e tramandare inconsapevolezze storiche, assenza di opportune prassi esecutive e scelte editoriali di dubbia validità». Questo, però, è solo un ulteriore tassello relativo a un percorso discografico da lei iniziato in precedenza, sempre per la stessa etichetta milanese, attraverso due altre registrazioni, entrambe dedicate a Bach, la prima uscita nel 2009, dal titolo Suites, con trascrizioni da pagine liutistiche, e la seconda, risalente al 2020, in cui ha inciso sempre nella trascrizione per arpa le Sei Suites francesi. Questo suo desiderio di registrare composizioni bachiane all’arpa da dove nasce? Da un profondo amore per la musica di Bach, nutrito fin da bambina quando suonavo al pianoforte e saltuariamente all’organo alcune sue composizioni. Quando iniziai successivamente il percorso di studi con l’arpa, seppur appassionandomi subito
a questo strumento per la sua bellezza estetica, il piacevole contatto con le corde e la sonorità soave, non riuscivo a capacitarmi del fatto che, pur ritrovando in essa i presupposti polifonici, non mi fosse dato di suonare Bach. Era rimasto in me un vuoto, una commozione sospesa, un desiderio mai appagato che in età matura si manifestò nuovamente quando iniziai a cercare nuovi repertori solistici di maggior caratura culturale. Trovai per caso una copia della Suite BWV 997 e provai a eseguirla con l’arpa; da quel momento è iniziato un percorso che mi ha portato con naturalezza a desiderare di diffondere una tale bellezza. La musica di Bach, così come quella di altri sublimi compositori dello stesso periodo, era fattibile sull’arpa senza
Il leggendario arpista spagnolo Nicanor Zabaleta durante un suo concerto.
invece che non è accaduta, per l’appunto, con il conterraneo Nicanor Zabaleta. A questo punto, le domando: come hanno reagito nel corso degli anni i suoi studenti di fronte alla possibilità di applicare la sovrana capacità compositiva del Kantor alle possibilità tecniche ed espressive dell’arpa? Dalla pratica alla didattica il passaggio è stato naturale. Come non diffondere tra i miei studenti tutto ciò che stavo scoprendo e che stava letteralmente ribaltando veri e propri paradigmi tecnici ed estetici? Qualcosa che mi stava arricchendo così tanto dal punto di vista musicale, strumentale e, ciò che più conta, emozionale? L’inserimento di Bach nei programmi di studio è avvenuto con gradualità, primariamente attingendo dai repertori attribuiti al liuto e al Lautenwerk . In tal senso, è interessante far presente che un’opera di questi repertori, la Suite BWV 996, si trovava isolatamente già trascritta dall’arpista Marie Claire Jamet e pubblicata da Leduc per arpa sola, fruibile dagli arpisti più abili e avanzati che però si trovavano quasi sempre ad affrontare per la prima volta la scrittura bachiana, seppur in parte modificata ad uso arpistico, senza alcuna concezione stilistica
L’arpista e didatta bolognese Cristiana Passerini.
particolari limitazioni; attendeva solo che qualcuno l’amasse così tanto da praticarla, e non solo occasionalmente. L’arpa, da quel momento, ha ritrovato per me un ruolo e un senso solistico più elevato e nobile. Quindi, questo impulso a registrare Bach sotto l’angolazione dell’arpa nasce da una sua precisa volontà didattica, visto che storicamente il mondo interpretativo legato a questo strumento non ha saputo percorrere lo stesso sentiero esecutivo intrapreso, a suo tempo, da quello chitarristico attraverso la geniale figura di Andrés Segovia, cosa
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