GrooveBack Magazine 005

Francesco Cataldo Verrina tratteggia la figura irrinunciabile e basilare del grande pianista di Filadelfia attraverso la disamina di cinque suoi fondamentali album che vanno dal 1967 fino al 1982 McCoy Tyner, pianofortissimo Francesco Cataldo Verrina McCoy Tyner ha sempre mostrato le stimmate di un predestinato, sviluppando uno degli stili pianistici più caratterizzati ed espressivi della storia del jazz moderno. Il fato fu benevolo con lui sin dagli inizi. Nato povero e costretto ad arrangiarsi con i lavori più duri e umilianti come il facchinaggio, ebbe la fortuna di abitare a pochi isolati da Bud Powell, di cui aveva iniziato ad imitare la tecnica, stimolato dalla madre che lo aveva avviato allo studio del pianoforte. Il giovane Tyner, dotato di un tocco potente, ma elegante e armonioso al contempo, cercò di fare sue tutte le istanze dei grandi maestri afroamericani, ampliandone e modernizzandone le intuizioni, ma soprattutto ponendosi in cima a quel lineage evolutivo del pianismo jazz che dagli anni Trenta raggiunse vette altissime fino all’avvento delle avanguardie. L’attività del giovane McCoy era partita intorno ai quindici anni, suonando in vari gruppi R&B, mentre il debutto jazzistico avvenne in grande stile: nel 1959 fu assoldato come gregario nel The Jazztet, il laboratorio sperimentale di Benny Golson e Art Farmer; un anno dopo, appena

ventunenne, fu reclutato da John Coltrane, divenendo parte integrante dello storico quartetto del sassofonista, con cui per i cinque anni successivi avrebbe contribuito a plasmare il corso della storia del jazz attraverso album come My Favorite Things, Live At The Village Vanguard, Impressions, A Love Supreme e altri. Fu proprio la scelta di non tradire mai la «regolarità dell’armonia» che costò a Tyner un sofferto e lacerante divorzio artistico da Coltrane. Toccanti le sue parole: «Penso che Dio volesse che stessimo insieme, ci sentivamo fratelli con una missione da compiere. La nostra connessione spirituale era inspiegabile: come parti di un solo motore, andavamo all’unisono». Dopo il divorzio da “Trane”, avvenuto nel 1965, per circa due anni, il pianista rimase senza contratto, barcamenandosi in situazioni varie e adattandosi a fare perfino il tassista, sebbene, contestualmente all’attività di sideman , tra il 1962 e il 1964, avesse pubblicato sei album per la Impulse! come solista. L’uso regolamentato del modale, innovativo, ma senza mai abbandonare la congruità dello sviluppo armonico, lasciandosi sopraffare dal demone della dissonanza e la fedeltà al suo personale cammino artistico divennero per Tyner una specie di viatico e un salvacondotto nell’accidentato e impervio mondo del jazz. Essendosi l’opera di McCoy consumata in un range spazio-temporale abbastanza ampio, abbiamo la possibilità di cogliere distintamente le tante evoluzioni e i mutamenti legati a una spiccata capacità di adattamento ai tempi, talvolta fedeli al canone più tradizionale del bop , altre volte latore di novità e anticipatore di istanze sonore. Si tenga presente che il pianista di Filadelfia, morto il 6 marzo 2020, vanta una discografia di oltre settanta titoli come band-leader . Molti di essi non hanno mai avuto il plauso della critica e alcuni sono perfino sfuggiti al controllo dei radar: ne ho scelti alcuni a rappresentanza dei vari passaggi evolutivi.

The Real McCoy , è il settimo album come band- leader , ma rimane di certo il primo nelle preferenze di numerosi appassionati di jazz. Il titolo fu emblematico, quasi che Tyner volesse informare il mondo: ecco questo è il vero McCoy, insomma ricomincio da qui. Il pianista veniva da due separazioni: la prima dalla Impulse! e l’altra dal quintetto di Coltrane. Era dunque il momento di ricominciare e la Blue Note gli mise a disposizione uomini e mezzi, soprattutto Tyner suonò con un piglio molto più maturo e deciso. Nonostante il set fosse affollato da comprimari di lusso come il

sassofonista Joe Henderson, il bassista Ron Carter e il batterista Elvin Jones, il pianoforte divenne l’elemento cardine, lasciando le sue impronte indelebili sull’album. Così, dopo circa due anni di astinenza The Real McCoy costituì una ripartenza ad alta velocità creativa. Tutte le composizioni sono farina del sacco di Tyner e segnano l’ingresso in quello che fu il nuovo corso della carriera, contraddistinta da una perenne crescita artistica che gli consentì di attraversare indenne tutte le fasi del jazz moderno. I punti salienti dell’album sono rappresentati da Passion Dance, Four By Five e Blues On The Corner . L’album rappresentò una summa di tutte le esperienze musicali del pianista, filtrate attraverso una prospettiva moderna, pur preservando taluni elementi residuali

McCoy Tyner seduto al suo pianoforte.

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