Milano, Roma e Venezia fino a San Giuliano, Bagni di Lucca e San Terenzo. Di primaria importanza era, per loro, intrecciare rapporti di reciproca fiducia e comunione intellettuale con la popolazione locale—senza restrizioni di ceto, professione o genere—prestando un orecchio attento a quelle storie, aneddoti e folclore che hanno impreziosito la fitta trama della loro scrittura. Testimonianza concreta di tale impegno e passione sono opere come The Cenci di P.B. Shelley, testo teatrale che mostra chiaramente la conoscenza del territorio romano e delle sue tragedie più note, o Rambles in Germany and Italy, in 1840, 1842, and 1843, resoconto di viaggio in cui l’acuta riflessione politica di Mary Shelley sulla controversa Questione italiana si combina con l’amore sincero per la nostra gente, con quell’“italofilia” che mai, nella sua vita, venne meno. Il principio della connessione è sotteso anche alla composizione di The Last Man (L’ultimo uomo), romanzo di Mary Shelley di cui si celebra quest’anno il bicentenario della pubblicazione con una mostra, allestita al Keats and Shelley Museum di Roma, che ho contribuito a curare: “A World on the Verge: Mary Shelley’s The Last Man ” (Un mondo in bilico: The Last Man di Mary Shelley). Il testo stabilisce un nesso tra la visita all’antro della Sibilla Cumana che gli Shelley esplorarono nel 1818 (materia della narrazione-cornice) e la profezia di un futuro apocalittico, funestato da una pandemia che, a partire dal 2073, conduce alla progressiva estinzione dell’umanità. Ricomponendo i frammenti delle foglie sibilline, che recano iscrizioni in più di una lingua, la voce narrante (e dunque l’autrice) lancia un monito la cui eco si propaga fino al
presente: ignorare l’interconnessione e l’interdipendenza tra animali umani e non umani, tentare di piegare la natura ai propri fini, adottare la logica rapace della prevaricazione e del sopruso si rivelano strategie fallaci, i cui effetti deleteri sono destinati a ricadere su chi sceglie di metterle in atto. L’auspicio di Mary Shelley si allinea, quindi, a quello di Forster, dal quale questo editoriale ha preso le mosse: «Only connect!». È nella forza delle connessioni che risiede la speranza del domani.
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