GrooveBack Magazine 005

spiegate verso la libertà, senza mai perdere la rotta. Tyner e compagni sfiorano le istanze del free , ma si fermano sulla soglia, elaborando un superbo costrutto sonoro, che rompe gli schemi e le regole, ma non deborda mai eccessivamente nella dissonanza e nell’atonalità; un diluvio di note in un vortice travolgente che seduce, ma non atterrisce l’ascoltatore medio. Fino a quel momento Tyner sembrava avere qualche difficoltà a navigare nei mari burrascosi solcati da “Trane” nei due o tre anni prima della sua morte avvenuta nel 1967. Con Sahara , Tyner trova il perfetto juste-milieu , il centro di gravità ideale su cui assestarsi. Il suo modus operandi è più vigile, strutturato e concreto rispetto al

ventitré minuti; una summa della storia del jazz post-moderno inseguita in tutte le latitudini e longitudini sonore possibili, ma evitando il mero esercizio di esotismo, attraverso un lavoro di squadra preciso ed ispirato, in cui il vero anfitrione è Sonny Fortune. Il suo flauto offre suggestioni sonore molteplici che guardano verso sconfinati orizzonti, mentre il batterista Alphonse Mouzon puntella il cammino esplorativo di Tyner con vari effetti percussivi. Il concept sonoro nella totalità riecheggia, al contempo, la maestosità, la bellezza, la crudezza e la miseria di un’Africa sconfinata, un deserto di solitudine, contraddizioni e seduzioni, tra viaggi e miraggi, dove la narrazione si sostanzia in una ridda di percussioni, intermezzi di flauto, vampate di ottoni e colpi di frusta sul piano. La vera forza del concept risiede nel variegato panorama sonoro, fitto di suggestioni che, metaforicamente, si dischiude sotto gli occhi del fruitore man mano che si procede nell’ascolto. I potenti accordi di Tyner e le esecuzioni fulminee della mano destra in Ebony Queen e Rebirth sono da cardiopalma, mentre in Valley Of Life McCoy prende in mano un koto , strumento giapponese a corde per filare un delicato arazzo impressionistico, ricamato dal flauto di Sonny Fortune. Sahara , registrato a New York nel gennaio del 1972 per la Milestone Records, rimarrà il picco più alto dell’estro creativo di Tyner per tutta la decade. (McCoy Tyner - «Sahara», 1972).

In Sama Layuca c’è il McCoy Tyner all’apice dei suoi poteri, sacerdote laico con i sacramenti e i paramenti del modale, il quale dirige la congrega, compone a schema libero, mentre quando abbassa le mani sui tasti disegna trame sonore con lussureggiante lirismo, intrecciando i fili di una musica dai tratti ecumenici. Sama Layuca vide il pianista contornato da un variopinto e variegato gruppo di comprimari di lusso: il vibrafonista Bobby Hutcherson, l’altoista Gary Bartz, Azar Lawrence al tenore e soprano, John Stubblefield all’oboe e flauto, il bassista Buster Williams, il batterista

Un McCoy Tyner pensieroso davanti al pentagramma di una delle sue composizioni.

tardo Coltrane, ma in lui arde il desiderio di concedere piena libertà al suono, attraverso un piglio aggressivo, una musicalità ricca di suggestioni e un reiterato attacco alle regole del pentagramma.

Sahara è la più riuscita rappresentazione del jazz anni Settanta: Sonny Fortune sembra invasato, i suoi assoli sono potenti e fluidi mentre si agita, si sdoppia, diventa trino, aggiungendo un coriaceo sax alto e un soprano sfolgorante al suo delicato lavoro sul flauto; il bassista Calvin Hill è solido come una roccia e le sue radici solcano profondamente la terra che calpesta; il batterista Alphonse Mouzon non perde occasione per dare fuoco alle polveri, la sua avanzata è sempre robusta ma flessibile; dal canto suo il titolare dell’impresa è intenzionato a trovare un nuovo territorio di caccia e

Billy Hart, Mtume e Guilherme Franco alle percussioni. Il concept si sostanzia sulla scorta di sonorità avvolgenti, dispiegate come una narrazione cinematografica, caratterizzata da un percorso esplorativo in crescendo. I cinque componimenti sono originali, legati da una sorta di causa-effetto e recano in calce la firma del band-leader. Registrato al Sound Generation Studio di New York per la Milestone il 26, 27 e 28 marzo 1974, Sama Layuca è un concept non frazionabile, sia pur suddiviso in singole tracce, che sarebbe più giusto chiamare movimenti, i quali appaiono ispirati, concatenati dal medesimo humus compositivo e impregnati nello stesso mood esecutivo, dove tutto è omogeneo nella struttura e si equivale per forza espressiva e temperamento poetico, mentre le melodie, le armonie e i poliritmi si muovono trascinati da una ventilata sensualità. Non manca neppure un duetto da accademia del jazz fra Tyner e Hutcherson in Above The Rainbow . Il periodo sotto contratto con la Milestone divenne per Tyner uno dei più prolifici e innovativi della carriera, avendo avuto l’opportunità di sperimentare una molteplicità di impostazioni stilistiche, mostrando un tocco di abile arrangiatore, assai evidente per la capacità di coordinare gli strumenti a fiato. Sama Layuca fu un momento di eccellenza del jazz anni Settanta, calato in un contesto di forte evoluzione. (McCoy Tyner - «Sama Layuca», 1974) .

a espandere la definizione di jazz. Tyner picchia deciso sui tasti e sviluppa una valanga di energia allo stato puro, ma canalizzata con precisione millimetrica, tanto da mettere a repentaglio la stabilità di qualsiasi pianoforte sotto l’attacco e la potenza di fuoco sprigionata dalle sue enormi mani. Il pianista è trascinato dal desiderio di sperimentazione, ma anche da quel contagioso misticismo nato dal movimento African Heritage , che aveva attratto molti musicisti afroamericani. Il fulcro dell’album è la title-track Sahara , srotolata sul tempo di oltre

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