GrooveBack Magazine 005

frequentare il corso di composizione e a questa delusione si aggiunse nel 1922 la morte del padre, che costrinse il ragazzo a lavorare come pianista accompagnatore nelle sale di proiezione di film muti per poter aiutare economicamente la famiglia. Se la Sinfonia n. 2 in si maggiore “Ottobre”, risalente al 1927, e la Sinfonia n. 3 in mi bemolle “Il primo Maggio”, composta due anni dopo, entrambe con la presenza del coro, sono opere concepite in nome di un sovrano modernismo, per quanto riguarda la prima, se non addirittura sulla falsariga di una sorta di sperimentazione formale, per quanto concerne la seconda, il discorso cambia risolutamente con la scrittura della Sinfonia n. 4, destinata, suo malgrado, a sconvolgere per sempre la vita del compositore, parallelamente alla composizione del suo capolavoro operistico, La Lady Macbeth del Distretto di Mcensk (leggi box a parte). La Sinfonia n. 4 in do minore fu scritta tra il 1935 e l’anno successivo, ossia proprio durante la virulenta campagna denigratoria orchestrata per screditare Šostakóvič. Di fronte a quell’attacco, saggiamente il compositore decise di ritirare la sinfonia che fu eseguita in prima assoluta solo nel dicembre del 1961, ossia otto anni dopo la morte di Stalin. Strutturata in tre tempi e con una durata che supera l’ora di esecuzione, la Sinfonia n. 4 rappresenta l’evoluzione finale di quel percorso rivoluzionario in termini musicali avviato con la Sinfonia n. 1 e portato avanti, senza un risultato altrettanto fecondo e profondo, con le due successive opere sinfoniche. Ciò che colpisce, fin dal primo ascolto, è come il compositore sia riuscito a trasformare la massa orchestrale in un organismo composito, capace di respirare, di urlare, di piangere, di gemere, parcellizzando tutta la materia musicale in momenti in cui le varie sezioni dell’orchestra assumono quasi un contesto “solistico”, tanto che non si sbaglierebbe se si volesse considerare questo lavoro un concerto per orchestra. Eruttando una sequela squassante di tutti , che si alternano, in più di un’occasione, a putrescenti e liquefatti miasmi depressivi, questo capolavoro del sinfonismo novecentesco conduce a un finale in ppp , in cui una linea sonora ossessivamente ripetuta dalla celesta assume i contorni di una domanda a cui non viene mai data una risposta. Ritirata la Sinfonia n. 4 per salvarsi la pelle, Šostakóvič ebbe un solo obiettivo, quello di rientrare nelle grazie di Stalin e della nomenklatura del regime. E lo fece con un atto di quella che può essere definita una vera e propria “prostrazione musicale”, rappresentata, paradossalmente, da quella che con la Sinfonia n. 7 è considerata la più famosa e tra le più eseguite opere sinfoniche del Novecento, la Sinfonia n. 5 in re minore, la cui composizione, avvenuta nel 1937, fu accompagnata da umilianti parole dello stesso compositore, ossia «una risposta positiva e stimolante da parte di un artista sovietico a delle giuste critiche». Suddivisa in quattro tempi, ebbe la prima esecuzione assoluta a Leningrado il 21 novembre 1937, con l’orchestra filarmonica della città diretta dal leggendario Evgenij Mravinskij, mentre la prima esecuzione in Occidente avvenne il 14 giugno dell’anno successivo alla Salle Pleyel di Parigi, con Roger Désormière sul podio. Prima, però, esattamente il 9 aprile, ci fu un’esecuzione, trasmessa dalla radio americana e diretta da Arthur Rodziński. È indubbio che la Quinta riprenda le idee e i concetti espositivi del sinfonismo tardoromantico, anche se Šostakóvič lo fa con un’impronta ben definita e personale, basata, anche per i motivi estetici invocati da Ždanov, a capo della politica artistica e culturale sovietica del tempo, su una maggiore semplicità di linguaggio (basti considerare come riesce a plasmare un impianto sinfonico immettendo sagacemente

all’interno di esso elementi specifici della musica cara al regime, come la marcia dei giovani Pionieri presente nel secondo tempo, la musica funebre nel terzo e quella smaccatamente “militare” nel finale). Secondo le intenzioni stesse dell’autore, in nome di un vero e proprio intento programmatico, enunciato a chiare lettere a scanso di equivoci, la sinfonia ha per tema lo sviluppo della personalità umana, con al centro della composizione la presenza di un uomo che si confronta con varie esperienze,

Il direttore d’orchestra Evgenij Mravinskij e Dmitrij Šostakóvič all’epoca della loro collaborazione riguardante l’esecuzione della Sinfonia n. 5 del compositore leningradese.

le quali confluiscono nel trionfale finale, all’insegna di uno sfrenato ottimismo e di una sconfinata gioia di vivere. Ma, sia ben chiaro, il trionfalismo emanato dal tempo finale è solo di facciata, costruito ad hoc per salvare la ghirba e per mettersi al riparo da possibili critiche. Tanto è vero che in privato, confidandosi con il solito Volkov, come riportato nel libro Testimonianza , pubblicato in italiano da Bompiani, Šostakóvič chiarì che il finale della sinfonia era intriso di un falso ottimismo, frutto unicamente di costrizioni. Le sue testuali parole, in quell’occasione, furono: «È come se qualcuno ti picchiasse con un bastone e intanto ti ripetesse: “Il tuo dovere è di giubilare, il tuo dovere è di giubilare”

e tu ti rialzi con le ossa rotte, tremando, e riprendi a marciare, bofonchiando: “Il nostro dovere è di giubilare”. Si può dunque definirla un’apoteosi quella della Quinta?». Superato il momento difficilissimo, quasi disperato, con Stalin e il suo sgherro Ždanov, Šostakóvič, pur conscio che non doveva assolutamente abbassare la guardia, poté anche assaporare le gioie regalategli dalla vita familiare, visto che dopo aver sposato nel 1932 Nina Vasil’evna Varzar, nel 1936 nacque la primogenita Galina e due anni dopo Maksim, destinato a diventare un apprezzato direttore d’orchestra. Inoltre, a livello professionale, fu nominato professore ordinario di composizione a Leningrado e diede avvio alla produzione dell’altro

Josif Stalin e Andrej Ždanov il giorno dei funerali di Sergej Kirov, il potente membro del Politburo, fatto uccidere dallo stesso dittatore il 1° dicembre 1934, in quanto invidioso e spaventato dalla sua fulminea ascesa ai vertici della nomenklatura sovietica.

genere musicale per il quale viene principalmente ricordato, quello del quartetto per archi, con il Primo in do maggiore “Primavera”, composto nell’estate del 1938 e improntato a un tipico modello classico, che rimanda alla struttura e alle dinamiche magistralmente delineate da Beethoven e da Schubert.

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