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(IN)GIUSTIZIA E ( IN ) GIUSTIZIA E (IN)VISIBILITÀ, ANTICO LEGAME

di Roberta Marini*

virtù individuale, ma assume piuttosto il ruolo di valore relativo intensamente condizionato dal contesto comunitario di appartenenza. A tale modello relativo il mondo romano contrappone un modello concreto di giustizia da intendersi quale virtù umana universale. Nel primo libro dei Digesta dell’Imperatore Giustiniano è possibile leggere la definizione del giurista romano Ulpiano secondo la quale «la giustizia è la costante e perpetua volontà di distribuire a ciascuno il suo diritto (D.1.1.1.1) » . La definizione ulpianea incarna perfettamente la concezione propria della società romana riflessa non soltanto nella giustizia correttiva ma anche in quella (re)distributiva nella quale non ci sono veli come l’invisibilità a frapporsi tra l’essere umano e la realizzazione della giustizia. E oggi? L’utopia kelseniana del “diritto puro”

Nel secondo libro della Repubblica di Platone è ricordato l’aneddoto dell’anello di Gige. Pastore della Lidia, Gige diventa re grazie ad un anello magico che garantendogli l’invisibilità gli consente di uccidere il precedente re, sedurre la regina e sedere finalmente sul trono. Platone mette in bocca a Glaucone la storia dell’anello dell’invisibilità di Gige il quale la usa per dimostrare (tesi che verrà confutata da Socrate) come l’istinto umano non sia orientato naturalmente alla giustizia ma solo ad evitare le conseguenze negative che possono derivagli da azioni ingiuste. Qualora l’essere umano abbia la certezza che le sue azioni, anche le più ingiuste, non determinino conseguenze sfavorevoli per sé si orienterà naturalmente verso le azioni a lui più utili non verso quelle più giuste. Chiaro che in tale prospettiva la giustizia non esiste né come virtù assoluta, né tanto meno come

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*Professoressa Associata di Diritto romano e fondamenti del diritto europeo – roberta.marini@uniroma2.it

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