di conoscenza. Ma proprio per questo occorre evitare che il richiamo all’incommensurabile diventi il modo elegante per non verificare ciò che invece si potrebbe verificare benissimo. Il rispetto per quanto sfugge ai numeri comincia dall’onestà su ciò che i numeri sanno mostrarci. Questo numero della newsletter attraversa la parola valori da prospettive disciplinari differenti. Nessuna la possiede per intero, ed è giusto che sia così. L’università è precisamente il luogo nel quale significati distanti di una stessa parola sono chiamati a convivere, a interrogarsi e a rendere conto gli uni agli altri: un esercizio che somiglia molto a ciò che chiediamo alle istituzioni quando domandiamo loro di rispondere di sé. Se c’è un valore che un ateneo può rivendicare senza retorica, è proprio questo: non avere paura di sottoporre alla prova dei fatti ciò in cui dichiara di credere.
indicatore possa smettere di descrivere un obiettivo per sostituirsi a esso, e come, una volta divenuto un traguardo, cessi di essere una buona misura. È una deriva che si osserva ogni volta che il numero prende il posto della finalità che doveva rappresentare. Vale per la qualità della ricerca; varrebbe allo stesso modo per l’equità, se la riducessimo a una quota da raggiungere anziché a una condizione da costruire. Misurare seriamente comporta perciò una vigilanza doppia: sui dati e sull’uso che se ne fa. Restano, naturalmente, i limiti propri di ogni misura. Ci sono cose che contano e che gli indicatori colgono solo in parte, o non colgono affatto: la qualità di un incontro, la libertà di una mente, il senso di appartenenza, la dignità con cui viene accolta una persona che arriva da lontano. Riconoscerlo è indispensabile, e non è una concessione: è ciò che impedisce alla misura di diventare l’unica forma legittima
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