GrooveBack Magazine 005

In quello stesso periodo, Šostakóvič, tra l’estate e l’autunno del 1939, cominciò a elaborare il materiale che sarebbe confluito nella Sinfonia n. 6 in si minore; in un primo momento, nelle sue intenzioni, vi fu l’idea di dare vita a una sinfonia con la presenza del coro ispirata al poema Lenin del poeta rivoluzionario Vladimir Majakovskij, ma i fatti di quel periodo, dal patto Ribbentrop-Molotov appena siglato e dal tragico inizio del secondo del conflitto mondiale, passando alla concomitante invasione della Polonia orientale da parte delle truppe sovietiche, fino alle purghe che Stalin effettuava contro tutti coloro che osavano opporsi al suo potere assoluto, lo spinsero a mutare l’atmosfera e le finalità del lavoro, facendo affiorare una realtà musicale distorta, drammatica, quasi allucinata. Da qui, una costruzione dell’impianto del tutto particolare, con la presenza di tre soli tempi, un Largo, un Allegro e un Presto finale, che danno l’impressione di trovarci, come fu poi definita quest’opera, a una vera e propria sinfonia “senza testa”, restituzione di un mondo ormai impazzito, governato da un corpo “acefalo”, in cui le membra si muovono senza essere governate da un intelletto. Tutto ciò, musicalmente, viene reso attraverso una serie di “pannelli sonori” le cui mosse sono trasmesse da un senso opprimente in cui il tragico si tramuta nel grottesco e con un filo narrativo che non ha inizio, né una fine.

«Un’ora fa ho terminato la partitura della seconda parte di una mia nuova grande composizione sinfonica. Se mi riuscirà di concluderla bene, se riuscirò a ultimare la terza e la quarta parte, allora quest’opera potrà chiamarsi Settima sinfonia. Due parti sono già scritte. Ci lavoro dal luglio del 1941. Nonostante la guerra, nonostante il pericolo che minaccia Leningrado, ho composto queste due parti relativamente in fretta. Perché vi dico questo? Vi dico questo perché i leningradesi che adesso mi stanno ascoltando sappiano che la vita nella nostra città procede normalmente. Tutti noi portiamo

Il direttore d’orchestra Karl Eliasberg durante una delle prove effettuate con l’Orchestra della Radio di Leningrado prima dell’esecuzione della Sinfonia n. 7 di Šostakóvič, avvenuta il 9 agosto 1942 nella città ancora assediata dai tedeschi.

È stato affermato che la Sinfonia n. 7 in do maggiore “Leningrado” può essere solo amata o odiata, e la consuetudine vuole che sia amata soprattutto dai russi, perché solo loro possono capirla idealmente e visceralmente, mentre l’essenza, l’anima di questo lavoro non possono essere pienamente assimilati da uno spirito occidentale. Eppure, le cose non stanno propriamente così, poiché l’accettazione o il rifiuto di questa sinfonia non può essere relegato alla sola dimensione antropologica. Semmai, non si può dimenticare come questa sinfonia rappresenti, ancor prima che un atto di esaltazione verso Leningrado, o San Pietroburgo che dir si voglia, stretta nella morsa

il nostro fardello di lotta. E gli operatori della cultura compiono il proprio dovere con la stessa onestà e la stessa dedizione di tutti gli altri cittadini di Leningrado, di tutti gli altri cittadini della nostra immensa Patria. Io, leningradese di nascita, che mai ho lasciato la mia città natale, sento adesso più che mai la tensione della situazione. Tutta la mia vita e tutto il mio lavoro sono legati a Leningrado. Leningrado è la mia patria. La mia città natale, la mia casa. E molte altre migliaia di leningradesi sentono quello che sento io. Un sentimento di infinito amore per la città natia, per le sue ampie strade, per le sue piazze e i suoi edifici incomparabilmente belli. Quando cammino per la nostra città in me sorge un sentimento di profonda sicurezza, che Leningrado si ergerà per sempre solenne sulle rive della Neva, che Leningrado nei secoli costituirà un possente sostegno per la mia Patria, che nei secoli moltiplicherà le conquiste della cultura». Queste parole, estrapolate da un discorso fatto alla radio dallo stesso Šostakóvič il 16 settembre 1941, possono far comprendere meglio lo spirito con il quale il compositore mise mano a questa sinfonia, alla celerità con la quale la compose e che cosa poté rappresentare per i suoi abitanti. Sotto la spinta di questa frenetica creatività, Šostakóvič scrisse il 29 settembre il terzo tempo e il 27 dicembre a Samara, dove erano stati sfollati i principali artisti dell’Unione Sovietica sotto l’incalzare dell’avanzata tedesca, il Finale. La prima assoluta fu eseguita il 5 marzo dell’anno successivo nella Casa della Cultura di Samara dall’Orchestra del Teatro Bol’šoj diretta da Samuil Samosud e ripresa il 19 luglio a New York, dove l’intera partitura era giunta in microfilm con un viaggio a dir poco avventuroso attraverso la Persia e l’Egitto, dall’Orchestra della NBC diretta da Arturo Toscanini. Infine, il 9 agosto di quello stesso anno la sinfonia “Leningrado” risuonò anche nella Sala della Filarmonica della città a cui era stata intitolata, una città orami ridotta allo stremo dall’assedio tedesco; in quell’occasione furono richiamati dal fronte i musicisti dell’Orchestra della Radio diretti da Karl Eliasberg e furono perfino sistemati degli altoparlanti alla periferia della città, rivolti verso i soldati tedeschi, per far capire loro che la vita a Leningrado non era ancora finita.

Dmitrij Šostakóvič, in una foto scattata tra il 1938 e il 1939, con la primogenita Nina.

dell’assedio dell’esercito tedesco, durato dal settembre del 1941 fino al gennaio del 1944, proprio un atto di amore nei confronti di questa città, dei suoi abitanti, così come i romanzi di Michail Bulgakov rappresentano un supremo atto di ammirazione e di sconfinata nostalgia verso Mosca e i suoi abitanti.

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