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Newsletter di Ateneo n°14 #valore

UNINEWS TORVERGATA

Settembre 2026 n°14

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SOMMARIO

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In apertura di Barbara Martini Il valore invisibile della natura di Tommaso Russo Il valore del lavoro nell’era digitale di Melania Carteri Da scarti a risorse: valorizzare i rifiuti di Giulia Costa Equità e Sanità Pubblica: un binomio inscindibile di Giuseppe Liotta VALORI® - L’Albero delle Identità® di Ateneo di Gloria Fiorani, Ribana Andreea Chiper, Chiara Di Gerio

A ciascuno il suo valore di Pasquale Terracciano

LE RUBRICHE

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Direttrice responsabile Lucia Ceci

Progetto grafico Adriana Escobar Rios

UNINEWS TORVERGATA Contatti: uninews@uniroma2.it Web: https://n9.cl/uninewstv

Photo editor Riccardo Pierluigi

Web Scilla Gentili

Redazione Amedeo Balbi, Thomas M. Brown, Maria Novella Campagnoli, Francesco Cirulli, Claudia Roberta Combei, Tommaso Continisio, Maria Rosaria D’Ascenzo, Adriana Escobar Rios, Francesco Fabbro, Scilla Gentili, Francesca Grandi, Emanuela Liburdi, Federica Lorini, Michela Rustici, Andrea Sansone, Sabina Simeone

Chiuso in redazione: 21 settembra 2026

di Barbara Martini* In apertura

È un valore perché risponde a un principio di giustizia, e lo sarebbe anche se non producesse alcun beneficio ulteriore. Ma ha, insieme, effetti che si lasciano osservare: amplia le opportunità, consente di impiegare talenti altrimenti dispersi, migliora la qualità delle decisioni collettive, riduce i costi che le disuguaglianze generano e scaricano sul tempo lungo. Possiamo dunque riconoscere all’equità un valore intrinseco e, nello stesso tempo, misurarne alcune conseguenze. Tenere insieme le due cose è più difficile di quanto sembri, perché entrambe le scorciatoie sono seducenti. Se giustificassimo l’inclusione soltanto attraverso la sua convenienza, la renderemmo un investimento come un altro, difendibile finché rende e abbandonabile quando il rendimento non si dimostra: un diritto trasformato in ipotesi da verificare. Ma se la confinassimo per intero nella sfera dei principi, sottraendola a ogni riscontro, otterremmo l’effetto opposto e altrettanto comodo, quello di poterla affermare senza mai doverne rispondere. I valori non si riducono ai numeri. Tuttavia, quando orientano davvero le scelte di un’organizzazione, lasciano conseguenze che i numeri sanno almeno in parte rendere visibili. Che cosa significa, allora, affermare che un’università “ha dei valori”? La risposta più immediata sta nei documenti

I VALORI CHE SI CONTANO

La parola valore abita linguaggi diversi. In economia designa ciò che attribuiamo a un bene, a una risorsa, a un’attività; nel lessico morale indica ciò che riteniamo giusto, importante, degno di essere difeso. I due significati non coincidono, e sarebbe ingenuo forzarne la sovrapposizione. Ma non vivono nemmeno in mondi separati, e il fatto che una sola parola li ospiti entrambi non è un accidente del vocabolario: è il segno che attribuire valore e stimare una grandezza rispondono, in fondo, a una medesima domanda. Quanto conta questo?

L’equità offre un buon banco di prova.

*Delegata del Rettore alle Pari Opportunità e Inclusione - barbara.martini@uniroma2.it

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istituzionali: carte dei principi, piani strategici, dichiarazioni nelle quali gli atenei si impegnano a difendere il merito, l’inclusione, la libertà della ricerca, la dignità delle persone. Sono parole necessarie, e quasi sempre sincere. Ma non sono ancora valori pienamente realizzati: esprimono intenzioni e indicano una direzione. Un valore non coincide con ciò che si proclama; si riconosce nelle scelte quotidiane, nei comportamenti, nelle conseguenze che questi producono. E le conseguenze lasciano tracce nei fatti e, almeno in parte, nei numeri. L’inclusione ne è l’esempio più diretto. Un ateneo non diventa inclusivo perché lo afferma. Possiamo chiederci chi viene reclutato e chi resta escluso, chi avanza nella carriera e con quali tempi, chi raggiunge le posizioni apicali, chi trova un ambiente nel quale studiare e lavorare con serenità e chi invece sceglie di andarsene. Questi non sono dati aridi da contrapporre ai valori: sono i valori nella loro forma verificabile. Quando, anno dopo anno, i numeri mostrano che le donne raggiungono le posizioni apicali in misura minore e più tardi dei colleghi, non siamo davanti a un problema di rappresentazione o di comunicazione. Emerge una distanza misurabile fra i principi dichiarati e le pratiche effettive di un’organizzazione. È qui che la misura smette di essere soltanto una tecnica e assume un significato morale. Contare non è un gesto neutro, e non lo è per una ragione che precede il risultato: prima ancora di produrre un numero, la misura richiede di scegliere che cosa merita di essere contato. Ogni indicatore incorpora un giudizio su ciò che conta, e nel selezionarlo

rendiamo senza avvedercene, che cosa consideriamo importante. Un ateneo che rileva con cura la propria produzione scientifica e non tiene traccia di chi avanza e chi no ha già detto, senza scriverlo in nessun esplicito, spesso documento, quali fra i suoi valori dichiarati stia realmente presidiando. Il primo atto valutativo non è il calcolo: è la decisione di guardare. Da questa decisione discende una conseguenza impegnativa. Trasformare un impegno in un indicatore, e osservare come quell’indicatore si muove nel tempo, significa accettare di poter essere smentiti dai propri dati. Le organizzazioni che prendono sul serio i propri valori accettano di misurarne l’attuazione, non per classificare le persone o ridurre la complessità a una graduatoria, ma per distinguere gli impegni divenuti realtà da quelli rimasti sulla carta. Restare nel territorio del vago è più rassicurante, ma sottrae le dichiarazioni alla prova dei fatti. La trasparenza dei dati diventa così la misura della serietà degli impegni. L’università conosce meglio di altre istituzioni anche il rovescio di questa medaglia. Abituata da tempo a essere valutata, sa quanto rapidamente un

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di conoscenza. Ma proprio per questo occorre evitare che il richiamo all’incommensurabile diventi il modo elegante per non verificare ciò che invece si potrebbe verificare benissimo. Il rispetto per quanto sfugge ai numeri comincia dall’onestà su ciò che i numeri sanno mostrarci. Questo numero della newsletter attraversa la parola valori da prospettive disciplinari differenti. Nessuna la possiede per intero, ed è giusto che sia così. L’università è precisamente il luogo nel quale significati distanti di una stessa parola sono chiamati a convivere, a interrogarsi e a rendere conto gli uni agli altri: un esercizio che somiglia molto a ciò che chiediamo alle istituzioni quando domandiamo loro di rispondere di sé. Se c’è un valore che un ateneo può rivendicare senza retorica, è proprio questo: non avere paura di sottoporre alla prova dei fatti ciò in cui dichiara di credere.

indicatore possa smettere di descrivere un obiettivo per sostituirsi a esso, e come, una volta divenuto un traguardo, cessi di essere una buona misura. È una deriva che si osserva ogni volta che il numero prende il posto della finalità che doveva rappresentare. Vale per la qualità della ricerca; varrebbe allo stesso modo per l’equità, se la riducessimo a una quota da raggiungere anziché a una condizione da costruire. Misurare seriamente comporta perciò una vigilanza doppia: sui dati e sull’uso che se ne fa. Restano, naturalmente, i limiti propri di ogni misura. Ci sono cose che contano e che gli indicatori colgono solo in parte, o non colgono affatto: la qualità di un incontro, la libertà di una mente, il senso di appartenenza, la dignità con cui viene accolta una persona che arriva da lontano. Riconoscerlo è indispensabile, e non è una concessione: è ciò che impedisce alla misura di diventare l’unica forma legittima

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IL VALORE

Quando pensiamo al valore, la prima associazione è quasi sempre economica: quanto costa? Quanto rende? Questo processo si applica tanto ai prodotti artificiali quanto a quelli naturali: uno smartphone e un tonno possono essere acquistati nello stesso centro commerciale, con lo stesso denaro. Eppure esiste un’altra forma di valore, meno evidente ma molto più importante, dalla quale dipende il nostro futuro. l’insieme dei beni immediatamente e concretamente tangibili (le risorse naturali viventi e non viventi, come i combustibili fossili che derivano dall’attività di forme di vita) e dei «servizi ecosistemici», come la futura produzione di risorse quali cibo, acqua dolce, legname, la regolazione del clima, il supporto alla vita (per esempio la formazione e conservazione del suolo), e il valore culturale della biodiversità. La parola chiave è il futuro : ciò che avremo domani dipende da quanto consumiamo oggi. La FAO definisce la sostenibilità proprio come la capacità di utilizzare, conservare e rigenerare le risorse biologiche affinché continuino a produrre benefici anche per le generazioni future. INVISIBILE DELLA NATURA di Tommaso Russo*

Nel suo celebre libro Collasso , Jared Diamond mostra come numerose civiltà siano scomparse non per mancanza di ricchezza, ma perché hanno consumato il proprio capitale naturale senza accorgersi del suo reale valore. Foreste, suoli fertili, acqua, fauna e risorse marine sembravano inesauribili, fino a quando non lo sono più. Il capitale naturale è, nel complesso,

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*Professore Associato di Ecologia - tommaso.russo@uniroma2.it

Il vero progresso scientifico non consiste soltanto nel produrre nuove conoscenze. Consiste nel dare un valore misurabile a ciò che per secoli è rimasto invisibile. Ogni modello ecologico, ogni immagine satellitare, ogni campione di DNA ambientale contribuisce a trasformare la natura da semplice sfondo delle attività umane a patrimonio quantificabile, da comprendere e preservare. Perché possiamo proteggere davvero solo ciò che siamo capaci di riconoscere come prezioso . Come società, stiamo imparando (sulla nostra pelle) quanto costa il risanamento ambientale. Alcune aziende hanno imparato a “internalizzare” i costi associati a pratiche ambientali scorrette, e i prodotti generati da processi la cui sostenibilità è certificata vengono venduti a un prezzo più alto. Dal 2022, la biodiversità è un principio fondamentale della Repubblica Italiana, tutelato dall'Articolo 9 della Costituzione che impone la protezione degli ecosistemi e delle specie animali non solo per il presente, ma nell’interesse delle future generazioni. Siamo (purtroppo) molto lontani dall’avere, come specie, un comportamento sostenibile. Ma la quantificazione del valore della natura rappresenta un passo epocale per la società : testimonia l’acquisizione di una consapevolezza che potrebbe portare a una gestione più attenta e meno scellerata della natura.

La vera innovazione della sostenibilità consiste forse proprio in questo cambio di prospettiva: imparare a considerare la natura non come un patrimonio da consumare, ma come un capitale da mantenere vitale. Perché il valore più grande è quello che continuerà a esistere anche domani. I nostri antenati sono spesso caduti nella trappola di un’imperfetta conoscenza della natura e delle sue dinamiche: hanno eroso il capitale naturale e compromesso il loro futuro. Oggi disponiamo di conoscenze e strumenti che le società del passato non avevano. Inoltre i modelli ecologici e bioeconomici utilizzati per la gestione hanno compiuto enormi progressi. Integrando dati ambientali, osservazioni sul campo, immagini satellitari e informazioni sulle attività umane, questi strumenti consentono di simulare il modo in cui gli ecosistemi reagiscono ai cambiamenti climatici, allo sfruttamento delle risorse e alle diverse strategie di gestione. Non si limitano a descrivere ciò che accade oggi: aiutano a prevedere ciò che potrebbe accadere domani.

Fonti

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NELL’ERA DIGITALE IL VALORE DEL LAVORO

«Il primo fondamento del valore del lavoro è l’uomo stesso, il suo soggetto»: l’affermazione contenuta nell’enciclica Laborem exercens di Giovanni Paolo II esprime il primato della persona che lavora. Non è, dunque, il lavoro svolto a determinare il valore dell’uomo, ma è l’uomo a conferire valore al lavoro, strumento di sua realizzazione. Con il metro della dignità deve essere misurato ogni lavoro, il cui fine non può esaurirsi nel risultato produttivo, ma deve comprendere lo sviluppo di chi lo presta. Da tale premessa emerge la dimensione valoriale che il lavoro assume per l’uomo e per la società.

di Melania Carteri*

Tale relazione trova riscontro nella radice etimologica di “valore”, dal latino valor , derivato da valere : essere forte, sano, capace, e nella dimensione economico- funzionale del termine, quale attitudine di un bene o di un’attività a produrre utilità e risultati. In questa prospettiva, il lavoro è “valore” perché crea “valore”: genera benessere per la persona, per l’organizzazione e per la collettività. Tale lettura si salda con l’impostazione lavoro- centrica della Costituzione, che assume il lavoro quale fondamento della Repubblica, imperniata su un esteso riconoscimento di

diritti sociali dei lavoratori. Si delinea così un meccanismo circolare: la Costituzione pone il lavoro al centro del proprio progetto sociale e il lavoro trova nella persona il proprio centro e la misura del suo valore. Entro tale cornice si inseriscono i principi di dignità, libertà e uguaglianza, che concorrono a definire il benessere che il lavoro deve promuovere. Il lavoro genera: benessere individuale , quale mezzo di sostentamento economico ed estrinsecazione della personalità; benessere organizzativo ed economico , poiché la qualità della prestazione

*Dottoranda di Ricerca in Diritto Pubblico – melania.carteri@gmail.com

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contribuisce all’efficienza dell’impresa o dell’amministrazione; benessere sociale , concorrendo alla coesione della comunità e alla partecipazione della persona all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese. La trasformazione digitale sottopone oggi questo patrimonio valoriale a nuove tensioni. Il rischio è il rovesciamento del rapporto tra uomo, lavoro e strumenti, allorquando la tecnologia, anziché rimanere al servizio della persona, renda quest’ultima funzionale a sistemi capaci di condizionare i contenuti della prestazione. Algoritmi e intelligenza artificiale possono favorire benessere ed efficienza, ma anche produrre dipendenza, controllo e perdita di autonomia. La sfida è impedire che l’innovazione trasformi il lavoratore da soggetto della prestazione a mero elemento del processo tecnologico. Formazione continua, valorizzazione delle competenze e rafforzamento delle garanzie rappresentano nuove frontiere per preservare il primato della persona. Nell’era digitale, il valore del lavoro si misurerà anche nella qualità del risultato prodotto attraverso le tecnologie, che non può prescindere dal ruolo attivo dell’uomo, chiamato a governarle con competenza e a orientarne l’impiego al benessere complessivo della società.

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A RISORSE: VALORIZZARE I RIFIUTI DA SCARTI

di Giulia Costa*

È ben noto che le risorse del nostro pianeta sono limitate e che lo smaltimento dei rifiuti e degli scarti industriali provoca danni all’ambiente. Molti paesi, tra cui l’Italia, stanno sviluppando processi che permettono di ridare valore ai materiali a fine vita realizzando nuovi prodotti. Sono state proposte tante idee e strategie cosiddette di economia circolare, ma è sempre possibile valorizzare un rifiuto? Quali sono gli aspetti chiave da considerare? Il valore di un prodotto in genere si associa al suo prezzo che dipende da come è stato realizzato, dal pregio dei materiali che lo compongono e dalla richiesta del mercato. Ai rifiuti o agli scarti viene al contrario associato tipicamente un costo legato a come verranno gestiti o smaltiti, non un valore. Come possiamo cambiare paradigma? Certamente bisogna partire dalla conoscenza della composizione dei rifiuti da valorizzare, dall’utilizzo di trattamenti che permettano di ottenere

il prodotto desiderato, ma anche da una accurata selezione a monte. Ad esempio, per produrre compost di qualità e fertilizzanti da reimpiegare in agricoltura a partire dal trattamento biologico di scarti agricoli e rifiuti organici domestici, è fondamentale attuare una buona raccolta differenziata. Un altro aspetto chiave è che il prodotto deve avere un mercato, e quindi deve presentare proprietà tecniche adeguate che rimangano tali anche nel tempo, un costo competitivo rispetto a quello dei prodotti ottenuti da materie prime vergini, e non deve causare impatti negativi all’ambiente e alla salute umana.

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*Professoressa Associata di Ingegneria Sanitaria Ambientale - costa@ing.uniroma2.it

Già da questa considerazione è facile intuire che il compito è tutt’altro che semplice! Da dove si parte? Sicuramente dall’analisi dei materiali da valorizzare che va ripetuta nel tempo considerando che uno degli aspetti sfidanti dell’uso di rifiuti o scarti è legato alla variazione che possono subire nel tempo, sia in termini quantitativi che di composizione. Poi si testano in laboratorio, quindi a piccola scala, i trattamenti di valorizzazione ideati, basati su processi meccanici, termici, biologici, chimici, oppure su loro combinazioni, e che permettano di ottenere uno o più prodotti. Una fase fondamentale della sperimentazione riguarda la valutazione delle proprietà dei prodotti in termini delle loro prestazioni tecniche, in genere regolamentate da specifiche norme. A differenza dei materiali tradizionali però, per i prodotti ottenuti dal trattamento di rifiuti è necessario valutare anche se il loro utilizzo comporti effetti avversi per l’ambiente, come ad esempio il rilascio di contaminanti a contatto con la pioggia. A tal fine possono essere realizzati test di laboratorio specifici, i cui risultati possono essere confrontati con i limiti di legge e anche interpretati utilizzando modelli che simulino il trasporto e il destino dei contaminanti nello scenario di utilizzo.

processo viene quindi ottimizzato per ottenere proprietà tecniche e ambientali compatibili e testato a scala maggiore, fino a quella industriale, per valutarne la fattibilità tecnica ed economica. È chiaro che più alto è il valore del prodotto tradizionale sostituito e maggiore può essere la fattibilità del processo. Questo è il caso dello stabilimento industriale realizzato recentemente ad Imola che tratta scarti di lavorazione in fibra di carbonio riconvertendoli in pellet o tessuti in fibra di carbonio utilizzabili nell’industria automobilistica, aerospaziale e nautica. Inoltre, gli impatti ambientali stimati associati all’intera filiera di produzione utilizzando gli scarti risulterebbero significativamente minori rispetto a quelli del ciclo di produzione tradizionale. Questo è un aspetto tutt’altro che scontato e che va sempre indagato in maniera rigorosa. È qui infatti che a mio parere emerge il valore aggiunto e invisibile di un prodotto realizzato a partire da uno scarto: la possibilità di ridurre l’uso di materie prime, acqua, ed energia e di limitare le emissioni di gas serra e di inquinanti nell’ambiente.

Fonti

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EQUITÀ E SANITÀ PUBBLICA: UN BINOMIO INSCINDIBILE

di Giuseppe Liotta*

Il tema dell’equità nella sanità pubblica è molto attuale là dove l’equità rappresenta un elemento decisivo, sia perché il sistema sia efficace sia perché questa percezione da parte dei pazienti, cioè che il sistema lavora con equità, è molto importante per aumentare la fiducia nel sistema stesso. Margareth Whitehead, una delle autrici che maggiormente ha riflettuto sull’equità la definisce cosi: «L’equità in materia di salute implica che, idealmente, tutti dovrebbero avere pari opportunità di raggiungere il proprio pieno potenziale di salute e, in termini più pragmatici, che a nessuno dovrebbe essere impedito di raggiungere tale potenziale, se ciò può essere evitato».

Tale definizione implica che la società tutta deve compiere uno sforzo in questa direzione, per mettere a disposizione di tutte e tutti uno strumento di potente redistribuzione delle opportunità nel campo della salute, come è il Servizio Sanitario Nazionale. Si comprende facilmente l’importanza di questa redistribuzione: le persone con minori risorse socio- sanitarie sono quelle con la minore speranza di vita. Ma processi come la riduzione della mortalità cardiovascolare, che si è verificata in Italia ed in molti altri paesi, dovuta al combinarsi di un’efficace azione di prevenzione primaria sugli stili di vita con la riduzione della mortalità in acuzie frutto di nuove tecnologie come l’angioplastica coronarica, hanno permesso di osservare la riduzione del divario di mortalità tra persone con diverse risorse socio-economiche. Si tratta di un enorme successo della sanità pubblica che ha

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*Professore ordinario di Igiene generale e applicata - giuseppe.liotta@uniroma2.it

salvato la vita di migliaia di persone; un grande processo di equità perché ha offerto pari opportunità a tutti i cittadini senza discriminazioni. Un altro esempio della riduzione dei divari di salute tra ricchi e poveri sono gli screening per le patologie oncologiche e molto altro. Le mancanze di equità, cioè le disparità sanitarie, comprendono «differenze legate al genere, alla razza o all’etnia, al livello di istruzione o al reddito, alla disabilità, al fatto di vivere in zone rurali, alla mancanza di accesso ai servizi sanitari o all’orientamento sessuale». Io aggiungerei l’età (nel senso di età avanzata) e l’isolamento sociale che sempre di più si rivelano fattori di disparità sanitaria. In molti casi infatti l’età avanzata, o la mancanza di supporto sociale, rappresentano un ostacolo a fruire dei servizi sanitari o assistenziali quando si manifestano dei bisogni assistenziali. Si arriva al paradosso che chi ha più necessità di assistenza, ha spesso più difficoltà ad usufruirne proprio perchè i servizi possono diventare non raggiungibili. Sono tante le situazioni che si verificano nella realtà: orari di apertura che sono incompatibili con eventuali accompagnatori; servizi collocati in

luoghi troppo lontani per chi, ad esempio, non può prendere i mezzi pubblici; il dover ricorrere per la stessa necessità assistenziale a servizi diversi che operano in sedi diverse; una digitalizzazione dei servizi (ad esempio delle prenotazioni per le visite specialistiche) che non tiene conto dei limiti dei più anziani. In questo modo il Servizio Sanitario Nazionale, pensato come uno strumento capace di mettere al centro il cittadino e le sue necessità per offrire a tutti le stesse opportunità di cure, o almeno un livello minimo di cure a cui tutti possono accedere indipendentemente dalle condizioni in cui vivono, diventa uno strumento che approfondisce le disuguaglianze perché proprio chi ha più bisogno di aiuto non riesce ad ottenerlo. Oggi è necessario tenere conto dei cambiamenti demografici, epidemiologici ed assistenziali per continuare ad offrire le stesse opportunità nel settore della salute a tutti. Ne va dell’equità del sistema e quindi della qualità della nostra vita collettiva.

Fonti

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VALORI

®

L’ALBERO DELLE IDENTITÀ DI ATENEO ®

modo partecipato valori identitari, obiettivi strategici, risultati, impatti e contributo delle persone che vivono l’Università e per accogliere il Bilancio di Metà Mandato Rettorale , previsto per settembre 2026. In questa prospettiva, la rendicontazione non resta un documento tecnico, ma diventa un racconto aperto, utile a comprendere dove l’Ateneo sta andando e come ciascuno può contribuire. Il progetto risponde a un bisogno emerso anche dal canale di ascolto permanente “Cosa ti aspetti da un Ateneo sostenibile?”, attraverso cui studentesse e studenti, docenti, personale e stakeholder hanno evidenziato l’importanza di inclusione, sostenibilità e coesione comunitaria. L’obiettivo non è solo raccontare ciò che l’Ateneo fa, ma coinvolgere la comunità nel riconoscere e costruire insieme il proprio contributo. La dimensione più visibile di VALORI® è l’Albero delle Identità dell’Ateneo Tor Vergata, opera partecipata permanente

di Gloria Fiorani, Ribana Andreea Chiper, Chiara Di Gerio*

Come possono i valori di un ateneo diventare esperienza condivisa e coinvolgimento della comunità? Da questa domanda nasce VALORI®, acronimo di Vision, Appartenenza, Legami, Obiettivi, Risultati e Impatti, il progetto dell’Università degli Studi di Roma Tor Vergata che racconta l’identità e il percorso di sostenibilità dell’Ateneo in modo accessibile, dinamico e partecipato.

VALORI®

unisce

rendicontazione,

formazione, stakeholder empowerment. Non è solo un sito o uno strumento di comunicazione: è uno spazio innovativo pensato per raccontare in arte e

*Professoressa Associata di Economia Aziendale - fiorani@economia.uniroma2.it, Assegnista di Ricerca in Economia Aziendale - chiper@economia.uniroma2.it, Dottoressa di Ricerca in Economia Aziendale - di.gerio@economia.uniroma2.it

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installata presso la Facoltà di Economia. L’Albero nasce da laboratori esperienziali (collegati all’insegnamento Sviluppo Sostenibile e Innovazione Sociale del Corso di Laurea Magistrale in Economia e Management e alla piattaforma Agorà per la formazione del personale TAB) e giornate di mosaico aperte alla comunità universitaria, promossi nell’ambito del programma PNRR − Rome Technopole dal Master MARIS in Rendicontazione, Innovazione, Sostenibilità, del Dipartimento di Management e Diritto, in collaborazione con Happy Coaching & Counseling. Nei laboratori ogni partecipante ha creato una “foglia-identità” in creta, incidendo il proprio nome e una competenza con cui sente di contribuire alla vita dell’Ateneo. Ogni foglia dell’Albero delle Identità racconta una persona, una competenza, un’appartenenza: il contributo individuale diventa parte di una narrazione collettiva. Realizzato con materiali di scarto, il mosaico raffigura un grande albero di 4,5 metri per 2. Le radici richiamano Terza Missione, governance e radicamento nel territorio; il tronco rappresenta formazione e ricerca; i rami rimandano ad aree della sostenibilità quali benessere, diversità, sostenibilità ambientale e responsabilità economica; il cerchio di vetro simboleggia l’integrazione interculturale e l’internazionalizzazione; le foglie esprimono le identità delle persone che contribuiscono a creare valore nell’Ateneo. I colori utilizzati richiamano i collegati SDGs dell’Agenda 2030. Inaugurato a dicembre 2025, in occasione della presentazione del Rapporto di Sostenibilità dell’Ateneo, l’Albero coniuga

partecipazione, comunicazione istituzionale e rendicontazione. Il percorso è raccontato sul sito https://valori.uniroma2.it/, collegato all’opera tramite QR code: dall’esperienza fisica del mosaico si passa così alla narrazione digitale di valori, obiettivi, risultati e impatti. L’opera non si guarda soltanto: si attraversa, si interroga e rimanda a un percorso più ampio. In questa prospettiva, VALORI educa allo sviluppo sostenibile e interpreta la Terza Missione in chiave relazionale. Comunicare la sostenibilità significa rendere visibile il contributo di chi partecipa alla vita dell’Università, rafforzare legami e trasformare i valori in cultura condivisa. Anche l’analisi d’impatto del progetto conferma che la sua portata non riguarda solo l’opera finale, ma il processo di coinvolgimento, riconoscimento e attivazione comunitaria che l’ha generata. VALORI è pensato per crescere nel tempo, accogliere nuovi contributi e accompagnare l’Ateneo nella comunicazione dei propri impegni e impatti. Come un albero, la sostenibilità cresce se ha radici solide, rami aperti e molte foglie diverse: ciascuna necessaria perché i valori diventino esperienza condivisa.

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A CIASCUNO IL SUO VALORE

di Pasquale Terracciano*

In principio era l’ axia , verrebbe da dire, cioè il valore in greco. Di axia conserviamo l’impronta nella parola assiologia, la disciplina che riflette sui valori. La storia, però, come ci ha insegnato Marc Bloch, raramente avverte quando le parole, insieme alle usanze, mutano di senso. Specie quando esse hanno plurime sfumature di significato. Axia designa a un tempo il valore morale di una persona e il valore economico di una cosa e possiede, inoltre, il significato di pregio e di merito; questa plasticità è la chiave per comprendere i mutamenti che il termine ha attraversato nei secoli. Pensiamo Aristotele. Nell ’Etica Nicomachea il filosofo chiarisce che la giustizia distributiva è un’eguaglianza proporzionale che stabilisce quanto a ciascuno spetti ad

secondo il proprio valore ( kata ten axian ) piuttosto che imporre a tutti la medesima quota. Ma qui si annida una prima difficoltà. Tutti concordano, osserva Aristotele, sul fatto che le ripartizioni debbano avvenire secondo il valore; nessuno però riconosce il medesimo valore. L’accordo formale sul principio convive così con un disaccordo sostanziale sui contenuti; chi, ad esempio, si richiama alla democrazia guarda alla libertà, gli oligarchici guardano alla ricchezza, mentre per gli aristocratici il criterio ultimo resta la virtù. L’ axia/ valore si rivela, dunque, intrinsecamente contendibile, tale che nessuna prospettiva particolare può fissarla una volta per tutte. Il punto interessante riguarda proprio quella formula, kata ten axian , che nel passaggio dal greco al latino si irrigidisce nella celebre definizione giuridica della

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*Professore associato di Storia della filosofia - pasquale.terracciano@uniroma2.it

di una sovrapposizione insidiosa proprio perché appare naturale e spinge a dilatare il merito, che appartiene per sua natura a sfere circoscritte, fino a farne il fattore che determina il giudizio complessivo su una persona . La dignità di una persona, il suo valore in senso pieno, resta però irriducibile alla sua utilità economica o alla sua resa quantificabile; confonderli significa impoverire tanto l’idea di giustizia quanto quella di merito, riducendo entrambe a un calcolo. Nella tradizione dell’illuminismo italiano, in autori non sempre frequentati come Giacinto Dragonetti, le ricompense legate al merito vengono pensate proprio come punto di connessione fra l’interesse del singolo e quello della collettività a beneficio della coesione sociale. la genealogia filosofica di axia /valore non è, dunque, un esercizio erudito fine a se stesso. Serve piuttosto a ricordare che tanto il valore quanto il merito, prima di essere ridotti a dispositivi di mercato o a un criterio di selezione, restano concetti filosofici complessi, nati all’interno di una riflessione sulla giustizia che ne ha sempre riconosciuto, insieme alla necessità, anche la fragilità e la contendibilità . Recuperare, seppur brevemente,

giustizia come suum cuique tribuere , il dare a ciascuno il suo, e che nel successivo passaggio dal latino al volgare, ad esempio tra gli umanisti italiani, sempre più spesso viene inteso come «dare a ciascuno secondo il suo merito». È l’originario valore che si confonde e viene talvolta sostituito, con il merito. Dalla sua genesi emerge anche la difficoltà. Così ogni volta che una comunità o un’istituzione si interroga su come distribuire risorse o riconoscimenti, riemerge la tensione individuata da Aristotele; il consenso apparente sul principio del merito, che sembra in prima battuta “naturalmente” giusto (ed è invece più scivoloso di quanto si manifesti) nasconde quasi sempre un disaccordo profondo sui criteri con cui tale merito va misurato, disaccordo che nessuna procedura cancella del tutto e che meriterebbe di essere riconosciuto apertamente, non occultato dietro un consenso soltanto apparente. Vi è, però, soprattutto un’ulteriore cautela, che riguarda più da vicino la sensibilità contemporanea. La lunga storia semantica che unisce axia a merito rischia di far scivolare silenziosamente il piano valoriale – quello della giustizia e del riconoscimento reciproco – dentro il piano del mercato, dove il valore si riduce a prezzo e a produttività misurabile. Si tratta

Fonti

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Le rubriche

Career Day 2026: orientarsi verso il futuro, incontrando il mondo del lavoro

di Federica Lorini, Emanuela Liburdi*

L’università non è soltanto il luogo in cui si acquisiscono conoscenze e competenze: è anche lo spazio in cui si comincia a costruire il proprio futuro professionale. Per questo l’orientamento in uscita rappresenta un passaggio fondamentale del percorso universitario, soprattutto quando si avvicina il momento di trasformare ciò che si è studiato in scelte concrete. Conoscere le opportunità, capire quali competenze sono richieste, confrontarsi con chi lavora ogni giorno in aziende e organizzazioni diverse può aiutare studenti e studentesse a leggere in modo efficace il mercato del lavoro e, allo stesso tempo, a mettere a fuoco interessi, aspettative e obiettivi professionali. Non sempre, infatti, si arriva al conseguimento del diploma di laurea con un’idea già definita del proprio percorso. E non è necessario averla: anche un incontro, una domanda fatta a un recruiter o la scoperta di un ruolo poco conosciuto possono aprire prospettive nuove.

È

con

questo

spirito

che

il 14

ottobre

2026 torna Campus&Leaders&Talents, il Career Day

*Ufficio Comunicazione di Ateneo - federica.lorini@uniroma2.it, emanuela.liburdi@uniroma2.it

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dell’Università degli Studi di Roma Tor Vergata, che da 19 anni mette in contatto aziende e talenti dell’Ateneo. Dalle 10:00 alle 17:00, nel piazzale del Rettorato in via Salamanca 30, studenti, studentesse, laureati e laureate di tutte le facoltà e le macroaree potranno incontrare direttamente le realtà partecipanti, conoscere settori professionali differenti, approfondire opportunità di inserimento e confrontarsi con recruiter e professionisti. Saranno inoltre disponibili spazi dedicati a colloqui individuali e approfonditi. L’elenco delle aziende è già ampio e continua ad aggiornarsi: tra le realtà presenti figurano Accenture, Amazon, Banca d’Italia, BNL BNP Paribas, Capgemini, ELT Group, Engineering, Gruppo FS, GSE, Italo, KPMG, Lottomatica, NTT Data, PagoPA e PwC, insieme a molte altre organizzazioni provenienti da ambiti diversi. Partecipare a un Career Day non significa necessariamente arrivare con un piano già pronto o con il “lavoro dei sogni” chiaramente identificato. Può significare, più semplicemente, esplorare: capire quali profili cercano le aziende, quali percorsi possono nascere da un determinato corso

di studi, come raccontare le proprie competenze e quali domande porre a chi seleziona nuovi talenti. È anche un’occasione per allenarsi al confronto professionale e acquisire maggiore consapevolezza su ciò che si vuole costruire dopo l’università. Ecco allora che il Career Day è un invito a essere curiosi, fare domande e cogliere un’opportunità concreta di orientamento. Perché il passaggio dall’università al lavoro non avviene in un solo momento: comincia molto prima, quando si inizia a conoscere ciò che esiste fuori dall’aula.

Le iscrizioni sono già aperte attraverso il Career Center di Tor Vergata.

Chi non è ancora registrato alla piattaforma può effettuare gratuitamente l’iscrizione al seguente link: https://placement.uniroma2.it/career-day/

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UNIVERSEH: Space Future at Tor Vergata

di Francesca Grandi*

From 10 to 12 June 2026, Tor Vergata University of Rome welcomed students, researchers, academics, professional staff, and institutional representatives from across Europe for the UNIVERSEH European University Alliance General Meeting. The event brought together all partner universities of the UNIVERSEH 2.0 project, reaffirming a shared commitment to shaping the future of higher education, research, and innovation for the space sector. UNIVERSEH 2.0 is an ambitious European initiative to build a sustainable and innovative European University dedicated to Space. Since joining the Alliance in 2022, Tor Vergata University of Rome has actively contributed to expanding opportunities for education, research, mobility, and international collaboration. During the meeting, representatives from Toulouse Community of Universities, Heinrich Heine University Düsseldorf, AGH University of Krakow, University of Namur, Luleå University of Technology, University of Luxembourg, and Tor Vergata University of Rome reviewed the Alliance's achievements and discussed future priorities, including educational innovation, student engagement, governance, and long- term sustainability.

The opening session featured welcoming remarks by Prof. Nathan Levialdi Ghiron, Rector of the Tor Vergata

*Dir. II – Divisione “Ricerca internazionale” - francesca.grandi@uniroma2.it

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Rome, Zenou,

Prof.

Emmanuel UNIVERSEH

Coordinator SUPAERO,

at

ISAE-

Prof. Renato Baciocchi, Vice-Rector for Technology Transfer, and Prof. Bianca Sulpasso, Rector's Delegate for International Affairs, at Tor Vergata University of Rome. Participants also visited ESA- ESRIN and the Italian Space Agency (ASI), strengthening connections between academia and Europe's space ecosystem. Meeting reinforced the partnership among the member universities and advanced UNIVERSEH's mission: empowering the next generation of European Space professionals through excellence in education, research, innovation, and international cooperation. The General

University of Rome, alongside with Prof. Michael Toplis, President of the Toulouse Community of Universities and Institutions and Chair of the UNIVERSEH Governing Board, as well as representatives of the European Commission, the Italian Ministry of University and Research, the Italian Space Agency (ASI), the Municipality of Rome and leading figures from the European Space sector. A highlight of the programme was the keynote lecture Beyond Earth , For Earth by ESA astronaut, Paolo Nespoli, who shared stories from his missions and reflected on how Space exploration benefits life on Earth. His message to students was both simple and powerful: Think about doing impossible things . He stressed that ambition is only the starting point - turning dreams into reality requires years of preparation, lifelong learning, resilience, and the ability to adapt to uncertainty. The panel Preparing for the Next Space Age: Human Challenges, Education and Innovation explored how European universities can help address the scientific, technological, and societal challenges of future Space exploration. Speakers included Prof. Myrka Zago, UNIVERSEH Coordinator for Tor Vergata University of

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Cianobatteri per l’esplorazione spaziale

di Giorgia Di Stefano*

Lasciare la bassa orbita terrestre — dove si trova la Stazione Spaziale Internazionale — per realizzare avamposti sulla Luna e su Marte e trovare indizi di vita nel Sistema Solare e intorno ad altre stelle, rappresenta una grande sfida scientifica e tecnologica del nostro secolo. In questo contesto, comprendere i limiti di adattamento all’ambiente spaziale dei cianobatteri — microrganismi pionieri della fotosintesi ossigenica sulla Terra — è fondamentale per l’astrobiologia e le biotecnologie spaziali. L’astrobiologia studia l’abitabilità di altri mondi esponendo microrganismi allo spazio profondo, mentre le biotecnologie usano fabbriche microbiche e sistemi biorigenerativi per supportare avamposti sulla Luna e Marte. In particolare, isolati desertici del genere Chroococcidiopsis sopravvivono ad anni di disseccamento e a dosi di radiazioni ionizzanti e ultraviolette letali per la maggior parte degli organismi. Queste caratteristiche li rendono modelli ideali per esperimenti su piattaforme spaziali, come la futura missione ESA a bordo dello Space Rider e passati esperimenti all’esterno della Stazione Spaziale Internazionale, finalizzati allo sviluppo di biotecnologie di supporto vitale per la produzione in situ di ossigeno, biomassa e composti di interesse. Nel Laboratorio di Astrobiologia e Biologia Cellulare e Molecolare dei Cianobatteri del dipartimento di Biologia dell’università di Roma Tor Vergata, guidato dalla

*Ricercatrice Post-Doc in Biologia Cellulare e Molecolare giorgia.di.stefano@uniroma2.it

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professoressa

Daniela

Billi,

sono

mantenute di Chroococcidiopsis isolati da E. Imre Friedmann e Roseli Ocampo-Friedmann nei deserti caldi e freddi del nostro pianeta. Qui io svolgo la mia attività di ricerca come ricercatrice Post-Doc e studio i meccanismi molecolari della centinaia di ceppi radioresistenza, utilizzando genomica comparativa, trascrittomica, proteomica e microscopia confocale laser per decodificare le strategie di risposta allo stress e riparazione dei danni. Questa conoscenza contribuirà a definire il ruolo della radiazione ionizzante sull’abitabilità di mondi di interesse astrobiologico (Marte, Europa, Encelado ed esopianeti) e ad aumentare la radioresistenza di organismi destinati ai sistemi biorigenerativi. Inoltre, un recente screening della collezione ha identificato due isolati di Chroococcidiopsis — uno dello Utah e uno del Negev — capaci di svolgere fotosintesi ossigenica utilizzando luce oltre il visibile, un processo noto come FaRLiP ( Far-Red Light Photoacclimation ), grazie alla sintesi di

clorofille d ed f, che assorbono la luce nel rosso lontano. Tali ceppi permettono di definire i limiti di abitabilità di esopianeti attorno a stelle di classe M, che emettono luce nel rosso lontano/infrarosso, valutando l’effetto delle eruzioni stellari e delle radiazioni UV. Lo studio di questi cianobatteri sostiene l’esplorazione spaziale, dalla ricerca di vita allo sviluppo di tecnologie per avamposti su Luna e Marte, rivelando come alcune risposte sono scritte nel DNA degli organismi più resilienti del nostro pianeta.

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Quanto vale

la biodiversità?

di Roberto Braglia*

Siamo abituati ad attribuire un valore alle cose attraverso numeri, prezzi e misure. Ma quanto vale una specie vegetale? E quanto vale la biodiversità? Dare una risposta non è semplice, perché ogni specie è il risultato di una lunga storia evolutiva e porta con sé caratteristiche, adattamenti e informazioni genetiche uniche. La biodiversità è alla base del funzionamento degli ecosistemi e della loro capacità di rispondere ai cambiamenti. Conservarla significa quindi proteggere non soltanto le specie che conosciamo oggi, ma anche un patrimonio di diversità e di possibilità per il futuro. Gli Orti Botanici svolgono in questo senso un ruolo fondamentale: le loro collezioni non sono semplicemente raccolte di piante, ma patrimoni viventi destinati alla conservazione, alla ricerca, alla didattica e alla divulgazione. La conservazione della biodiversità è proprio una delle missioni istituzionali dell’Orto Botanico dell’Università degli

*Coordinatore dell’Orto Botanico dell’Università di Roma Tor Vergata - roberto.braglia@uniroma2.it

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Studi di Roma Tor Vergata, le cui collezioni ospitano, accanto alle specie autoctone, piante provenienti da ambienti e regioni geografiche differenti. Tra queste, particolarmente significativa è la collezione dedicata al genere Quercus , che comprende circa 200 esemplari appartenenti a 103 specie, 42 ibridi e 16 cultivar. Numeri che, già da soli, raccontano quanto possa essere grande la diversità racchiusa all’interno di un unico genere botanico. Le querce sono alberi che tutti pensiamo di conoscere, ne esistono oltre 500 specie diverse. Sono elementi familiari dei nostri boschi e del paesaggio mediterraneo e la loro immagine è spesso associata alla longevità, alla forza e alla stabilità. Eppure, osservando da vicino le diverse specie della collezione, questa apparente familiarità lascia rapidamente spazio alla sorpresa. Portamento, foglie, cortecce e frutti possono presentare caratteristiche

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molto differenti.

Proprio le ghiande rappresentano forse uno dei modi più immediati per osservare questa diversità. Siamo abituati a parlare genericamente di “ghianda”, ma confrontando quelle prodotte dalle diverse specie di Quercus emergono differenze sorprendenti nelle dimensioni, nella forma e nelle proporzioni del frutto, così come nella struttura e nell’aspetto della cupola che lo avvolge parzialmente. Piccole variazioni che diventano una rappresentazione concreta e facilmente osservabile della biodiversità. Dietro ciascuna di queste forme c’è una storia evolutiva fatta di adattamenti ad ambienti, climi e condizioni ecologiche differenti. Ed è proprio questo uno degli aspetti più affascinanti della biodiversità: ciò che a prima vista può sembrare semplicemente una variazione di forma rappresenta in realtà il risultato di milioni di anni di evoluzione. Forse, allora, il valore della biodiversità non può essere racchiuso in un unico numero. È il valore delle differenze,

delle informazioni che ogni specie porta con sé e delle possibilità che questa varietà conserva per il futuro. Custodire una collezione botanica significa quindi molto più che conservare delle piante: significa proteggere una parte della storia della vita e mantenerla disponibile per le generazioni che verranno.

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UNLOCK YOUR

CREATIVITY Contest Fotografico

Lascia il segno contribuisci* con le tue creazioni alla

REALIZZAZIONE DELLA COPERTINA della newsletter del tuo ateneo

*entro il 5 ottobre 2026

TRAGUARDI è il focus tematico del prossimo numero. Se desideri contribuire con una foto o un approfondimento dedicato al tema, invia la tua proposta (titolo e abstract di massimo 150 parole) a uninews@uniroma2.it entro il 5 ottobre 2026 . La tua partecipazione è importante per noi!

"Ogni traguardo raggiunto è solo la linea di partenza per una nuova sfida."

Nelson Mandela

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