Questa forma di esclusione pesa in modo particolare su chi vive in povertà o in condizioni di forte precarietà. Un numero di telefono attivo può fare la differenza tra essere richiamati per un colloquio di lavoro o perdere un’opportunità, tra completare una pratica o restare bloccati, tra mantenere un legame familiare o scivolare nell’isolamento, tra accedere a un servizio e rimanerne fuori. Il cellulare non è più, dunque, un bene accessorio, ma una dotazione minima di autonomia personale e sociale. Molti di noi sostituiscono il telefono quando quello precedente è ancora funzionante. Lo conserviamo senza più usarlo, finendo per considerarlo privo di valore, ma può diventare un ponte verso diritti, relazioni e possibilità. In questo passaggio sta il senso più profondo dell’iniziativa: trasformare uno spreco potenziale in una risorsa sociale, facendo del riuso non soltanto un gesto ambientale, ma un atto di riconnessione umana. L’iniziativa, promossa dal Prorettorato alle Politiche di Innovazione Sociale, dal Prorettorato all’Ambiente, alla Sostenibilità e alla Transizione energetica, dal Comitato per l’attuazione della Mission e Vision di Ateneo e dalla Divisione Sviluppo Organizzativo, è organizzata dall’Oratorio della Chiesa di San Francesco Saverio del Caravita di Roma, impegnato nel sostegno alle fasce più fragili, in collaborazione con il Dipartimento di Economia e Finanza. La sfida è tenere insieme due dimensioni che non dovrebbero più essere considerate separate: l’inclusione sociale e la sostenibilità ambientale, ovvero contribuire a ridurre l’esclusione digitale delle persone più fragili e prolungare la
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