Provate a immaginare un McCoy Tyner che, insieme con Carlos Santana, Stanley Clarke e Gary Bartz, varca l’uscio di uno studio newyorkese o californiano in un giorno non ben precisato, mentre la primavera tenta di strappare lo scettro del comando all’inverno. Siamo nel 1982, il jazz straight-ahead si lecca le ferite, il rock si è trasformato in pop, il punk addomesticato dai quattrini facili si è vaporizzato lasciando spazio alla cosiddetta new wave, la disco-funk ha progressivamente risucchiato buona parte dell’universo afroamericano garantendo guadagni mai visti e una copertura planetaria; per contro la fusion, nata dall’elettrificazione davisiana, ha iniziato a dilatarsi e a inglobare istanze sonore provenienti da ogni dove, mentre da una costola del mainstream sta nascendo lo smooth-jazz , una sorta di fusion leggera con pochi ottani, improvvisazione castrata e carburazione lenta, dove perfino musicisti giapponesi come il contraltista Sadao Wadanabe avrebbero avuto voce in capitolo.
ritmico-percussivo sviluppa un groove inarrestabile. I’ll Be Around , a firma McCoy Tyner e Stanley Clarke, è una ballata mid-range che evidenzia le virtù canore della Hyman locupletate dalla progressione armonica del pianista leader. La B-Side si apre con Señor Carlos , che tratteggia i contorni di quel modulo pop-dance-latino in cui la chitarra di Carlos Santana troverà la sua migliore espressione - come già detto - a partire dal decennio successivo. Nello specifico il pianoforte di Tyner sottolinea una valenza tipicamente jazz, sia nel fraseggio che nello sviluppo tematico. Perfino il basso elettrico di Clarke, con il suo assolo carico di presagi funk, disegna uno scenario post- fusion che sarà ripreso da molti succedanei. In Search Of My Heart ricompare l’ugola velluto mille righe di Phyllis Hyman che fa da piattaforma a una lunga progressione del piano, per poi involarsi in un vocalizzo intrigante e pastoso. Island Birdie è il classico esempio di fusion leggera dal passo afrolatino, vagamente in odor di Weather Report (nello specifico Black Market ), una formula praticata in quagli anni anche da Gato Barbieri, Joe Zawinul e dallo stesso Wayne Shorter nel post Weather Report. (McCoy Tyner - «Looking Out», 1982).
Un lavoro della fattura e con le fattezze di Looking Out , realizzato fra il Power Station di New York e il Larrabee di Hollywood, all’epoca aborrito da una certa critica, oggi sarebbe una mamma dal cielo. Il pianista di Filadelfia, sotto contratto con la Columbia Records, ne assecondò i desideri distillando un album a metà strada tra disco-funk-fusion e pop-latino con alcuni brani magnificati dalla voce di Phillys Hyman, portentosa ugola soul-jazz, in quel momento prestata alle dance floor . Ad abundantiam , va detto che Carlos Santana ha sfruttato le intuizioni di questo genere
ibrido, proponendole in vari dischi di successo a cavallo fra gli anni Novanta e Duemila. Looking Out descrive alla lettera il trionfo dell’ottimismo reaganiano di quegli anni, divenendo l’epitome più raffinata e jazzly di un’America opulenta, quasi risolta nei suoi confitti razziali, a metà strada tra Miami Vice e Flashdance , dove tra bianchi e neri sembrava regnare la pace e l’armonia, almeno sugli schermi cinematografici e negli studi di registrazione. L’album puntava essenzialmente al loisir e non aveva alcuna pretesa di essere una jam session o un set modello Blue Note registrato in presa diretta al Van Gelder Studio. L’ opener è affidato a Love Surrounds Us Everywhere , una fluida soul-dance-song vibrata dalle corde vocali di Phyllis Hyman, al cui servizio sfilarono musicisti di rango facilitati dagli arrangiamenti di Tyner. Vero protagonista in controcanto il sax di Gary Bartz, maestro di cerimonie e paladino del soul-jazz, spronato dallo zampillante fraseggio tyneriano. Il modello tracciato, a metà strada tra il tipico canto da sister-blues e un black-pop di lusso, venne presto ripreso da personaggi come Whitney Houston et similia . Finanche Aretha Franklin, in alcuni album degli anni Ottanta, approderà a questa dimensione canora di facile smercio, incastonata in arrangiamenti di lusso dai contrafforti smooth-jazz . Hannibal è una maratona funkified dall’impalcatura imponente, lanciata da uno speech dello stesso Tyner. Un vero feticcio per gli amanti delle orchestrazioni a metà via tra Philly Sound e Blaxploitation: in primo piano il sax contralto di Bartz e la chitarra di Charles W. Johnson, mentre dal canto suo Tyner con il piano synth fa da collante e dalle retrovie l’apparato
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