NELL’ERA DIGITALE IL VALORE DEL LAVORO
«Il primo fondamento del valore del lavoro è l’uomo stesso, il suo soggetto»: l’affermazione contenuta nell’enciclica Laborem exercens di Giovanni Paolo II esprime il primato della persona che lavora. Non è, dunque, il lavoro svolto a determinare il valore dell’uomo, ma è l’uomo a conferire valore al lavoro, strumento di sua realizzazione. Con il metro della dignità deve essere misurato ogni lavoro, il cui fine non può esaurirsi nel risultato produttivo, ma deve comprendere lo sviluppo di chi lo presta. Da tale premessa emerge la dimensione valoriale che il lavoro assume per l’uomo e per la società.
di Melania Carteri*
Tale relazione trova riscontro nella radice etimologica di “valore”, dal latino valor , derivato da valere : essere forte, sano, capace, e nella dimensione economico- funzionale del termine, quale attitudine di un bene o di un’attività a produrre utilità e risultati. In questa prospettiva, il lavoro è “valore” perché crea “valore”: genera benessere per la persona, per l’organizzazione e per la collettività. Tale lettura si salda con l’impostazione lavoro- centrica della Costituzione, che assume il lavoro quale fondamento della Repubblica, imperniata su un esteso riconoscimento di
diritti sociali dei lavoratori. Si delinea così un meccanismo circolare: la Costituzione pone il lavoro al centro del proprio progetto sociale e il lavoro trova nella persona il proprio centro e la misura del suo valore. Entro tale cornice si inseriscono i principi di dignità, libertà e uguaglianza, che concorrono a definire il benessere che il lavoro deve promuovere. Il lavoro genera: benessere individuale , quale mezzo di sostentamento economico ed estrinsecazione della personalità; benessere organizzativo ed economico , poiché la qualità della prestazione
*Dottoranda di Ricerca in Diritto Pubblico – melania.carteri@gmail.com
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