GrooveBack Magazine 005

per scrivere le prime nove sinfonie, il nostro compositore lo fece tra il 1923 e il 1945, mentre le ultime sei furono spalmate in un lasso temporale che va dal 1953 al 1971; allo stesso tempo, il suo corpus quartettistico vede i primi sei scritti tra il 1938 e il 1956, mentre gli altri nove, i più rilevanti e profondi, tra il 1960 e il 1974).

Quindi, lo Šostakóvič della maturità, quello che ormai padroneggia compiutamente uno stile affinato nel tempo, si rivolge maggiormente alla dimensione creativa offerta e generata dal quartetto per archi e lo spartiacque viene sancito dalla scrittura del Quartetto n. 7 in fa diesis minore, il quale rappresenta un prodigio di equilibrio fornito da un lato dalla sua sorprendente brevità e, dall’altro, da come il compositore riesce a instillare in essa un’architettura sonora a dir poco grandiosa e complessa. Quest’ultima, poi, si avvale, soprattutto nella sezione centrale del Quartetto, di un’incantevole “cantabilità”, di uno sviluppo lirico che non necessariamente salda questa composizione alle leggi “classiche” del genere, a cominciare dalla lezione beethoveniana e schubertiana, ma che fa invece parte di un processo più sottile e particolareggiato dell’elaborazione del materiale tematico espresso nella sua arcata generale. Insomma, Šostakóvič usa il “passato” per plasmarlo sulle basi e sulle urgenze di un “presente” da lui vissuto sempre con ansia, se non con disperazione. Non vi è quindi alcun dubbio: con il passare del tempo, la sua “autobiografia” sonora vede la sinfonia passare il proprio testimone al quartetto per archi, sancito nel Quartetto n. 7, dedicato alla prima moglie, Nina Vasil’evna Varzar, scomparsa nel 1954, ed eseguito in prima assoluta a Leningrado il 15 maggio 1960 dal Quartetto Beethoven, la leggendaria formazione cameristica sovietica alla quale Šostakóvič destinò quasi tutta la sua produzione quartettistica. Tornando indietro nel tempo e riprendendo il discorso relativo al genere sinfonico, la Sinfonia n. 9 in mi bemolle maggiore, composta nel 1945 e che conclude la trilogia dedicata alla guerra contro il nazismo, oltre ad essere la pagina sinfonica più sintetica, causò un’ulteriore frattura tra il compositore e la critica ufficiale del regime sovietico. Quest’opera, a conclusione del trittico, avrebbe dovuto logicamente cantare ed esaltare la vittoria finale contro il nemico tedesco, quindi irradiare la gioia scaturita dalla libertà riconquistata. Ma quando la sinfonia fu eseguita in prima assoluta a Leningrado il 3 novembre di quello stesso anno con ancora Evgenij Mravinskij sul podio, furono in

Lo scandalo de La Lady Macbeth del Distretto di Mcensk La Lady Macbeth del Distretto di Mcensk fu composta da Šostakóvič nel 1932 e si ispira all’omonimo romanzo breve di Nikolaj Leskov. Quest’opera, concepita in quattro atti e nove scene, vanta una trama assai tragica e complessa: una donna sposata, Katerina L’vovna Izamajlova, nella Russia zarista dell’Ottocento, si innamora di Sergej, un servo del suocero, uomo gretto e violento. I due amanti uccidono prima il suocero e poi il marito ma, scoperti, vengono deportati in Siberia. Lì, Sergej si innamora di un’altra prigioniera e la Lady, umiliata e ferita, si suicida, annegandosi nel fiume ghiacciato portando con sé la rivale. Quest’opera, titanica, geniale, disperata, nata sulla grande lezione drammaturgica della musica di Musorgskij e sul sinfonismo di Mahler, fu rappresentata in prima assoluta il 22 gennaio 1934 al Malij Teatr di Leningrado, continuando ad essere presentata, sempre con grandissimo successo, dapprima a Mosca e poi nel resto del mondo, fino a

quando il 26 dicembre 1935 fu rappresentata al Teatro Bol’šoj di Mosca. Quella sera, nel Palco A, dietro una piccola tenda, ci fu ad assistere Stalin in persona, il quale, secondo alcuni testimoni, dopo il primo intervallo decise di andarsene, evidentemente contrariato. Le conseguenze non si fecero attendere: il 22 gennaio 1936, sulla Pravda uscì sulla prima pagina un articolo non firmato, il che faceva comprendere che a scriverlo era stato lo stesso dittatore e il cui titolo, Caos anziché musica , era un chiaro e letale atto di accusa. Tra l’altro, in quell’articolo fu scritto testualmente: «Il potere della buona musica di avere effetto sulle masse è stato sacrificato per un tentativo piccolo-borghese e formalista di creare l’originalità tramite una clownerie a buon mercato. Un gioco di astuta ingenuità che può finire molto male».

molti a storcere il naso e ad accusare Šostakóvič del fatto che l’opera mancava di un chiaro contenuto sostanziale. Non solo, alcuni, come il critico Israel Nestiev, stroncarono la sinfonia accusando l’autore di essere stato negativamente influenzato da Stravinskij e dalla sua virulenta ironia dissacratoria, confermando di fatto quanto predetto dallo stesso compositore, ossia che «i critici si sarebbero deliziati a stroncarla». D’altra parte, questa ironia, che in alcuni punti si trasforma in un disarmante cinismo sonoro, come si evince dall’Allegro

Questo primo attacco fu poi seguito da altre critiche feroci che portarono Šostakóvič ad essere bollato “nemico del popolo”. Inutilmente, il compositore cercò di difendere e di spiegare la sua opera; quei continui attacchi lo persuasero del fatto che ormai si trovava in una situazione di grave pericolo. Lo stesso Šostakóvič confidò all’amico Solomon Volkov, il quale scrisse poi un libro dal titolo Stalin e Sostakovic . Lo straordinario rapporto tra il feroce dittatore e il grande musicista , che temeva seriamente di essere assassinato, al punto che non solo prese l’abitudine di dormire vestito, tenendo una piccola valigia con lo stretto necessario sotto il letto, ma giunse, nel periodo più disperato e angoscioso, addirittura ad aspettare durante la notte il suo arresto sul pianerottolo vicino all’ascensore, per non disturbare la sua famiglia, nel caso fossero arrivati gli uomini dell’NKVD, ossia la polizia politica del regime. Questo terribile periodo della vita del compositore leningradese è stato narrato, sotto forma di romanzo, da uno dei maggiori scrittori contemporanei, l’inglese Julian Barnes nel bellissimo e struggente Il rumore del tempo , edito in Italia da Einaudi.

La celebre foto che immortalò Dmitrij Šostakóvič (all’estrema destra) sul tetto del Conservatorio di Leningrado, poco prima che la città venisse assediata dai tedeschi, mentre prestava opera di pompiere volontario, dopo essere stato scartato al servizio di leva per motivi di salute.

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