L’etichetta discografica Red Records ha recentemente pubblicato l’inedito doppio vinile che riaccende i riflettori su una delle figure più emblematiche del jazz moderno Il “Nocturne” di Gerry Mulligan di Francesco Cataldo Verrina Quando Gerry Mulligan registrò il materiale contenuto in Nocturne aveva percorso tappe importanti della sua storia, passando indenne tra vicissitudini artistiche e personali. Il 2 aprile 1992, nella sua performance bolognese live in quartetto, il baritonista sfogliò la parte migliore del suo catalogo compositivo ed esecutivo, qui rappresentata da dieci brani da lui scritti con l’aggiunta di due standard. Dopo una serie di relazioni personali con donne che avevano sempre condizionato la sua esistenza, non sempre positivamente, Mulligan da tempo aveva trovato un’ancora di salvezza proprio in Italia, legandosi sentimentalmente alla contessa Franca Rota Borghini Baldovinetti, donna di carattere, con un atteggiamento diverso dal suo: la nobildonna era molto realista, ottimista e pragmatica, del tipo «se vuoi fare qualcosa, allora, fatti avanti e fallo». Dal canto suo, Mulligan confessò: «Io ero arrivato al punto di non riuscire più ad affrontare i rapporti con gli agenti e i promoters . L’intera scena era diventata qualcosa che non riuscivo a gestire». Così, Franca prese in mano la gestione della vita del sassofonista. Del resto, nonostante il successo planetario, Gerry Mulligan era stato un musicista unico e a tratti atipico, un perfetto raccordo tra un bop moderato e una forma di cool jazz , sovente legato alle istanze del cosiddetto West Coast Jazz . Scorrendo, però, la sua nutrita discografia, ci accorgiamo che il baritonista non ha mai nascosto la sua innata blackness e la naturale inclinazione a misurarsi ad armi pari con la nomenclatura del jazz afroamericano del dopoguerra: celebri i suoi duetti, ma soprattutto è facile constatare che nelle sue opere, al netto della tipologia di ensemble , non c’è mai una netta separazione fra i vari stilemi jazzistici. Il sassofonista newyorkese è stato uno dei pochi bianchi entrati nell’empireo del jazz del Novecento; universalmente accettato, soprattutto, all’unanimità, gli si riconosce una sorta di unicità e di dominio assoluto su uno strumento ingombrante come il sax baritono, che suonava con estrema leggerezza e naturalezza. Perfetto conoscitore dell’armonia e fine arrangiatore, Mulligan riusciva a stare musicalmente al fianco di chiunque, mentre la sua destrezza nel suonare, quale conseguenza dei trascorsi pianistici, apriva opportunità infinite al suo voluminoso sax. Come è possibile evincere anche dall’album Nocturne , Mulligan aveva un tono dolce e fluente, era un musicista serio, garbato che non amava l’eccessiva dissertazione critica sulla musica jazz che, a suo modo di vedere, poteva rovinare l’esperienza dell’ascolto. A tale proposito, il grande sassofonista ebbe modo di affermare: «Le persone che
parlano molto di jazz - questo potrebbe essere il problema di base - non sembrano divertirsi nell’ascoltarlo. Mi sembra che tutto il super-intellettualismo sulla tecnica, la mancanza di risposta all’emozione e al vero significato del jazz stiano rovinando il divertimento sia per gli ascoltatori che per i musicisti». Questa sua osservazione, per quanto di parte, potrebbe essere condivisibile, poiché il baritonista fu spesso vittima di categorizzazioni nette e schematiche, come ad esempio quella che sosteneva avesse catturato il suono della costa occidentale e quel particolare tipo di impostazione ritmica, soprattutto di esserne uno dei maggiori propulsori, etichetta che lo stesso Mulligan sconfessò dopo qualche tempo. Qualcuno lo indicava come un sostenitore, insieme con Warne Marsh e altri, delle teorie della scuola di Tristano, secondo cui la sezione ritmica dovesse dettare un tempo costante lasciando all’improvvisatore di turno il compito di muoversi liberamente. Sicuramente, quando negli anni Novanta, il sassofonista registro le tracce incluse in Nocturne era ormai considerato un luminare del jazz e una figura di riferimento conclamata e acclamata a vari livelli: estetico, strumentale e compositivo. Volendo ragionare per paradossi, diciamo che il successo di un musicista, a volte, potrebbe essere direttamente proporzionale al peso dello strumento che si trascina dietro. In fondo pur nella sua parabola artistica, non immune da alti e bassi, Gerry Mulligan fu una sorta di predestinato e la sua determinante partecipazione al Birth of the Cool consegnò immediatamente il musicista newyorkese alla storia. Oggi possiamo affermare che l’incontro con Miles Davis fu per Gerry Mulligan, al netto della sua genialità, un passaporto per le stelle che consente tutt’ora al suo personaggio di viaggiare metaforicamente all’interno della storia del jazz, più di ogni sua altra avventura discografica o concertistica. D’altronde, come ebbe modo di confermare lo stesso baritonista: «Sono stato fortunato a trovarmi nel posto giusto al momento giusto
Uno dei due dischi che fanno parte dell’inedito Nocturne di Gerry Mulligan gira su un leggendario Thorens dotato di braccio SME 3009.
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