lasciato la mia città natale, sento adesso più che mai la tensione della situazione. Tutta la mia vita e tutto il mio lavoro sono legati a Leningrado. Leningrado è la mia patria. La mia città natale, la mia casa. E molte altre migliaia di leningradesi sentono quello che sento io. Un sentimento di infinito amore per la città natia, per le sue ampie strade, per le sue piazze e i suoi edifici incomparabilmente belli. Quando cammino per la nostra città in me sorge un sentimento di profonda sicurezza, che Leningrado si ergerà per sempre solenne sulle rive della Neva, che Leningrado nei secoli costituirà un possente sostegno per la mia Patria, che nei secoli moltiplicherà le conquiste della cultura». Queste parole, estrapolate da un discorso fatto alla radio dallo stesso Šostakóvič il 16 settembre 1941, possono far comprendere meglio lo spirito con il quale il compositore mise mano a questa sinfonia, alla celerità con la quale la compose e che cosa poté rappresentare per i suoi abitanti. Sotto la spinta di questa frenetica creatività, Šostakóvič scrisse il 29 settembre il terzo tempo e il 27 dicembre a Samara, dove erano stati sfollati i principali artisti dell’Unione Sovietica sotto l’incalzare dell’avanzata tedesca, il Finale. La prima assoluta fu eseguita il 5 marzo dell’anno successivo nella Casa della Cultura di Samara dall’Orchestra del Teatro Bol’šoj diretta da Samuil Samosud e ripresa il 19 luglio a New York, dove l’intera partitura era giunta in microfilm con un viaggio a dir poco avventuroso attraverso la Persia e l’Egitto, dall’Orchestra della NBC diretta da Arturo Toscanini. Infine, il 9 agosto di quello stesso anno la sinfonia “Leningrado” risuonò anche nella Sala della Filarmonica della città a cui era stata intitolata, una città orami ridotta allo stremo dall’assedio tedesco; in quell’occasione furono richiamati dal fronte i musicisti dell’Orchestra della Radio diretti da Karl Eliasberg e furono perfino sistemati degli altoparlanti alla periferia della città, rivolti verso i soldati tedeschi, per far capire loro che la vita a Leningrado non era ancora finita.
Dmitrij Šostakóvič, in una foto scattata tra il 1938 e il 1939, con la primogenita Nina.
dell’assedio dell’esercito tedesco, durato dal settembre del 1941 fino al gennaio del 1944, proprio un atto di amore nei confronti di questa città, dei suoi abitanti, così come i romanzi di Michail Bulgakov rappresentano un supremo atto di ammirazione e di sconfinata nostalgia verso Mosca e i suoi abitanti.
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Sarebbe inutile aggiungere che, anche per via della sua enorme carica retorica, questa composizione, che consacrò definitivamente la fama internazionale dell’autore, fu subito approvata dalla nomenklatura sovietica. Inizialmente, Šostakóvič aveva progettato l’opera come un lavoro con soli e coro su testo proprio, per poi trasformarla in una specie di poema sinfonico ma, alla fine, decise di ritirare i titoli dei quattro tempi, vale a dire, “La guerra”, “Il ricordo”, “Gli spazi sconfinati della patria” e “La vittoria”. Ma è indubbio che la Sinfonia n. 7 è una composizione a programma in tutto e per tutto, in quanto il suo impianto formale, soprattutto per ciò che riguarda il primo e l’ultimo tempo, rende perfettamente l’immagine, tragica e grandiosa allo stesso tempo, della resistenza contro l’aggressione e l’assedio, acuita ed esaltata anche dal violento linguaggio musicale, così come dalle dimensioni gigantesche dell’organico (oltre agli archi, sono previsti tre flauti, due oboi, un corno inglese, tre clarinetti, un clarinetto basso, due fagotti, un controfagotto, quattro corni, tre trombe, tre tromboni, un basso tuba, timpani, triangolo, tamburello, tre tamburi militari, grancassa, piatti, tam-tam, xilofono, due arpe, con un ulteriore rinforzo della sezione degli ottoni dato da tre trombe, quattro corni e tre tromboni!). Certo, questa sinfonia rappresenta l’opera più monumentale, pomposa e popolare di Šostakóvič, una sorta di composizione teatrale espressa solo dagli strumenti, ma la cui connotazione generale dev’essere ricondotta e decodificata a quel preciso momento storico. Solo così si può comprenderla attraverso la sua magniloquenza, resa mediante una musica impattante d’immediata comunicativa e d’assimilazione emotiva. La Sinfonia n. 7 dà così avvio a quel trittico sinfonico dedicato alla tragedia della guerra e di come, di conseguenza, l’uomo si pone di fronte al dolore, alla sofferenza e allo spettro della morte. Temi, questi, ripercorsi dunque nel lavoro successivo, incarnato dalla Sinfonia n. 8 in do minore “Sinfonia della vittoria”, la quale conferma la predilezione di Šostakóvič per i grandi affreschi sonori; ancora una volta ci troviamo di fronte a una composizione, concepita nel settembre del 1943 ed eseguita in prima assoluta tre mesi dopo nella Sala Grande del Conservatorio di Mosca dal solito Mravinskij (al quale il compositore leningradese dedicò l’opera in questione), in cui non si può fare a meno di ammirare l’attenta e precisa elaborazione tematica che vede nell’esempio mahleriano il riferimento ideale, così come l’implacabile esaltazione dell’apporto ritmico, strutturato tra armonie dissonanti e perfino atonali, oltre al consueto apporto dato dalla dimensione caustica e caricaturale, che lascia tuttavia spazio a commoventi oasi melodiche dense di pathos e di coinvolgimento emotivo. Anche qui, come nella Sinfonia “Leningrado”, il costrutto musicale diviene trama narrativa, sorretta e costretta da quanto avviene in quel fatidico anno che si apre con la disfatta tedesca a Stalingrado (il sottotitolo della sinfonia è fornito proprio da questo evento) e con la progressiva ritirata delle truppe hitleriane dal territorio russo. Per raccontare ciò, Šostakóvič decide di ricorrere alla grande tradizione romantica, alla sua lezione legata alle opere di Berlioz, Liszt e dei connazionali Borodin e Čajkovskij. Proprio quest’ultimo, del quale Šostakóvič prende a modello la Quinta e la Sesta sinfonia, diviene l’elemento di raffronto portante attraverso il quale descrivere la lotta inane dell’uomo contro il destino travestito da tragedia della guerra.
Sul finire del conflitto Šostakóvič cercò di ampliare la sua caratteristica vena espressiva, esaltata e rappresentata perfettamente fino a quel momento dal genere sinfonico, anche attraverso l’altro repertorio destinato a restare centrale nella sua produzione, vale a dire il quartetto per archi. Non per nulla, a più riprese, anche nel corso di interviste, come in quella rilasciata nel 1972 al settimanale Time , il compositore leningradese affermò che lo spirito compositivo dei suoi quartetti non era dissimile a quello riservato al suo corpus sinfonico. Semmai, l’unica, vera differenza, a livello di ricerca linguistica, di decodificazione formale con la quale esprimere i suoi bisogni e le sue necessità di artista, risiede nel DNA che contraddistingue la sua produzione in questo genere cameristico, il quale è improntato a un’estrema raffinatezza e a una disarmante riservatezza grazie alle quali riesce a condensare, a liofilizzare la monumentalità che soventemente riserva alle sue creazioni sinfoniche. Inoltre, c’è un altro punto assai importante che differenzia, a livello di rapporto con le istituzioni culturali dell’Unione Sovietica del tempo, e questo vale sia per l’epoca staliniana, sia per quella del cosiddetto “disgelo” voluto da Nikita Chruščëv, la produzione sinfonica da quella quartettistica; se la prima vanta, per la nomenklatura , una maggiore funzione retorica, con un preciso scopo propedeutico e di indottrinamento per le masse, la seconda, al contrario, ha un minore raggio d’azione sociale, risulta essere più elitaria, più “esoterica” per ciò che riguarda la ricezione d’ascolto e d’assimilazione. Ciò permise quindi a Šostakóvič di “sperimentare” un tipo di linguaggio anche maggiormente “eterodosso” rispetto alle pretese stilistiche e ideologiche imposte dal regime sovietico, con una decisa apertura a quanto già delineato e concretizzato nell’ambito della musica occidentale dell’epoca. Sia ben chiaro, però, che tale approccio “sperimentale” fu portato avanti dal compositore in nome di un dialogo tra le parti del quartetto che non venne mai meno, andando così a limare quei contrasti e quelle tensioni presenti nelle sue partiture sinfoniche.
Così, dopo il Quartetto n. 1, risalente al 1938, ecco che Šostakóvič comincia a disseminare sul sentiero della produzione quartettistica nel corso degli anni una serie di creazioni che vanno a cementare progressivamente la sua presa di coscienza e di acquisizione compositiva in questo genere cameristico: nel 1944 scrive il Quartetto n. 2 in la maggiore, nel 1946 è la volta del Quartetto n. 3 in fa maggiore, tre anni più tardi compone il Quartetto n. 4 in do maggiore, nel 1952 dà alla luce il Quartetto n. 5 in si bemolle maggiore e
I membri del leggendario Quartetto Beethoven con Dmitrij Šostakóvič.
nel 1956 il Quartetto n. 6 in sol maggiore. Tutte pagine attraverso le quali il compositore leningradese progressivamente prende a mano a mano confidenza con un tipo di linguaggio variegato, ma sempre legato a una concezione “classica”. Inoltre, bisogna notare anche un altro aspetto, ossia di come Šostakóvič abbia applicato, per così dire, questo sviluppo linguistico della sua creatività compositiva spostandola nel corso del tempo dal genere della sinfonia a quello del quartetto per archi (basti considerare che
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