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Newsletter di Ateneo n°12 #in-giustizia

UNINEWS TORVERGATA

Aprile 2026 n°12

#In-giustizia

SOMMARIO

#in-giustizia

In apertura di Marina Formica E la primavera, silenziosamente, protestò di Caterina Lorenzi (In)giustizia e (In)visibilità, antico legame di Roberta Marini Giustizia economica: + eguaglianza - crescita? di Alessandra Pelloni Il nuovo diritto dei dati nella visione europea di Valentina Bellomia Fair play sportivo: etica, giustizia, ingiustizia di Dario Farace Le invisibili ingiustizie della scienza di Alessandra Filabozzi e Velia Minicozzi

ToVità Green Societies World Campus LE RUBRICHE

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Direttrice responsabile Lucia Ceci

Progetto grafico Adriana Escobar Rios

UNINEWS TORVERGATA Contatti: uninews@uniroma2.it Web: https://n9.cl/uninewstv

Photo editor Riccardo Pierluigi

Web Scilla Gentili

Redazione Amedeo Balbi, Thomas M. Brown, Maria Novella Campagnoli, Francesco Cirulli, Claudia Roberta Combei, Tommaso Continisio, Maria Rosaria D’Ascenzo, Adriana Escobar Rios, Francesco Fabbro, Scilla Gentili, Francesca Grandi, Emanuela Liburdi, Federica Lorini, Michela Rustici, Andrea Sansone, Sabina Simeone

Chiuso in redazione: 19 aprile 2026

di Marina Formica* In apertura

Impegna la Repubblica a rimuovere gli ostacoli che limitano l’uguaglianza sostanziale. Gli articoli 33 e 34 garantiscono la libertà dell’insegnamento e affermano che la scuola è aperta a tutti. Non si tratta di principi astratti né di enunciazioni programmatiche: sono indicazioni precise che delineano una idea di giustizia fondata non soltanto sulla sanzione, ma sulla possibilità concreta di trasformazione. È dentro questa cornice che si colloca l’esperienza dell’Università di Roma Tor Vergata negli istituti penitenziari. Dal 2006, la presenza dell’università in carcere non è stata episodica né emergenziale, ma continua, strutturata, costruita nel tempo fino a diventare un modello stabile di intervento educativo. Vent’anni non rappresentano una fase sperimentale: indicano una scelta e, insieme, una responsabilità istituzionale. Le origini di questo progetto affondano proprio in quella scelta iniziale, maturata a partire da una idea precisa di università: non chiusa nei propri spazi, ma capace di attraversare i territori e di assumere una funzione culturale e civile attiva. Portare l’università dentro il carcere ha significato fin dall’inizio riconoscere che l’accesso al sapere non può arrestarsi di fronte ai confini più rigidi della società. Fin dall’inizio, il progetto non è stato pensato come iniziativa simbolica, ma come struttura reale e continuativa. Nel tempo si è costruito un sistema capace di rendere possibile lo studio anche in

Vent’anni di Università in carcere: la giustizia che

costruisce futuro Perché portare l’università in carcere? È una domanda che, ancora oggi, rivela un fraintendimento profondo: l’idea che lo studio, per chi è detenuto, sia un privilegio, una concessione ulteriore rispetto alla pena. Ma è proprio questo il punto su cui è necessario soffermarsi. Se la pena viene pensata esclusivamente come privazione, ogni spazio di crescita appare come un’eccezione. Se invece la si interpreta alla luce della Costituzione, lo scenario cambia radicalmente. L’articolo 27 stabilisce che la pena deve tendere alla rieducazione. L’articolo 3

*Delegata del Rettore per la formazione universitaria negli Istituti Penitenziari - marina.formica@uniroma2.it

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condizioni complesse: aule dedicate, strumenti digitali, lezioni a distanza, tutoraggi costanti. Un’infrastruttura educativa che ha reso l’università presente in modo concreto all’interno del carcere, senza mai rinunciare alla dimensione relazionale che è propria di ogni percorso formativo. Nel corso degli ultimi anni, questa scelta ha trovato conferma anche nei numeri, che raccontano una crescita costante e non episodica. Gli studenti detenuti iscritti ai corsi universitari sono passati dai 41 dell’anno accademico 2019/2020 ai 74 del 2023/2024, mantenendosi su livelli analoghi anche negli anni accademici successivi, fino a quello attualmente in corso. A crescere non è soltanto il numero degli iscritti, ma anche l’ampiezza dell’offerta formativa e la varietà dei percorsi intrapresi: dalle discipline umanistiche – come Lettere, Filosofia e Beni culturali – ai corsi in Scienze della comunicazione, fino agli studi giuridici ed economici. Accanto agli iscritti, aumentano progressivamente anche gli esami sostenuti e i titoli conseguiti, segno di percorsi che non si interrompono ma si consolidano nel tempo. È un dato che merita attenzione: non si tratta solo di accesso all’istruzione, ma di reale partecipazione a un processo formativo che produce risultati, competenze e

possibilità concrete di reinserimento. Numeri che non indicano soltanto una crescita quantitativa, ma la progressiva affermazione di un diritto. In questi anni il progetto si è progressivamente ampliato anche sul piano qualitativo. Accanto ai corsi delle aree umanistiche, si sono consolidati gli studi in ambito giuridico ed economico, mentre alcuni percorsi, come quelli in Scienze della comunicazione, hanno registrato una crescita significativa, segno di una capacità di intercettare interessi e bisogni formativi reali. Un elemento essenziale di questo modello è rappresentato dalla figura del tutor. Non si tratta soltanto di un supporto allo studio, ma di una presenza che accompagna i percorsi individuali, media tra il contesto universitario e quello penitenziario, sostiene la continuità dell’impegno e contribuisce a costruire uno spazio di apprendimento fondato sulla fiducia e sul rispetto reciproco. In questo equilibrio delicato tra dimensione educativa e contesto detentivo, il tutor svolge una funzione decisiva nel rendere lo studio effettivamente accessibile e significativo. Studiare, in carcere, significa innanzitutto restituire senso al tempo. In un contesto in cui il tempo rischia di ridursi a mera attesa, l’attività universitaria lo riorganizza lo orienta, lo rende nuovamente produttivo.

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Significa rimettere in moto il pensiero, acquisire strumenti critici, costruire una prospettiva. Ma significa anche qualcosa di più: riconoscersi di nuovo come soggetti capaci di apprendere, di scegliere, di partecipare. Le aule universitarie, anche all’interno dei reparti di alta sicurezza, diventano così spazi in cui si esercita una forma concreta di responsabilità. Luoghi in cui si studia, si discute, si argomenta, e soprattutto si costruisce un linguaggio condiviso con il mondo esterno. Ed è proprio questo uno degli effetti più profondi di questi percorsi: riaprire un dialogo tra il carcere e la società, interrompendo quella frattura che spesso rende la detenzione non solo una separazione fisica, ma anche simbolica. Accanto alla didattica, negli anni si sono sviluppate attività culturali, laboratoriali e progettuali che hanno rafforzato questo dialogo, aprendo spazi di confronto tra il carcere e la comunità esterna. In questo senso, l’università in carcere non si limita a trasferire conoscenze, ma contribuisce a costruire un ambiente culturale condiviso, in cui il sapere diventa occasione di relazione e riconoscimento reciproco. Negli ultimi anni, questo dialogo si è ulteriormente rafforzato anche sul piano istituzionale. La presenza del Presidente della Repubblica in un istituto penitenziario, accanto agli studenti universitari detenuti, ha rappresentato un momento di particolare rilievo. Non si tratta di un gesto simbolico isolato, ma del riconoscimento di un percorso che restituisce centralità al sapere come strumento di giustizia. Si potrebbe obiettare che l’accesso all’università in carcere attenui il carattere afflittivo della pena. Ma questa obiezione presuppone una concezione della giustizia limitata alla dimensione punitiva.

Una pena che non offre strumenti di cambiamento rischia infatti di essere non solo incompleta, ma inefficace. Al contrario, una pena che si accompagna a percorsi di istruzione e formazione rafforza la propria funzione costituzionale, rendendo possibile un reale reinserimento sociale. In questa prospettiva, lo studio non si configura come un beneficio accessorio, ma come parte integrante di una idea di giustizia rieducativa e sociale. Non riguarda soltanto chi è detenuto, ma investe l’intera collettività. Una società che non investe nel reinserimento rinuncia infatti non solo a una possibilità di riscatto individuale, ma anche alla propria sicurezza futura. Portare l’università in carcere non attenua la pena. Le dà direzione. Introduce un orizzonte di senso là dove il rischio è quello della mera sospensione. Dopo quasi vent’anni di esperienza, è possibile affermarlo con chiarezza: l’istruzione universitaria in carcere è uno degli strumenti più concreti per rendere effettivo il principio costituzionale della rieducazione. Non è un progetto accessorio. È il modo in cui l’università esercita la propria funzione pubblica. E soprattutto, non è un privilegio. È giustizia.

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PROTESTÒ SILENZIOSAMENTE, E LA PRIMAVERA,

Quando nel 1962 uscì il libro Silent Spring della nota biologa Rachel Carson, l’America rabbrividì. Il libro apre con una metafora tagliente quanto può esserlo una rappresentazione aderente ad una realtà da molti vissuta, quella degli anni di forte espansione post-bellica, dell’industria chimica e tecnologica. Il modello dominante era, in America come in molti paesi occidentali, quello

di Caterina Lorenzi*

della modernizzazione tecnologica, sinonimo di progresso e benessere diffuso. Carson dipinge una cittadina americana immaginaria, situata nel cuore dell’America, dove la natura vive in armonia con l’uomo: le fattorie sono produttive, i frutteti rigogliosi e, in primavera, c’è abbondanza di uccelli canori. Poi malattie misteriose cominciano a colpire animali, piante ed esseri umani e a danneggiare ecosistemi naturali. Le primavere appaiono sempre più silenziose per la drammatica diminuzione degli uccelli. Carson usa efficacemente questa metafora per preparare il lettore alla denuncia, scientificamente ben argomentata, di quella che si configura come una grande ingiustizia ecologica: il vasto danno ambientale causato dall’uso esteso del diclorodifeniltricloroetano (DDT). Quello del DDT è uno dei casi della storia della scienza che mostra come una scoperta scientifica e tecnologica possa avere effetti sia straordinariamente positivi sia profondamente dannosi. È l’esempio classico che vede il degrado ambientale quale contraltare dello sviluppo economico e sociale.

Le straordinarie proprietà insetticide del DDT

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*Ricercatrice di tipo B in Ecologia – lorenzi@bio.uniroma2.it

furono scoperte nel 1939 dal chimico svizzero Paul Hermann Müller e sfruttate negli anni successivi, su larga scala, per proteggere colture, eliminare insetti domestici e combattere malattie come la malaria. La larga e persistente contaminazione ambientale da DDT e dei suoi metaboliti è ormai tristemente nota: essi migrano attraverso reti alimentari e vettori naturali quali suoli, sedimenti marini e masse di aria e di acqua e possono così colpire organismi situati anche a grande distanza dalla fonte del loro rilascio. La grave regressione delle popolazioni del Condor della California (Gymnogyps californianus) ne è una testimonianza: questo uccello assume per via alimentare i dannosi metaboliti di DDT che si trovano nei tessuti grassi dei mammiferi marini spiaggiati. Il libro della Carson ebbe un enorme impatto sull’opinione pubblica e diede un forte impulso al movimento ambientalista moderno. Negli anni ’70 molti paesi iniziarono a vietare il DDT e nel 2001 la Convenzione di Stoccolma lo inserì tra gli inquinanti organici persistenti da eliminare o limitare. I danni ambientali hanno alimentato una profonda riflessione sulla giustizia ecologica i cui punti di repere sono alimentati da saperi interdisciplinari. In questo contesto, il caso del DDT è diventato un laboratorio per interrogarsi su quale ontologia morale si debba adottare quando si decide sul rischio ambientale e su quali siano le azioni contenitive dei problemi ambientali da mettere in atto. L’antropocentrismo, sostenendo che il valore morale ultimo risiede nel benessere dell’essere umano, contribuisce al dibattito in difesa dell’uso del DDT che riduce drasticamente la malaria e protegge economie agricole.

L’ecocentrismo, attribuendo un valore intrinseco alla Natura, chiede di bandire il DDT per il danno che esso continua a causare alla biosfera. La teoria One Health prova a superare il dualismo sostenendo l’interdipendenza della salute umana, degli animali e degli ecosistemi; essa contribuisce al dibattito inquadrando il caso DDT come un problema di equilibrio complesso che richiede dati scientifici solidi e governance adeguata. A sessantaquattro anni dalla pubblicazione di Silent Spring , la triplice crisi planetaria — cambiamento climatico, inquinamento dell’aria e delle acque, perdita di biodiversità — grava sul presente e sul futuro dell’umanità ed è necessario che il dibattito sulla giustizia ecologica rimanga attivo per ridisegnare il nostro rapporto con la natura.

Fonti

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(IN)GIUSTIZIA E ( IN ) GIUSTIZIA E (IN)VISIBILITÀ, ANTICO LEGAME

di Roberta Marini*

virtù individuale, ma assume piuttosto il ruolo di valore relativo intensamente condizionato dal contesto comunitario di appartenenza. A tale modello relativo il mondo romano contrappone un modello concreto di giustizia da intendersi quale virtù umana universale. Nel primo libro dei Digesta dell’Imperatore Giustiniano è possibile leggere la definizione del giurista romano Ulpiano secondo la quale «la giustizia è la costante e perpetua volontà di distribuire a ciascuno il suo diritto (D.1.1.1.1) » . La definizione ulpianea incarna perfettamente la concezione propria della società romana riflessa non soltanto nella giustizia correttiva ma anche in quella (re)distributiva nella quale non ci sono veli come l’invisibilità a frapporsi tra l’essere umano e la realizzazione della giustizia. E oggi? L’utopia kelseniana del “diritto puro”

Nel secondo libro della Repubblica di Platone è ricordato l’aneddoto dell’anello di Gige. Pastore della Lidia, Gige diventa re grazie ad un anello magico che garantendogli l’invisibilità gli consente di uccidere il precedente re, sedurre la regina e sedere finalmente sul trono. Platone mette in bocca a Glaucone la storia dell’anello dell’invisibilità di Gige il quale la usa per dimostrare (tesi che verrà confutata da Socrate) come l’istinto umano non sia orientato naturalmente alla giustizia ma solo ad evitare le conseguenze negative che possono derivagli da azioni ingiuste. Qualora l’essere umano abbia la certezza che le sue azioni, anche le più ingiuste, non determinino conseguenze sfavorevoli per sé si orienterà naturalmente verso le azioni a lui più utili non verso quelle più giuste. Chiaro che in tale prospettiva la giustizia non esiste né come virtù assoluta, né tanto meno come

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*Professoressa Associata di Diritto romano e fondamenti del diritto europeo – roberta.marini@uniroma2.it

norme giuste in quanto tali ma solo norme validamente poste e dunque giuste per l’ordinamento giuridico ( rectius il contesto giuridico) di riferimento. D’altronde, non è un caso che il c.d. effetto Gige descriva oggi proprio la perdita di inibizioni indotta dalla “invisibilità” sul web, la quale porta gli utenti ad agire in modo aggressivo e ingiusto non solo sentendosi invisibili e dunque impuniti ma anche in quanto appartenenti ad una comunità di riferimento che non riprova tali condotte. Il legame tra (in)giustizia e (in)visibilità non esprime tuttavia nella modernità solo conseguenze negative. In Storia di Garabombo, l’invisibile del romanziere peruviano Manuel Scorza, il protagonista Garabombo è un comunero protetto dall’invisibilità solo quando lotta contro le ingiustizie, il quale non può essere visto non solo dagli oppressori ma anche dai compatrioti che scelgono di sottomettersi, mentre è perfettamente visibile a quelli che come lui lottano per la giustizia.

ha attaccato molto duramente la definizione ulpianea di giustizia recuperando, in parte e con una diversa ideologia, il paradigma del contesto di appartenenza che nel normativismo kelseniano diventa — e non potrebbe essere diversamente — l’ordinamento giuridico. In tale contesto non esistono

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+ EGUAGLIANZA - CRESCITA? GIUSTIZIA ECONOMICA:

Esiste un trade-off tra efficienza ed equità? La domanda è da sempre centrale nell’analisi economica e il marcato aumento della disuguaglianza di reddito e ricchezza osservato negli ultimi decenni, anche all’interno di molti paesi avanzati, ha reso la risposta particolarmente urgente (Ocse 2024).

di Alessandra Pelloni*

Una visione tradizionale sostiene che maggiore eguaglianza implicherebbe minori stimoli al lavoro e al risparmio e quindi minore crescita economica. Tuttavia, una prospettiva alternativa, sempre più supportata dall’evidenza empirica, suggerisce che questo conflitto non sia né inevitabile né sistematico. Dal punto di vista teorico, il rapporto tra uguaglianza e crescita può essere interpretato come il risultato di due meccanismi opposti. Da un lato, la riduzione delle disuguaglianze può favorire l’accesso all’istruzione, alla salute e al credito, aumentando la produttività. L’inclusione economica può inoltre ridurre l’instabilità politica e patologie sociali come la corruzione e il crimine. Dall’altro lato, la compressione delle remunerazioni, per esempio ottenuta tramite il sistema fiscale, potrebbe scoraggiare l’impegno individuale e avere costi amministrativi

elevati. Di fatto, nella letteratura empirica l’evidenza a favore degli effetti negativi della disuguaglianza tende a prevalere, anche se i risultati variano con le fonti dei dati, i campioni di paesi e le tecniche econometriche usati. recente, utilizzando serie storiche globali su reddito, ricchezza e produttività lungo oltre due secoli, conclude che gli effetti positivi dell’inclusione tendono a dominare. Un importante contributo I paesi oggi più sviluppati — in particolare quelli dell’Europa occidentale e nordica — erano altamente diseguali all’inizio del XX secolo, ma hanno conosciuto una significativa riduzione delle disuguaglianze nel corso del secolo, accompagnata da un forte aumento della produttività. Nei fatti l’aumento della disuguaglianza dagli anni 80 si è accompagnato ad un netto rallentamento della crescita.

*Profesoressa Ordinaria di Economia Politica, alessandra.pelloni@uniroma2.it

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Nelle regioni in cui le disuguaglianze sono rimaste molto elevate — come molte aree dell’America Latina, dell’Africa subsahariana e dell’Asia meridionale — si osservano livelli più bassi di produttività e traiettorie di sviluppo più fragili. Un elemento cruciale è il ruolo delle istituzioni. L’evoluzione verso sistemi caratterizzati da istruzione e sanità pubblica, diritti del lavoro, tassazione progressiva e partecipazione democratica ha favorito sia la riduzione delle disuguaglianze sia lo sviluppo economico. Un aspetto particolarmente rilevante riguarda la distinzione tra redistribuzione e predistribuzione. Storicamente, gran parte della riduzione delle disuguaglianze nei paesi avanzati non è derivata solo da trasferimenti fiscali, ma da cambiamenti nella distribuzione dei redditi di mercato stessi. Politiche pubbliche come l’istruzione e la regolazione del lavoro incidono direttamente sulle opportunità economiche, modificando la struttura della distribuzione prima ancora dell’intervento redistributivo.

È importante sottolineare che questi risultati non implicano una relazione causale semplice e unidirezionale. Uguaglianza, istituzioni e sviluppo sono fenomeni profondamente interconnessi. Tuttavia, l’analisi storica consente almeno di escludere l’ipotesi che una maggiore uguaglianza, almeno nei range osservati, produca sistematicamente effetti negativi sulla crescita. In dibattito contemporaneo invita a superare la rappresentazione del rapporto tra efficienza ed equità come gioco a somma zero. Piuttosto, l’esperienza storica suggerisce che politiche e istituzioni inclusive possano favorire simultaneamente entrambe. La questione non è quindi scegliere tra crescita ed eguaglianza, ma comprendere quali assetti istituzionali permettano di realizzarle congiuntamente. conclusione, il

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NELLA VISIONE EUROPEA IL NUOVO DIRITTO DEI DATI

di Valentina Bellomia*

Il diritto, per essere tale, deve aspirare ad essere giusto. La legge ingiusta si pone contro l’ordinamento costituito, in cui le leggi formali si inseriscono nel sistema dei principi generali espressi dalla Costituzione, in costante evoluzione. La giustizia del diritto, che il/la giurista è chiamato/a a perseguire, va valutata alla stregua dell’ordinamento vigente e della realtà circostante: il diritto, per essere giusto ed effettivo, deve essere al passo coi tempi. Nell’ottica del/la civilista, anche il contratto deve essere giusto, frutto della libera e consapevole negoziazione delle parti, in condizioni di parità di fronte alla legge, e strumento di costruzione di un mercato giusto, concorrenziale e inclusivo, in cui le parti possano realizzare i propri interessi. L’innovazione tecnologica e la digitalizzazione hanno avuto un forte impatto

sul diritto civile, che si è dovuto confrontare con realtà inedite creando nuove regole o reinterpretando le regole vecchie per adattarle ai nuovi fenomeni. Ciò ha riguardato, tra gli altri, il settore dei dati personali che, tradizionalmente intesi quali qualità intrinseche della persona, che il diritto è chiamato a proteggere, sono ora concepiti anche come beni in senso giuridico, aventi un notevole valore economico e sociale, che come tali devono circolare. Fino a tempi non lontani, ragionare di contratti di scambio dei dati poteva sembrare un assurdo: i dati non erano beni negoziabili, sull’assunto che i diritti fondamentali della persona sono assoluti e

*Professoressa Associata di Diritto Privato - valentina.bellomia@uniroma2.it

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indisponibili, pena la mercificazione della persona stessa e un grave vulnus alla sua identità. L’avvento dell’economia digitale e dell’intelligenza artificiale, che si nutre di dati, hanno radicalmente trasformato il quadro, rendendo indispensabile, oltre che inevitabile, favorire la circolazione dei dati, anche personali ed anche a scopo economico, in contesti ampi e sicuri. Cercare il punto di equilibrio tra tutela della persona e circolazione dei dati personali è una delle maggiori sfide della legislazione europea sul tema degli ultimi anni. L’Europa l’ha affrontata con l’innovativa visione di un nascente mercato unico dei dati, espressa nella Comunicazione “Una strategia europea per i dati” del 19.02.2020; una visione che «scaturisce dai valori e dai diritti fondamentali europei e dalla convinzione che l’essere umano sia e debba rimanere l’elemento centrale», ma evolve verso la realizzazione di «un autentico mercato unico di dati, aperto ai dati provenienti da tutto il mondo». Con questa Strategia ed i Regolamenti che ne sono espressione, l’Unione mostra chiaramente di transitare, in materia, dal modello protezionistico proprio del Regolamento (UE) 2016/679 (GDPR) ad una politica di condivisione e governance dei dati, ritenuta imprescindibile per qualsiasi moderna economia di mercato. Non più quindi solo tutela civile della persona da illecite violazioni della sua privacy, ma tutela contrattuale del rapporto, avente ad oggetto lo scambio dei dati e l’autorizzazione al loro trattamento, tra chi fornisce il dato e il terzo che ne beneficia. Si tratta di contratti peculiari: il bene che ne è oggetto non viene trasferito

in mantenendo l’interessato i diritti fondamentali sui propri dati e acquisendo i terzi diritti di trattamento che devono rispettarli; la libertà contrattuale è limitata, in quanto essi non sono solo strumento di regolazione di rapporti privatistici inerenti allo sfruttamento economico dei dati, ma mezzi per la regolazione di un mercato dei dati che sia giusto. senso dominicale, Oltre che a fini economici, la circolazione dei dati è poi essenziale a fini di utilità sociale: lo certifica, da ultimo, il Regolamento (UE) 2025/327 sullo spazio europeo dei dati sanitari, con cui si vogliono incrementare l’uso e la circolazione dei dati sanitari digitali al duplice fine di migliorare l’assistenza e favorire la ricerca in ambito sanitario. Nuovi diritti, nuovi contratti e nuove tutele, per un diritto tangibile e (non in) giusto.

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FAIR PLAY SPORTIVO: ETICA, GIUSTIZIA, INGIUSTIZIA

I Giochi Olimpici Invernali 2026 offrono uno spunto prezioso per riflettere sull’importanza e sul valore del fair play nello sport.

di Dario Farace*

La Carta Olimpica e il Codice Europeo di Etica Sportiva (C.E.E.S.) dedicano una attenzione specifica al concetto di fair play. Il C.E.E.S. definisce solo parzialmente il fair play. Afferma infatti che « Fair play significa molto di più che giocare nel rispetto delle regole. Esso incorpora i concetti di amicizia, di rispetto degli altri e di spirito sportivo. Il fair play è un modo di pensare, non solo un modo di comportarsi. Esso comprende la lotta contro l’imbroglio, contro le astuzie al limite della regola, la lotta al doping , alla violenza (sia fisica che verbale), allo sfruttamento, alla diseguaglianza delle opportunità, alla commercializzazione eccessiva e alla corruzione». Tale definizione pone in evidenza alcuni elementi che contribuiscono a delineare il concetto di fair play , ed altri che invece lo combattono, ma non è – né vuole essere – un’elencazione esaustiva: al contrario, lascia ampio margine all’interpretazione.

Così, mentre fenomeni come corruzione, doping e violenza sono considerati sempre e comunque contrari al fair play (e non potrebbe essere altrimenti!), altri chiedono una valutazione supplementare. Ad esempio, la commercializzazione non è sempre in contrasto con il fair play , ma solo quando risulta «eccessiva». Alla luce di tutto ciò, una traduzione meramente letterale del fair play come “gioco leale” potrebbe sembrare un po’ riduttiva. Il fair play significa certamente giocare lealmente, ma il suo concetto si

*Professore associato di Diritto privato – dario.farace@uniroma2.it

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Possiamo osservare altri due esempi. Nel 2000, quasi al termine di una partita di Premier League (1-1), il portiere dell’Everton si scontra con un attaccante della squadra avversaria (West Ham) e rimane a terra, dolorante e bisognoso di soccorsi. La partita continua e la palla viene lanciata a Paolo Di Canio, che potrebbe quindi segnare a porta vuota. Di Canio sceglie di bloccare la palla con le mani: il gioco si ferma e il portiere dell’Everton riceve i soccorsi necessari. L’azione fa vincere a Di Canio il FIFA Fair Play Award , ma prendere la palla con le mani a calcio costituisce un fallo. Durante le qualificazioni (5000 metri piani), ai Campionati del mondo di atletica leggera del 2019 rimangono solo Jonathan Busby e Braima Suncar Dabo. Busby crolla a terra e Suncar Dabo decide di sorreggerlo e accompagnarlo fino al traguardo. Suncar Dabo vince il World Athletics Fair Play Award , mentre Busby viene squalificato per aver ricevuto tale aiuto. Questi ultimi esempi mostrano come il fair play si possa realizzare attraverso azioni contrarie a quanto stabilito dalle regole sportive. Tutti i gesti di fair play risultano però, senza eccezioni, conformi alla c.d. “regola d’oro”, nella sua doppia declinazione, sia in senso negativo (non fare agli altri ciò che non vorresti sia fatto a te), sia in senso positivo (fai agli altri ciò che desidereresti fosse fatto a te). Parrebbe proprio la “regola d’oro” il criterio più utile per comprendere appieno il concetto di fair play .

allarga fino a ricomprendere quello spirito di amicizia sportiva che costituisce, evidentemente, un aspetto più ampio. Si comprende così perché al fair play può essere riconosciuto un significato molto più ampio del semplice rispetto delle regole. Qualche esempio assai noto può aiutare a raffigurare meglio il concetto. Ai Giochi Olimpici di Berlino del 1936 il campione statunitense Jesse Owens fallisce due tentativi di salto; mentre sta per preparare il terzo, il rivale Carl Ludwig Long gli suggerisce di partire più indietro di 30 centimetri. Il consiglio è ottimo, Owens lo segue e vince la medaglia d’oro, mentre Long ottiene quella d’argento. Più di recente, durante il Tour de France 2022, Jonas Vingegaard, in maglia gialla, vede cadere il rivale Tadej Pogačar, che perde così del tempo prezioso. Invece di approfittare della situazione, Vingegaard attende l’avversario, che quindi lo ringrazia con una stretta di mano. In questi casi, nessuna regola obbligava ad aiutare l’avversario a tal punto. È evidente che il fair play non è coinciso con il semplice rispetto delle regole. Ma il fair play può condurre anche a prevalere sulle regole sportive?

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DELLA INVISIBILI INGIUSTIZIE LE SCIENZA

di Alessandra Filabozzi e Velia Minicozzi*

La storia di Rosalind Franklin è spesso raccontata come la storia di un’ingiustizia individuale: una scienziata brillante il cui contributo è stato misconosciuto o riconosciuto tardivamente. Il suo caso è più interessante se si guarda a come nella scienza viene costruita l’autorevolezza.

I suoi esperimenti di diffrazione dei raggi X sono stati cruciali per comprendere la struttura del DNA: non solo l’immagine 51 ma anche le sue analisi dei dati, sebbene non avessero ancora prodotto un modello definitivo. Franklin desiderava essere sicura dei suoi dati, al di là di ogni ragionevole dubbio, prima di proporre un modello strutturale. Watson e Crick furono più arditi e grazie ai dati di Franklin elaborarono e pubblicarono un modello, verificandolo solo successivamente. Non riconobbero subito ed esplicitamente il ruolo dei dati di Rosalind Franklin per l’elaborazione del loro modello.

rimanda a una visione più ampia della scienza e del suo funzionamento. La visione comune della scienza è quella di una materia completamente oggettiva nella quale i dati parlano da soli e la soggettività non interviene. Al contrario, ogni scelta scientifica è una decisione di individui, scienziati e scienziate, che operano in un contesto culturale, sociale e istituzionale specifico in cui l’oggettività è in costante equilibrio con la soggettività. Queste riflessioni non sono nuove. Nel 1976, il libro L’Ape e l’Architetto mette in discussione l’idea di una scienza neutrale descrivendo l’attività scientifica come una pratica umana, storicamente situata, attraversata da valori, rapporti di potere e

Questa vicenda, oltre ad essere un esempio di cattive pratiche scientifiche,

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*Ricercatrice in Fisica sperimentale della materia e applicazioni - alessandra.filabozzi@roma2.infn.it, Professoressa associata di Fisica per le scienze della vita, l’ambiente e i beni culturali - velia.minicozzi@roma2.infn.it

responsabilità. Considerare oggi queste domande significa affermare che il problema dell’oggettività della scienza è ancora attuale. Il genere entra in questa storia come una delle questioni a lungo rimaste invisibili nella scienza. Invisibile come oggetto e come soggetto. L’ingiustizia nella scienza entra non solo nelle pratiche discriminatorie ma anche nella scelta di cosa osservare, misurare e modellizzare. La fecondazione è stata a lungo descritta come un processo in cui l’ovulo è passivo e lo spermatozoo che arriva primo riesce a fecondare. Recenti ricerche hanno mostrato, al contrario, che l’ovulo è un agente attivo che, attraverso segnali biochimici e meccanismi che testano la compatibilità genetica, seleziona lo spermatozoo da cui farsi fecondare. Un altro esempio emblematico riguarda la salute. Molti modelli biofisici e biomedici sono stati elaborati utilizzando dati che riguardano solo una parte della popolazione, la parte maschile. Il valor medio con cui si confrontano i dati diventa il valore di riferimento e chi si discosta da questa media, per esempio il genere femminile, rischia di non essere visto dal modello. L’ingiustizia nasce quindi dalle assunzioni che sono state prese nella costruzione del modello, non è un errore del modello. Il ruolo dello scienziato e della scienziata è quindi, ancora oggi, interrogarsi sui limiti dei propri strumenti, sulle voci che restano fuori dai modelli e in generale sulle condizioni di produzione della scienza. Restituire visibilità alle “ingiustizie” che attraversano la produzione scientifica non è un esercizio ideologico ma il modo in cui

rendere la scienza più robusta e autorevole.

Fonti

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Le rubriche

cuore del Foro Italico Eccellenza del diritto nel

di Federica Lorini, Emanuela Liburdi*

Esiste un luogo a Roma dove la tradizione giuridica più rigorosa incontra il respiro della modernità e il dinamismo dello sport. È il canale didattico di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Roma Tor Vergata presso il Foro Italico, un progetto nato dalla sinergia tra due eccellenze accademiche per offrire un percorso formativo che non ha eguali nel panorama pubblico italiano. Studiare qui, in Piazza Lauro de Bosis, non significa solo frequentare l’università, ma immergersi quotidianamente nel cuore pulsante delle istituzioni. La vicinanza strategica ai principali uffici giudiziari e amministrativi della Capitale permette infatti di accorciare le distanze tra l’aula e il tribunale, respirando l’aria della professione fin dal primo giorno. Ciò che rende questa sede davvero unica è la sua capacità di guardare oltre i confini del diritto tradizionale. Il polo del Foro Italico è diventato, infatti, un vero asset strategico grazie all’indirizzo in “Diritto della salute e dello sport”, pensato per formare giuristi capaci di muoversi con competenza in un’industria globale complessa, fatta di diritti televisivi, contrattualistica internazionale e grandi eventi. Qui, la contaminazione interdisciplinare è la norma: i/le futuri/e avvocati/e e magistrati dialogano con manager e scienziati/e, acquisendo una visione

*Ufficio Comunicazione di Ateneo - federica.lorini@uniroma2.it, emanuela.liburdi@uniroma2.it

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gestionale Ma l’innovazione non si ferma qui: l’Ateneo è all’avanguardia anche nella riflessione sul rapporto tra legge e intelligenza artificiale, grazie al lavoro del “Centro di ricerca su IA e diritto” (CRIAD), preparando oggi indispensabile. professionisti/e pronti/e a governare le sfide della transizione digitale e della sostenibilità. Scegliere questo corso significa, inoltre, rifiutare l’anonimato delle grandi masse studentesche. La dimensione comunitaria del Foro Italico garantisce un rapporto diretto e costante con il corpo docente, lo stesso che ha portato Tor Vergata ai vertici delle classifiche per occupazione e soddisfazione dei laureati e delle laureate. Ogni studente è seguito nel proprio iter , all’interno di un ambiente profondamente umano che gode però di servizi d’eccellenza: dalle biblioteche specializzate alle mense, fino alle attrezzature sportive di altissimo livello. Rappresentando l’unica offerta universitaria pubblica di area

giuridica in tutto il quadrante di Roma Nord, il canale del Foro Italico si propone come la scelta ideale per chi vuole unire l’autorevolezza accademica alla passione per le nuove frontiere del diritto.

Info e contatti sono presenti al seguente link

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L'impronta sostenibile diete alimenti di e

di Laura Di Renzo *

Le Green Societies rappresentano modelli di società in cui sviluppo, tutela dell’ambiente e benessere umano si integrano. In questo contesto, il sistema alimentare gioca un ruolo centrale, poiché le scelte quotidiane influenzano la salute, gli ecosistemi, la biodiversità e l’uso delle risorse naturali. Un’alimentazione sostenibile non implica restrizioni, ma un modello più equilibrato e vario, incentrato su alimenti vegetali come legumi, cereali integrali, frutta, verdura e frutta secca, privilegiando la stagionalità e la semplicità nella preparazione, rispondendo in pieno alle indicazioni della Dieta Italiana Mediterranea di riferimento, una dieta sana e sostenibile. Recuperare le tradizioni culinarie casalinghe promuove una maggiore consapevolezza nella scelta degli ingredienti e riduce l’uso di imballaggi. Inoltre, acquisti locali e orti domestici ristabiliscono il legame con il territorio e le tradizioni, favorendo un consumo sano e sostenibile. Pianificare i pasti, conservare correttamente gli alimenti e riutilizzare gli avanzi aiuta a ottimizzare le risorse e a promuovere un rapporto più consapevole con il cibo. La sostenibilità non dipende solo dalla scelta degli alimenti, ma anche dalle abitudini quotidiane che accompagnano il consumo. La dieta mediterranea è un esempio di modello alimentare sostenibile, che integra equilibrio nutrizionale, tradizione culturale e tutela ambientale.

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*Professoressa ordinaria di Scienze dell’alimentazione e delle tecniche dietetiche applicate - laura.di.renzo@uniroma2.it

Essa riduce l’impatto ecologico e aiuta nella prevenzione di patologie cronico- degenerative come obesità, diabete, malattie cardiovascolari e tumorali. La sostenibilità in nutrizione riguarda non solo l’impatto ambientale del cibo, ma anche la sua capacità di promuovere la salute a lungo termine, come dimostra l’approccio One Health, che lega la salute umana, animale e degli ecosistemi. Recentemente, anche gli strumenti di educazione alimentare si sono evoluti, integrando l’impronta ecologica degli alimenti, con la messa di evidenza del ruolo della frutta, verdura, legumi, cereali integrali e olio extravergine non solo per la salute, ma anche sul minore impatto ambientale, rispetto a alimenti ultra- trasformati e a base di prodotti di origine animale. La crescita della popolazione e il passaggio verso diete ad alto contenuto proteico aumenta la pressione sugli ecosistemi, rendendo fondamentale migliorare l’efficienza e ridurre gli sprechi alimentari. Le diete più sane e meno intensive diventano cruciali per la sicurezza alimentare futura.

In questo scenario, l’agricoltura biologica gioca un ruolo essenziale, promuovendo pratiche che tutelano la fertilità del suolo, riducono l’uso di pesticidi e proteggono la biodiversità. Lo studio IMOD (Italian Mediterranean Organic Diet) , condotto dall’Università di Roma Tor Vergata, ha evidenziato che una dieta mediterranea biologica migliora la composizione del microbiota intestinale, suggerendo che la qualità degli alimenti è cruciale per il benessere. I sistemi alimentari sostenibili apportano benefici globali, ma per realizzarli è necessario l’impegno congiunto di consumatori, mondo accademico, stakeholder. Rafforzare la consapevolezza del legame tra alimentazione, salute e ambiente appare fondamentale, per formare cittadini consapevoli coerentemente con i principi delle Green Societies. Il modo in cui selezioniamo, produciamo e consumiamo il cibo è uno degli strumenti più immediati per promuovere salute, sostenibilità e futuro. Scegliere un’alimentazione sostenibile non è una moda, ma un principio fondamentale: ciò che fa bene al pianeta, fa bene anche alla salute e viceversa.

Fonti

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Tor Vergata: a Growing Global Campus in QS Rankings 2026

di Francesca Grandi*

Tor Vergata University of Rome confirms its strong international appeal in the QS Rankings 2026, achieving top positions in Italy for international student presence and diversity at both global and European level. The University continues to consolidate its international profile, standing out among Italian institutions for its ability to attract and support a diverse global student community while fostering a multicultural and collaborative academic environment. In the QS World University Rankings 2026, Tor Vergata ranks second in Italy for both international student ratio and international diversity . It also places eighth overall nationally and 355th worldwide, entering the top ten Italian universities for the first time and positioning itself within the top quarter globally, a milestone that reflects the University’s growing influence on the international academic stage. The European perspective confirms this positive trend. In the QS Europe University Rankings 2026, published in January, Tor Vergata ranks third in Italy for both the number of international students and the diversity of their countries of origin, climbing an impressive 129 positions compared to the previous edition. These results highlight the University’s consistent and strategic

*Dir. II – Divisione “Ricerca internazionale” - francesca.grandi@uniroma2.it

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efforts in internationalization, mobility, and global collaboration.

A key strength behind these achievements is Tor Vergata’s increasingly multicultural academic environment. The presence of international students enriches campus life, contributing to vibrant classrooms, laboratories, and common spaces where cultural exchange, academic collaboration, and innovation thrive. This diversity also enhances teaching practices and research perspectives, creating a dynamic learning environment that encourages cross-border dialogue and creative problem-solving. This progress is the result of long-term strategic initiatives aimed at building an open, globally connected university. From expanding English-taught degree programmes to strengthening international research networks , participation in mobility programmes such as Erasmus+ , and dedicated services for international students, Tor Vergata continues to invest in opportunities that

make the campus accessible and attractive to the world. Targeted integration initiatives and support systems further ensure students feel part of a cohesive and inclusive academic community. and stakeholders, these achievements enrich the academic experience while reaffirming the importance of a shared commitment to openness and global engagement. As Tor Vergata continues along this path, it consolidates its identity as a global campus and strengthens its position as an international hub for education, research, and intercultural collaboration, preparing students to thrive in an interconnected and rapidly evolving world. For students, researchers,

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a cielo aperto Archeologia laboratorio

di Carolina Sugamele*

Il mio percorso di ricerca è un viaggio continuo attraverso i luoghi e le culture del Mediterraneo antico: dall’Italia alla Grecia, fino al deserto della Tunisia, ogni paesaggio diventa un laboratorio a cielo aperto in cui il passato torna a vivere attraverso attività sul campo, progettazione culturale e collaborazioni internazionali. Mi chiamo Carolina Sugamele e sono dottoranda di ricerca di Interesse Nazionale in Scienze del Patrimonio Culturale (XL ciclo). Il cuore del mio progetto dottorale è Camarina, tra le più grandi fondazioni coloniali della Sicilia greca. Partendo dallo studio del paesaggio antico, cerco di ricostruire il rapporto profondo tra la polis e il territorio che la circondava. In questa prospettiva, che integra archeologia e analisi territoriale, la presenza sul campo è essenziale: presso il Parco Archeologico di Camarina (Ragusa) svolgo prolungati soggiorni di studio e tirocinio, lavorando tra musei, depositi e ricognizioni nel territorio, grazie alla collaborazione con l’Ateneo e al coordinamento degli scavi affidato alla professoressa Marcella Pisani, docente di Archeologia classica.

La mia tesi magistrale sugli scavi a Camarina ha ricevuto nel 2024 il Premio Biagio Pace.

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*Dottoranda in Scienze del Patrimonio Culturale - carolina.1998@hotmail.it

In linea con gli obiettivi previsti dal Dottorato, il mio percorso di ricerca prevede anche un periodo di formazione all’estero: il soggiorno ad Atene, previsto nel prossimo autunno, rappresenta un passaggio fondamentale per confrontarmi direttamente con i contesti archeologici chiave per l’approfondimento delle tematiche al centro della mia tesi. La ricerca sul campo, infatti, è una delle dimensioni più affascinanti del mio lavoro. A Lentini, sempre in Sicilia, in provincia di Siracusa, collaboro alla campagna di scavo condotta dalla professoressa Pisani dell’Università di Roma Tor Vergata e dal Parco Archeologico di Leontinoi e Megara. Sul versante nord del Colle S. Mauro, secondo le fonti antiche sede dell’acropoli della città, abbiamo riportato alla luce i resti di un monumentale tempio greco arcaico, all’interno di un contesto stratigrafico straordinario che va dall’età del Bronzo sino ad oggi. Altrettanto stimolante è la missione presso il sito di Tozeur- Koustilya (da cui sto scrivendo ora, marzo 2026), nell’ambito della partnership scientifica tra l'Ateneo e l’Institut National du Patrimoine de la Tunisie, che riunisce ricercatori e ricercatrici nello studio del patrimonio archeologico del Sahara tunisino. A questa missione ho partecipato grazie a una borsa di studio del progetto Transnational Educational Partnership TNE come studentessa di Tor Vergata. Accanto alle attività di scavo, il mio lavoro di ricerca mi porta a occuparmi anche di valorizzazione e comunicazione del patrimonio culturale. Nella Valle del Turano, ad esempio, partecipo al Turano Archaeo Survey Project , frutto della cooperazione tra l’Università di Roma Tor

Vergata e la Durham University. Inserito in un più ampio programma di rigenerazione culturale della Sabina, il progetto coinvolge attivamente le istituzioni locali e i cittadini, rendendo l’archeologia un’esperienza di comunità.

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Giustizia vegetale? Quando le piante giocano sporco

di Roberto Braglia*

Nel mondo vegetale l’idea di giustizia, intesa come equa distribuzione delle risorse, è piuttosto lontana dalla realtà. Le piante competono costantemente per luce, acqua, spazio e nutrienti e, come spesso accade in natura, alcune specie hanno sviluppato strategie particolarmente efficaci per prevalere sulle altre. Tra queste c’è l’allelopatia: la capacità di rilasciare nell’ambiente sostanze chimiche che ostacolano la germinazione o la crescita

delle piante vicine.

Un esempio emblematico è rappresentato dal genere Eucalyptus , alberi originari soprattutto dell’Australia ma oggi diffusi in molte regioni del mondo, inclusa l’area mediterranea. Chi passeggia in un boschetto di eucalipti nota spesso un dettaglio curioso: il suolo appare sorprendentemente povero o addirittura privo di altre piante. Le foglie, la corteccia e

*Coordinatore dell’Orto Botanico dell’Università di Roma Tor Vergata - roberto.braglia@uniroma2.it

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le radici degli eucalipti rilasciano infatti composti aromatici e fenolici che possono interferire con la germinazione o lo sviluppo delle specie concorrenti. Queste molecole si accumulano nel terreno quando le foglie cadono e si decompongono, contribuendo a creare un ambiente chimico poco favorevole ad altri vegetali. Gli oli essenziali, responsabili anche del caratteristico profumo delle foglie, partecipano a questo complesso sistema di interazioni tra piante e suolo. In questo modo gli eucalipti riducono la competizione e assicurano alle proprie giovani piantine uno spazio più libero in cui crescere.

All’Orto Botanico dell'Università di Roma Tor Vergata, nel “Giardino dei Popoli”, è possibile osservare diverse specie di eucalipto che mostrano la straordinaria varietà di forme di questo genere: cortecce lisce o fibrose che si sfaldano in placche colorate, foglie giovanili spesso tonde e glaucescenti, foglie adulte lunghe e falcate e coloratissimi fiori. Accanto al loro valore ornamentale e alla storia della loro diffusione nel Mediterraneo, queste piante offrono anche un esempio affascinante delle sottili dinamiche chimiche che regolano la convivenza tra specie. Gli eucalipti non sono però gli unici “chimici” del regno vegetale. Il noce, Juglans regia , produce dalle radici una sostanza chiamata juglone che può interferire con la crescita di molte piante erbacee e arboree. Anche alcune salvie mediterranee, come Salvia officinalis e Salvia rosmarinus , rilasciano composti volatili e rizotossine che contribuiscono a mantenere attorno ai cespugli zone relativamente prive di vegetazione.

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Più che un’ingiustizia, dunque, quella che osserviamo è una delle molte strategie evolutive con cui le piante negoziano lo spazio e le risorse. Nel silenzio apparente di un giardino o di un bosco si svolge una complessa conversazione chimica tra organismi che, pur immobili, sono tutt’altro che passivi. E talvolta questa conversazione può trasformarsi in una forma sorprendentemente efficace di competizione vegetale, ricordandoci che anche il mondo delle piante è fatto di sottili equilibri, alleanze invisibili, piccoli conflitti silenziosi e forse anche qualche ingiustizia.

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UNLOCK YOUR

CREATIVITY Contest Fotografico

Lascia il segno contribuisci* con le tue creazioni alla

REALIZZAZIONE DELLA COPERTINA della newsletter del tuo ateneo

*entro il 24 aprile 2026

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