1965 sulla rivista Brain, Norman Geschwind interpretava in tal modo, con grande eleganza, sintomi quali la perdita selettiva della capacità di leggere o il deficit limitato agli arti di sinistra nell’eseguire gesti comunicativi. Roger Sperry, nel 1981, meritò il premio Nobel per la Medicina interpretando la specializzazione degli emisferi cerebrali sulla base del sorprendente comportamento spesso mostrato dai pazienti cui erano state sezionate le connessioni interemisferiche del corpo calloso ( split-brain syndromes ). Negli anni più recenti, le tecniche di ricostruzione in vivo delle vie di sostanza bianca per mezzo di tecniche di elaborazione avanzate di immagini di Risonanza Magnetica Nucleare (RMN) cerebrale ha consentito di meglio caratterizzare il contributo delle connessioni intra- e inter-emisferiche al funzionamento cognitivo, suggerendo nuovi modelli interpretativi di classiche sindromi neuropsicologiche quali le afasie, la negligenza spaziale unilaterale e i disturbi della memoria. Tuttavia, l’acquisizione forse più originale ed eccitante scaturita dall’utilizzo delle moderne tecniche di indagine del cervello (EEG oltre che RMN), è la descrizione di network funzionali che connettono aree di corteccia cerebrale che si coattivano durante l’esecuzione di compiti cognitivi e che sono mediati da connessioni corticali dirette e indirette, espressione più evidente della necessaria collaborazione di centri distinti al servizio del funzionamento cerebrale che sottende la nostra attività psichica.
aree. Una delle grandi intuizioni dei primi Neuropsicologi (come vennero chiamati gli studiosi del rapporto mente-cervello a partire dalla metà del ventesimo secolo) fu che, affinché funzioni cognitive complesse potessero essere efficacemente mediate da una struttura biologica, era necessario che i vari centri di tale struttura parlassero tra di loro, ogni centro apportando il suo bit di conoscenza ed elaborazione all’informazione in questione. In mancanza di strumenti di indagine adeguati ad indagare le basi neuroanatomiche che sostenevano tali comunicazioni su larga scala (su piccola scala, le connessioni sinaptiche, che costituiscono i mattoni elementari di tale coro di contatti tra singoli neuroni, erano già state descritte da Santiago Ramón y Cajal alla fine del diciannovesimo secolo), le prime descrizioni si limitavano a “modelli cognitivi” con riferimenti solo molto approssimativi alle connessioni anatomiche che li consentivano. Già nella metà del secolo scorso, i neurologi del comportamento erano in grado di interpretare molte sindromi neurologiche sulla base di disconnessioni indotte da lesioni selettive di specifiche vie di sostanza bianca. In due articoli apparsi nel
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