Uninews TorVergata #in-giustizia

Significa rimettere in moto il pensiero, acquisire strumenti critici, costruire una prospettiva. Ma significa anche qualcosa di più: riconoscersi di nuovo come soggetti capaci di apprendere, di scegliere, di partecipare. Le aule universitarie, anche all’interno dei reparti di alta sicurezza, diventano così spazi in cui si esercita una forma concreta di responsabilità. Luoghi in cui si studia, si discute, si argomenta, e soprattutto si costruisce un linguaggio condiviso con il mondo esterno. Ed è proprio questo uno degli effetti più profondi di questi percorsi: riaprire un dialogo tra il carcere e la società, interrompendo quella frattura che spesso rende la detenzione non solo una separazione fisica, ma anche simbolica. Accanto alla didattica, negli anni si sono sviluppate attività culturali, laboratoriali e progettuali che hanno rafforzato questo dialogo, aprendo spazi di confronto tra il carcere e la comunità esterna. In questo senso, l’università in carcere non si limita a trasferire conoscenze, ma contribuisce a costruire un ambiente culturale condiviso, in cui il sapere diventa occasione di relazione e riconoscimento reciproco. Negli ultimi anni, questo dialogo si è ulteriormente rafforzato anche sul piano istituzionale. La presenza del Presidente della Repubblica in un istituto penitenziario, accanto agli studenti universitari detenuti, ha rappresentato un momento di particolare rilievo. Non si tratta di un gesto simbolico isolato, ma del riconoscimento di un percorso che restituisce centralità al sapere come strumento di giustizia. Si potrebbe obiettare che l’accesso all’università in carcere attenui il carattere afflittivo della pena. Ma questa obiezione presuppone una concezione della giustizia limitata alla dimensione punitiva.

Una pena che non offre strumenti di cambiamento rischia infatti di essere non solo incompleta, ma inefficace. Al contrario, una pena che si accompagna a percorsi di istruzione e formazione rafforza la propria funzione costituzionale, rendendo possibile un reale reinserimento sociale. In questa prospettiva, lo studio non si configura come un beneficio accessorio, ma come parte integrante di una idea di giustizia rieducativa e sociale. Non riguarda soltanto chi è detenuto, ma investe l’intera collettività. Una società che non investe nel reinserimento rinuncia infatti non solo a una possibilità di riscatto individuale, ma anche alla propria sicurezza futura. Portare l’università in carcere non attenua la pena. Le dà direzione. Introduce un orizzonte di senso là dove il rischio è quello della mera sospensione. Dopo quasi vent’anni di esperienza, è possibile affermarlo con chiarezza: l’istruzione universitaria in carcere è uno degli strumenti più concreti per rendere effettivo il principio costituzionale della rieducazione. Non è un progetto accessorio. È il modo in cui l’università esercita la propria funzione pubblica. E soprattutto, non è un privilegio. È giustizia.

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