GrooveBack Magazine 005

iniziale, dallo Scherzo e dall’Allegretto finale, giunge al punto di rappresentare il “culto” della vittoria facendo ricorso a una vera e propria buffoneria! Se la Sinfonia n. 9 causò un ennesimo scandalo presso la comunità musicale e la critica del regime, con la Sinfonia n. 10 in mi minore le cose non andarono di certo meglio. Creata nella seconda metà del 1953, quest’opera fu diretta in prima assoluta dal fido Evgenij Mravinskij, alla testa della Filarmonica di Leningrado il 17 dicembre dello stesso anno, con il risultato che l’Unione dei compositori sovietici decise di organizzare, nel marzo del 1954, addirittura un incontro di tre giorni per discutere e criticare la partitura dell’opera. Critiche che si concentrarono sul tipico carattere pessimistico e sulla dimensione “astratta” della musica che esprimeva; elementi così lontani dalle rigide direttive dell’estetica di regime, votate a una concezione ottimistica, celebrativa e di facile accessibilità, ancora di chiara impronta ždanoviana, tali da provocare attriti e cocenti incomprensioni per Šostakóvič. Eppure, qualcosa, molto lentamente, stava cominciando a mutare, a cambiare il processo di decodificazione critica nei ferrei gangli della nomenklatura sovietica, visto che il 5 marzo 1953 Stalin era morto (per ironia della sorte, quello stesso giorno morì anche Sergej Prokof’ev, la cui scomparsa passò naturalmente del tutto inosservata). Ecco perché, a distanza di tempo, la Sinfonia n. 10 fu giustamente considerata un “atto di risveglio”, la prima opera musicale di una grande rilevanza che annunciò l’irruzione dell’epoca post-Stalin. Anzi, come precisò in seguito lo stesso Šostakóvič, la tetra atmosfera pessimista che intride la sinfonia rappresenta l’opprimente figura staliniana e il periodo di terrore che investì l’Unione Sovietica durante la sua feroce dittatura. Ma sarebbe un imperdonabile errore ricordare questa pagina sinfonica solo per la sua caratura “anti- ideologica”; in realtà, ancora una volta, ci troviamo di fronte all’ennesimo tributo che il

compositore leningradese, sebbene attraverso uno stile del tutto personale e autonomo in termini di creatività, fece nei confronti dell’ineludibile lezione mahleriana reinterpretata alla luce della mutevolezza storica, dell’evoluzione compositiva e di quel percorso sonoro che andavano a piegare e ad adattare il passato secondo le necessità di un nuovo presente.

Il cambiamento del clima politico, l’allentamento, seppure non eclatante, delle restrizioni del regime nei confronti della libertà creativa, avviati con la Sinfonia n. 10, si riflettono e si acuiscono in Šostakóvič nella Sinfonia n. 11 in sol minore “L’anno 1905” e nella Sinfonia n. 12 in re minore “L’anno 1917”, entrambe dedicate alla commemorazione delle due grandi rivoluzioni, la prima fallita, la seconda decisiva per la Russia. La Sinfonia n. 11 fu composta nell’agosto del 1957 ed eseguita per la prima volta nella Sala Grande del Conservatorio di Mosca il 30 ottobre di quello stesso anno. Per comprendere con quale spirito il

Dmitrij Šostakóvič con il grande violoncellista e direttore d’orchestra Mstislav Rostropovič all’epoca della stesura della Sinfonia n. 11 del compositore leningradese.

compositore leningradese affrontò e volle ricordare questa prima commemorazione, appare imprescindibile rammentare quanto avvenne appena un anno prima, vale a dire i tragici fatti legati all’invasione dell’Ungheria e della repressione nel sangue operata dai carri armati sovietici e degli altri Paesi appartenenti al Patto di Varsavia per piegare gli insorti magiari. Sia nella Sinfonia n. 11, sia nella Sinfonia n. 12, come si vedrà oltre, Šostakóvič continua nella sua operazione di “attualizzazione delle istanze storiche”, ossia prendendo in prestito grandi eventi legati alla storia russa e adattandoli alle contingenze del suo presente, facendo trapelare, portando in superficie tutti quei tradimenti operati in nome di una rivoluzione, di un cambiamento che si erano realizzati solo in nome della retorica di un regime incapace di tramutare i sogni in realtà. Non per nulla, il grande violoncellista e direttore d’orchestra Mstislav Rostropovič, particolarmente legato alla Sinfonia n. 11 e assai vicino al compositore leningradese negli anni della sua creazione, ebbe modo di affermare: «Si tratta di una sinfonia scritta con il sangue, un’opera tragica dall’inizio alla fine, e forse non correlata precisamente al 1905 o al 1956 ma piuttosto al costantemente tragico cammino degli eventi umani. Ogni rivoluzione, dopotutto, è un evento drammatico». Ecco perché, per fissare più efficacemente questa “tragicità”, Šostakóvič diede una chiara programmaticità alla Sinfonia n. 11, di fatto trasformandola in un poema sinfonico, il che sposta l’ago della bilancia dalla proiezione compositiva mahleriana a quella squisitamente musorgskijana, al punto che lo stesso compositore ebbe modo di spiegare in seguito: «Vi è stato un momento in cui ho considerato l’undicesima come la più musorgskijana delle mie composizioni». L’intelaiatura programmatica vige anche nella Sinfonia n. 12 in re minore, la cui stesura risale all’agosto del 1961, e che più che una commemorazione vera e propria

Il cadavere di Stalin, esposto al pubblico nella Sala delle Colonne al Cremlino, poco prima di essere inumato accanto ai resti di Lenin nel mausoleo della Piazza Rossa a Mosca.

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