Uninews TorVergata #valore

istituzionali: carte dei principi, piani strategici, dichiarazioni nelle quali gli atenei si impegnano a difendere il merito, l’inclusione, la libertà della ricerca, la dignità delle persone. Sono parole necessarie, e quasi sempre sincere. Ma non sono ancora valori pienamente realizzati: esprimono intenzioni e indicano una direzione. Un valore non coincide con ciò che si proclama; si riconosce nelle scelte quotidiane, nei comportamenti, nelle conseguenze che questi producono. E le conseguenze lasciano tracce nei fatti e, almeno in parte, nei numeri. L’inclusione ne è l’esempio più diretto. Un ateneo non diventa inclusivo perché lo afferma. Possiamo chiederci chi viene reclutato e chi resta escluso, chi avanza nella carriera e con quali tempi, chi raggiunge le posizioni apicali, chi trova un ambiente nel quale studiare e lavorare con serenità e chi invece sceglie di andarsene. Questi non sono dati aridi da contrapporre ai valori: sono i valori nella loro forma verificabile. Quando, anno dopo anno, i numeri mostrano che le donne raggiungono le posizioni apicali in misura minore e più tardi dei colleghi, non siamo davanti a un problema di rappresentazione o di comunicazione. Emerge una distanza misurabile fra i principi dichiarati e le pratiche effettive di un’organizzazione. È qui che la misura smette di essere soltanto una tecnica e assume un significato morale. Contare non è un gesto neutro, e non lo è per una ragione che precede il risultato: prima ancora di produrre un numero, la misura richiede di scegliere che cosa merita di essere contato. Ogni indicatore incorpora un giudizio su ciò che conta, e nel selezionarlo

rendiamo senza avvedercene, che cosa consideriamo importante. Un ateneo che rileva con cura la propria produzione scientifica e non tiene traccia di chi avanza e chi no ha già detto, senza scriverlo in nessun esplicito, spesso documento, quali fra i suoi valori dichiarati stia realmente presidiando. Il primo atto valutativo non è il calcolo: è la decisione di guardare. Da questa decisione discende una conseguenza impegnativa. Trasformare un impegno in un indicatore, e osservare come quell’indicatore si muove nel tempo, significa accettare di poter essere smentiti dai propri dati. Le organizzazioni che prendono sul serio i propri valori accettano di misurarne l’attuazione, non per classificare le persone o ridurre la complessità a una graduatoria, ma per distinguere gli impegni divenuti realtà da quelli rimasti sulla carta. Restare nel territorio del vago è più rassicurante, ma sottrae le dichiarazioni alla prova dei fatti. La trasparenza dei dati diventa così la misura della serietà degli impegni. L’università conosce meglio di altre istituzioni anche il rovescio di questa medaglia. Abituata da tempo a essere valutata, sa quanto rapidamente un

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