della tradizione, dove la sintassi tipica dell’ hard bop si apriva alle progressioni a volo libero, strizzando un timido sguardo alle avanguardie. (McCoy Tyner - «The Real McCoy», 1967). Venerdì 23 agosto 1968, McCoy Tyner aveva solo 29 anni quando, per conto della Blue Note, varcò la soglia del Van Gelder Studio per registrare Expansions che, sovente sottovalutato e trascurato, ebbe la sola colpa di essere stato pubblicato troppo presto dopo l’acclamato The Real McCoy . Per il resto, Expansions fu l’album che, più di ogni altro, allargò gli orizzonti del pianista di Filadelfia, mettendone in luce le doti di compositore e arrangiatore; soprattutto ne evidenziò la naturale crescita, ponendolo inequivocabilmente fuori dal cono d’ombra e dall’influenza coltraniana. Expansions fu il quarto album pubblicato per l’etichetta di Alfred Lion, ma sin dal titolo si intuisce che si trattava di un progetto ambizioso per Tyner, il quale mise insieme un ensemble più “espanso”,
e si scontrano, per poi dileguarsi sotto i colpi decisi della batteria; Ron Carter e Herb Lewis creano un dialogo tra violoncello e basso, mentre Freddie Waits rientra per avviare una piacevole conversazione sonora con Tyner. Costruito su un groove di basso mid-tempo simile a quello di Song For My Father di Horace Silver, Peresina, di chiara ispirazione latina, dimostra come Tyner fosse in grado di suonare con delicatezza, potenza e precisione al contempo. Le partiture degli strumenti a fiato, elegantemente miscelati da Shorter, Bartz e Shaw, contribuiscono a produrre assoli da manuale. Il microsolco si chiude con una ballata agrodolce, I Thought I’d Let You Know , firmata Cal Massey, che rappresenta il momento più tradizionale dell’album, unico brano non originale contenuto nel disco. Expansions è un album innovativo e geniale, forse una risposta all’inquieta ricerca sonora di Coltrane dopo A Love Supreme . Gli agili assoli di Tyner e l’accompagnamento turbolento, il modo di concepire l’arrangiamento e la struttura delle tracce hanno determinato negli anni successivi un’influenza innegabile su molti musicisti, pianisti in particolare. (McCoy Tyner - «Expansions», 1968) . Gli anni Settanta hanno indotto in tentazione molti musicisti, trascinandoli su terreni impervi, talvolta lontani anni luce dal modulo espressivo e compositivo tipico del jazz. McCoy Tyner non si era mai spinto oltre i confini dello sperimentalismo o delle avanguardie: tutte le sue innovazioni avevano seguito un metro di misura alquanto controllato e circoscritto. Arrivato alla Milestone, il pianista aveva cominciato a osservare nuovi mondi possibili e disegnare traiettorie sonore non perfettamente in linea con il passato. Sahara , pubblicato nel 1972, è certamente una delle sue opere più riuscite in assoluto e segna un ulteriore passo in avanti nella lunga iperbole evolutiva del pianismo jazz; certamente rappresentò lo stato dell’arte al momento della sua uscita, un volo ad ali
composto da sette musicisti: il sassofonista Wayne Shorter, ancora membro del Miles Davis Quintet, mentre Ron Carter sempre preso in prestito da quel gruppo, suonò il violoncello al posto del contrabbasso; alla tromba uno dei talenti emergenti di Filadelfia, Woody Shaw, il quale si era distinto insieme con l’organista Larry Young nell’album Unity del 1966; al sax contralto (e flauto) un valido altoista di Baltimora, Gary Bartz che, più tardi negli anni Settanta, sarebbe stato assoldato da Miles Davis; la ciurma fu completata dal bassista Herbie Lewis e dal batterista Freddie Waits.
L’album si apre con Vision , passando da un impulso dal passo deciso a una sorta di astrazione sonora. Dilatato sul tempo di dodici minuti e guidato dagli accordi percussivi di Tyner, è un tipico esempio di jazz modale anni Sessanta dal taglio propulsivo. Il brano appare assai sfarzoso e declamatorio, mentre gli strumenti a fiato armonizzano una serie di motivi simili a uno squillo, prima di erigere un ponte sostenuto dalla marcia forzata del basso di Herbie Lewis. Tyner sviluppa il primo assolo, giustapponendo gli accordi ed esplorando tutta la tastiera del piano da sinistra a destra e viceversa. Mentre il convoglio rallenta, Ron Carter conquista il proscenio con un intrigante assolo di violoncello dall’onirico effetto sospensivo, a cui seguono rapidi passaggi improvvisativi da parte di Wayne Shorter, Gary Bartz e Woody Shaw; quindi, l’ultima parola spetta al batterista Freddie Waits, con un breve assolo prima della ripresa del tema principale. L’influenza di Coltrane è evidente, al pari del ruolo giocato da Tyner nel definire il suono nei migliori dischi di “Trane”, dove l’enfasi è posta su brevi schizzi propedeutici ad assoli estesi e ripetitive vampate modali. Dopo la frenetica apertura, le acque si placano con la scintillante e afrocentrica Song Of Happiness che sviluppa un clima di rilassante serenità dal sapore orientale attraverso l’uso di scale pentatoniche. Smitty’s Place inizia con un breve cenno ad Art Tatum prima di trasformarsi nel pezzo più energico della sessione, caratterizzato da una serie di bonari duelli da parte dei membri del settetto. Il primo trova Wayne Shorter in giostra con Tyner; seguono Shaw e Bartz, i cui strumenti si intrecciano, s’incontrano
Il cosiddetto “The Milestone Jazzstars”: da sinistra, McCoy Tyner, Ron Carter, Al Foster e Sonny Rollins (© Bonnie Schiffman).
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