poi quelle per collegare l’amplificatore ai diffusori; qui, abbiamo una doppia opzione, in quanto l’Armaghedon può funzionare nella modalità stereo oppure in quella mono. Per attivare quest’ultima, si deve premere un pulsantino posto all’estrema destra del pannello: così, se si opta per la modalità stereo si dovranno collegare i cavi di potenza nelle due uscite poste al centro, come si può evincere dalle indicazioni riportate sul pannello stesso (contraddistinte dal colore nero), oppure se si sceglie la modalità mono, si dovrà farlo nelle uscite di color rosso. È ovvio, come suggerito dallo stesso Levorato, che permettendo all’Armaghedon di lavorare “a ponte”, si aumentino ulteriormente le prestazioni del finale di potenza, arrivando al punto di utilizzarne tre, due collegati ai bassi e uno ai medio-alti. Se proprio devo fare un appunto alla livrea del finale di potenza della Level, riguarda il pannello superiore dotato di una griglia per dissipare il calore, da cui si può vedere il telaio interiore che non è perfettamente allineato, sia ben chiaro che è solo un appunto di ordine estetico che può essere evitato se si pone un altro componente della Level sopra l’Armaghedon. Così, dopo aver effettuato una quindicina di ore di rodaggio, sono passato all’ascolto del finale di potenza. Il test di ascolto Certo, mi ha fatto una certa impressione collegare i cavi di potenza ai miei diffusori a torre del peso di quasi cento chili l’uno con questo “piccoletto” per pilotarli! Ma, conscio del fatto che lo stesso Levorato aveva affermato che l’Armaghedon è in grado di pilotare fior di diffusori, a patto che abbiano un’ottima sensibilità (e i miei AM Audio Supreme dotati di due tweeter e quattro midrange per canale ne hanno, visto che arrivano a 92 dB), vinto lo scetticismo iniziale, ho cominciato la prova di ascolto.
Il pannello superiore del finale di potenza, dotato di una griglia per dissipare il calore, da cui si può vedere il telaio interiore che non è perfettamente allineato.
Ho concentrato il test sulla musica liquida e su quella di alcuni CD; ho cominciato con questi ultimi, con un trittico di titoli di buona e mediocre resa tecnica della registrazione. Il primo disco preso in esame è stato quello che vede András Schiff eseguire su clavicordo alcuni capolavori di Bach in un’ottima incisione della ECM. Il motivo di questa scelta è presto detto: il timbro del clavicordo (strumento prediletto dal Kantor , in quanto gli permetteva di suonare durante le ore notturne senza disturbare i suoi familiari) è assai flebile e la sua efficacia risiede, in fase di riproduzione, nello sfruttamento della microdinamica capace di esprimere le sfumature timbriche dello strumento. Concentrando la mia attenzione sull’ultimo brano della tracklist , la meravigliosa Fantasia cromatica e Fuga BWV903, mi sono reso conto che l’Armaghedon era in grado di offrire non solo quella necessaria microdinamica atta ad esaltare lo splendido strumento usato dall’artista ungherese, una copia del modello di Jacob Specken, risalente al 1743, ma andando a lavorare e a riproporre anche la debita profondità dello spazio sonoro, senza mai eccedere in enfasi, soprattutto alla luce di quanto riprodotto nel registro medio-acuto, così critico in questo tipo di strumenti barocchi. Dopodiché, sono passato a quella che considero una delle peggiori prese del suono (e ne ha fatte tante!) effettuate dalla Deutsche Grammophon, quella che riguarda Les Préludes di Liszt con Herbert von Karajan e i fidi componenti della Berliner Philharmoniker, risalente al 1968. Avevo bisogno di una cattura del suono da incubo e di una massa orchestrale considerevole per ascoltare come il finale di potenza della Level se la sarebbe cavata. Ebbene, anche in questo caso il responso non ha deluso, in quanto l’Armaghedon di fronte al marasma delle sezioni orchestrali, a un suono
Il pannello posteriore dell’amplificatore della Peter & Son.
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