Uninews TorVergata #connessioni

Newsletter di Ateneo n°13 #connessioni

UNINEWS TORVERGATA

Luglio 2026 n°13

#connessioni

SOMMARIO

#connessioni

In apertura di Elisabetta Marino Creare legami: driving force per atomi e non solo di Valeria Guglielmotti Dalla connessione alla profilazione in pochi clic di Luigi Prosia Il bene comune, volàno per le connessioni aziendali di Emiliano Di Carlo Connessioni: l'IA tra saperi e tecnologie di Stefano Salsano Capire e insegnare IA: un problema di connessioni di Fabio Ciotti Connessioni e disconnessioni di Giovanni Augusto Carlesimo Dona un vecchio telefono, riconnetti una vita di Leonardo Becchetti

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Direttrice responsabile Lucia Ceci

Progetto grafico Adriana Escobar Rios

UNINEWS TORVERGATA Contatti: uninews@uniroma2.it Web: https://n9.cl/uninewstv

Photo editor Riccardo Pierluigi

Web Scilla Gentili

Redazione Amedeo Balbi, Thomas M. Brown, Maria Novella Campagnoli, Francesco Cirulli, Claudia Roberta Combei, Tommaso Continisio, Maria Rosaria D’Ascenzo, Adriana Escobar Rios, Francesco Fabbro, Scilla Gentili, Francesca Grandi, Emanuela Liburdi, Federica Lorini, Michela Rustici, Andrea Sansone, Sabina Simeone

Chiuso in redazione: 2 luglio 2026

di Elisabetta Marino In apertura

isolamento e diffidenza (suo infelice corollario) sono mali ancora persistenti e fin troppo diffusi. Il Centro Linguistico di Ateneo, che ho il piacere e l’onore di dirigere come Delegata del Rettore, opera in armonia con l’adagio forsteriano, adoperandosi per dischiudere canali di comunicazione, stabilendo ponti tra individui e culture attraverso la pratica didattica e l’acquisizione linguistica. Imparare una lingua diversa dalla propria vuol dire, infatti, avere accesso a un patrimonio esperienziale alternativo, dialogare con il mondo, seguire rotte di pensiero non convenzionali, contribuire a smantellare odiosi stereotipi e idee preconcette generate dall’ignoranza (e dal timore) nei confronti di ciò che appare differente. Adottare un nuovo codice linguistico e comportamentale significa sapersi accostare con rispetto all’alterità, riconoscendone il valore aggiunto, il contributo peculiare offerto da ciascuno alla comunità estesa. La letteratura di viaggio, uno dei miei campi privilegiati di ricerca come anglista, ha spesso riservato ampi spazi alle connessioni. I coniugi Shelley, che lunghi anni trascorsero in Italia all’indomani delle guerre napoleoniche, sapevano orientarsi nelle complessità della nostra lingua prima ancora della partenza, giungendo poi a padroneggiarla durante il soggiorno in luoghi più o meno noti della penisola, da

«ONLY CONNECT!»: con questa celebre massima contenuta in uno dei suoi capolavori— Howards End (Casa Howard), romanzo del 1910—E.M. Forster invitava a ricomporre fratture o partizioni, sul piano sia personale sia collettivo, giungendo così a una pienezza esistenziale che solo l’empatia, il decentramento del punto di vista e i legami autentici possono sostenere. Questa newsletter esplora, appunto, il tema delle connessioni, argomento di particolare rilevanza in un mondo in cui, pur essendo costantemente in contatto —tramite internet, i social network e tutte le altre reti che ci uniscono—

*Delegata del Rettore con funzioni di Direttrice del CLA - marino@lettere.uniroma2.it

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Milano, Roma e Venezia fino a San Giuliano, Bagni di Lucca e San Terenzo. Di primaria importanza era, per loro, intrecciare rapporti di reciproca fiducia e comunione intellettuale con la popolazione locale—senza restrizioni di ceto, professione o genere—prestando un orecchio attento a quelle storie, aneddoti e folclore che hanno impreziosito la fitta trama della loro scrittura. Testimonianza concreta di tale impegno e passione sono opere come The Cenci di P.B. Shelley, testo teatrale che mostra chiaramente la conoscenza del territorio romano e delle sue tragedie più note, o Rambles in Germany and Italy, in 1840, 1842, and 1843, resoconto di viaggio in cui l’acuta riflessione politica di Mary Shelley sulla controversa Questione italiana si combina con l’amore sincero per la nostra gente, con quell’“italofilia” che mai, nella sua vita, venne meno. Il principio della connessione è sotteso anche alla composizione di The Last Man (L’ultimo uomo), romanzo di Mary Shelley di cui si celebra quest’anno il bicentenario della pubblicazione con una mostra, allestita al Keats and Shelley Museum di Roma, che ho contribuito a curare: “A World on the Verge: Mary Shelley’s The Last Man ” (Un mondo in bilico: The Last Man di Mary Shelley). Il testo stabilisce un nesso tra la visita all’antro della Sibilla Cumana che gli Shelley esplorarono nel 1818 (materia della narrazione-cornice) e la profezia di un futuro apocalittico, funestato da una pandemia che, a partire dal 2073, conduce alla progressiva estinzione dell’umanità. Ricomponendo i frammenti delle foglie sibilline, che recano iscrizioni in più di una lingua, la voce narrante (e dunque l’autrice) lancia un monito la cui eco si propaga fino al

presente: ignorare l’interconnessione e l’interdipendenza tra animali umani e non umani, tentare di piegare la natura ai propri fini, adottare la logica rapace della prevaricazione e del sopruso si rivelano strategie fallaci, i cui effetti deleteri sono destinati a ricadere su chi sceglie di metterle in atto. L’auspicio di Mary Shelley si allinea, quindi, a quello di Forster, dal quale questo editoriale ha preso le mosse: «Only connect!». È nella forza delle connessioni che risiede la speranza del domani.

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CREARE LEGAMI: DRIVING FORCE PER ATOMI E NON SOLO

Se provassimo ad indossare degli occhiali speciali per guardare il mondo che ci circonda, ci accorgeremmo che tutte queste relazioni, invisibili e visibili, non sono altro che delle reazioni chimiche dove atomi di elementi apparentemente solitari incontrano altri atomi di elementi uguali a loro stessi (o diversi), generando una connessione (il legame chimico) basata sulla condivisione, nella maggior parte delle volte, di una merce di scambio comune (l’elettrone). Dunque, al centro di ogni connessione c’è l’atomo, un’entità che raramente ama la solitudine se escludiamo, guardando la Tavola Periodica degli Elementi, “lo strano caso” dei gas nobili, elementi che per loro natura chimica quasi mai si mescolano ad altri elementi, anche fossero identici a loro stessi. Per tutto il resto della Tavola Periodica, gli atomi cercano altri atomi perché spinti da una "mancanza” e questa

di Valeria Guglielmotti*

In questo momento in cui tu, lettore, stai scorrendo queste righe, con grande probabilità sarai parallelamente connesso con il resto del mondo, utilizzando uno dei tanti strumenti che abbiamo tutti a disposizione: e-mail, social network, messaggistica istantanea e chi più ne ha più ne metta. Tuttavia, dobbiamo ammetterlo, nonostante viviamo tutti (social-mente) connessi, forse la nostra è un’epoca che troppo spesso esalta l’individualismo e ci fa dimenticare una verità fondamentale, e anche un po’ poetica: siamo fatti di relazioni, di connessioni, di legami che si creano costantemente, si modificano nel tempo e cessano di esistere, se necessario.

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*Ricercatrice in Chimica generale e inorganica - valeria.guglielmotti@uniroma2.it

ricerca di equilibrio è la spinta del mondo: in fondo è la natura stessa che ci dice che l’atomo isolato è un’eccezione, un’anomalia, e che la stabilità, nelle relazioni di qualsiasi tipo, si raggiunge quasi sempre attraverso la condivisione o lo scambio di qualcosa che porti vantaggio ad entrambe le parti o al nuovo sistema generato. Cosa spinge due elementi chimici o di altra natura (ad esempio persone in un contesto sociale) a incontrarsi, relazionarsi e connettersi formando, nel migliore dei casi, un legame molto stabile e difficile da rompere? È l’energia, messa in gioco per trasformare il paradosso della “solitudine atomica” nello stato di ordine della materia complessa, la principale driving force che unisce atomi, molecole e non solo. E i legami chimici, in qualche modo, possono rappresentare la sintassi con cui comprendere le connessioni che tengono assieme (o in alcuni casi dissolvono) le relazioni umane: nel legame covalente, dove gli atomi mettono in condivisione i propri elettroni, si crea una connessione e un’unione così forte e stretta da produrre molecole, come il DNA, con funzioni di fondamentale importanza quali permettere la vita degli esseri viventi. E non è proprio il legame covalente che ci insegna che è possibile confrontarsi alla pari con l’altro grazie alla condivisione, e scoprire che insieme si può essere migliori se entrambe le parti cedono qualcosa di proprio per un bene comune più grande? E se è vero che “gli opposti si attraggono” in fondo stiamo parlando di legame ionico, che è il responsabile della formazione di cristalli di sale ad esempio, strutture solide, ordinate

e perfettamente geometriche. Questa attrazione tra cariche di segno opposto (un atomo cede un elettrone, l’altro lo accoglie) ci mostra come anche donando qualcosa di proprio all’altro, si può creare una connessione forte e longeva. Ma le connessioni chimiche non sono solo "forti" o permanenti, poiché la forza di un sistema non deriva solo dalla rigidità dei suoi legami, ma anche dalla capacità di creare connessioni leggere, dinamiche e capaci di adattarsi al cambiamento. E i legami deboli come il legame idrogeno, o ancor meno le cosiddette interazioni deboli ovvero connessioni fragili, effimere, facili da spezzare, quasi assimilabili ad una veloce stretta di mano, possono essere responsabili invece della formazione di sostanze di importanza vitale come l’acqua o il già citato DNA stesso. In fondo, se non immaginassimo tutte queste connessioni alla base di tutto ciò che ci circonda, la vita per come la conosciamo oggi, diventerebbe solo un coacervo di atomi incapaci di comunicare tra loro.

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DALLA CONNESSIONE ALLA PROFILAZIONE IN POCHI CLIC

La connessione rappresenta una delle caratteristiche più evidenti della contemporaneità : accresce opportunità , accorcia distanze, garantisce partecipazione e rapidità decisionale. Individui, dispositivi, piattaforme e infrastrutture digitali interagiscono costantemente attraverso flussi di dati che modellano ogni livello della vita comune, sempre più condizionata dalla velocità e, talvolta, dalla superficialità dei passaparola telematici.

di Luigi Prosia *

È quella che molti studiosi definiscono “dataficazione” della società, ossia la trasformazione delle esperienze umane in informazioni registrabili, analizzabili e utilizzabili sul piano economico o politico. Affidando la propria rappresentazione sociale a una molteplicità di dati diffusi, le persone risultano oggi molto più esposte, fino quasi a rinunciare alla custodia dei propri segreti. Si vive, infatti, in una progressiva erosione del confine tra online e offline, dove l’ esserci tende a sovrapporsi all’ essere connessi . Tuttavia, questa crescente interconnessione, nata almeno nelle sue premesse come promessa di apertura, semplificazione ed efficientamento, rischia di trasformarsi in una sorta di gabbia elettronica costruita sul recupero e sull’elaborazione delle briciole digitali lasciate in Rete. Basti pensare alle tecnologie di intelligenza artificiale, alle quali affidiamo compiti non solo dispendiosi in termini di tempo ed energie, ma anche estremamente complessi, se non impossibili, per un ’ intelligenza umana non

*Assegnista di ricerca Filosofia del diritto – prosia@juris.uniroma2.it

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assistita. Se da un lato tali strumenti agevolano numerose funzioni, dall’altro sono in grado di classificare le persone, prevederne i comportamenti e persino influenzarne le scelte mediante sofisticati schemi di autoapprendimento. processi reputazionali, meccanismi di ranking o scoring orientano così l’agire umano in modo spesso silenzioso e difficilmente percepibile, inaugurando una nuova “società digitale di classi”, nella quale i soggetti considerati economicamente poco rilevanti finiscono per essere trattati come veri e propri “scarti”, mentre i consumatori ad alto valore si ritrovano nel gruppo delle “stelle nascenti”, ossia tra i profili maggiormente appetibili dal punto di vista commerciale. Le informazioni acquisite, dunque, non sono utilizzate esclusivamente per migliorare i servizi, ma anche e soprattutto per ricomporre rappresentazioni individuali o collettive. Suggerimenti personalizzati, È qui che il passaggio dalla connessione alla profilazione diviene evidente, configurandosi quest’ultima come una forma particolarmente insidiosa di

governo delle condotte, fondata sulla capacità predittiva degli algoritmi e sulla permanente concatenazione dei dati, con cui soggetti pubblici e privati valutano affidabilità, preferenze e propensioni delle persone, non di rado prescindendo dalla loro concreta volontà. E il pericolo è quello di essere giudicati o incentivati nelle proprie possibilità unicamente sulla base delle caratteristiche attribuite da un apprezzamento automatizzato o dell’appartenenza a un determinato gruppo, con inevitabili effetti di esclusione o discriminazione che non consentono certo di confidare nella sola autodifesa individuale. Il diritto è allora chiamato a svolgere una funzione essenziale di garanzia, definendo le condizioni necessarie affinché la connessione non si traduca in controllo autoritativo o in nuove stratificazioni sociali alimentate da logiche di mercato che ricercano nella tecnologia un’ulteriore forma di legittimazione. Perché proprio la tecnologia deve restare al servizio dell’uomo e della sua dignità, quale limite al di sotto del quale la convivenza non può regredire, nemmeno in un’epoca in cui le macchine mettono incessantemente alla prova il senso stesso del nostro vivere.

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VOLÀNO PER LE CONNESSIONI AZIENDALI IL BENE COMUNE,

di Emiliano Di Carlo*

Le connessioni tra persone e team costituiscono la rete vitale che sostiene il funzionamento e la coesione dell’organizzazione aziendali. Ma quali connessioni contano davvero? E perché alcune aziende riescono a generare connessioni forti tra persone, generando un valore superiore alla somma delle singole parti, mentre altre restano semplici aggregati di individui con interessi contrastanti e connessioni molto deboli prevalentemente (quando non esclusivamente) di tipo opportunistico? La risposta risiede, tra l’altro, nella natura stessa dell’azienda e nel modo in cui essa orienta le persone verso il proprio scopo. Qualsiasi organizzazione produttiva esiste per uno scopo specifico, e il suo successo dipende, tra l’altro, dalla capacità di trasformare gli interessi individuali in obiettivi condivisi.

insieme di contratti, ovvero come uno strumento di cui i suoi proprietari si servono per soddisfare i loro desideri, normalmente rappresentati dalla massimizzazione del profitto. I/le manager e i/le dipendenti collaborano in base a incentivi individuali, e ogni azione viene guidata dal proprio tornaconto. In questo modello, le connessioni sono di tipo contrattuale (dove appunto il contratto stabilisce il rapporto tra contributi ricompense) ed essenzialmente strumentali , ovvero gli individui si aiutano solo se utilitaristicamente conviene, e la fiducia verso il prossimo è sostituita dal monitoraggio e dai sistemi di controllo. Il risultato è una rete di relazioni contrattuali

Nella visione tradizionale, di stampo neoliberista, l’azienda è percepita come un

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*Professore ordinario di Economia aziendale – dicarloe@uniroma2.it

funzionale al profitto, ma fragile, soprattutto nei momenti di crisi aziendale in cui si chiede ai portatori di interessi di andare oltre quanto stabilito dal contratto. Contrastando questa visione, emerge l’idea dell’azienda come una “comunità di persone” con un interesse primario orientato al bene comune, ossia a risolvere i problemi delle persone e del pianeta in modo profittevole, ossia nel rispetto della legge e dell’etica. Seguendo questa accezione, l’azienda, proprio in quanto comunità di persone, non è proprietà di nessuno. I cosiddetti proprietari non sono cioè proprietari dell’azienda, bensì del titolo che ricevono in cambio del capitale sottoscritto. Nel modello del bene comune, le persone sono poste al centro. Le connessioni e i rapporti tra persone (non semplici individui ) non si basano solo sui beni materiali estrinseci, ma si sviluppano anche attraverso beni immateriali estrinseci, beni intrinseci che riguardano la soddisfazione personale, beni trascendenti (le virtù) che collegano la persona a valori più ampi, e beni di immagine che riflettono reputazione e riconoscimento sociale. In questo approccio, il valore condiviso nasce dalla combinazione di tutte queste dimensioni, ponendo l’essere umano come fulcro delle connessioni.

sopravvivenza e allo sviluppo che però non annulla quello delle singole persone che ne fanno parte, ma lo armonizza, creando un ecosistema in cui ciascun contributo può generare effetti moltiplicativi. Le persone che operano nella comunità non sono portatori di interessi (gli stakeholder), ma anche portatori di responsabilità verso la comunità stessa, in particolare verso il suo scopo. La comunità stessa è un portatore di responsabilità verso le persone che a vario titolo solo influenzate o influenzano le sue attività. Quando l’azienda agisce secondo il suo interesse primario, le connessioni possono generare effetti sistemici. La collaborazione tra dipendenti, fornitori e clienti non è dettata solo da un vincolo contrattuale, bensì diventa un insieme di relazioni sociali fiduciarie che amplificano creatività, efficienza e sostenibilità. La somma delle singole azioni produce un valore superiore, perché tutti gli attori agiscono sapendo che il loro contributo supporta un obiettivo condiviso. Le organizzazioni che riescono a creare questo allineamento tra interesse generale della comunità e individuale possono trasformare le relazioni in un motore di crescita e sostenibilità. Non si tratta solo di incentivare la collaborazione, ma di definire uno scopo superiore che orienti tutte le connessioni verso il bene comune.

L’azienda diventa appunto una comunità avente un interesse proprio alla

Fonti

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di Stefano Salsano* L’IA TRA SAPERI E TECNOLOGIE Ogni vera innovazione nasce da una connessione: tra persone, tra discipline, tra idee che fino a ieri sembravano lontane. L’Intelligenza Artificiale rende oggi queste connessioni più profonde, più rapide e più capaci di trasformare la realtà circostante. CONNESSIONI:

ToCAI, il Centro Interdipartimentale per l’Intelligenza Artificiale dell’Università di Roma Tor Vergata, nasce con questa ambizione: costruire uno spazio in cui le risposte della tecnica incontrino le grandi domande della società, generando conoscenze, visioni e applicazioni. Ogni vera innovazione nasce da una connessione. Questa intuizione antica acquista una forza nuova oggi, quando l’Intelligenza Artificiale cambia il modo in cui guardiamo alla realtà che ci circonda, formuliamo ipotesi e progettiamo soluzioni. Le idee migliori non vivono più nei confini di una singola disciplina. Nascono dove la matematica incontra la medicina, l’ingegneria dialoga con il diritto, l’economia si lascia interrogare dalle

scienze sociali, l’analisi dei dati incontra la pedagogia. È in questo spazio di confini e interazioni che si muove ToCAI, il Centro Interdipartimentale per l’Intelligenza Artificiale dell'Università di Roma Tor Vergata. ToCAI nasce con un’ambizione precisa. Vanno messe in comunicazione competenze che, prese singolarmente, non bastano a rispondere alle domande del nostro tempo. La linfa tecnologica di ToCAI viene dalle aree ingegneristiche e scientifiche dell’Ateneo, che da tempo affinano competenze e contribuiscono all’evoluzione delle tecnologie abilitanti per l’Intelligenza Artificiale: machine learning, linguistica computazionale, architetture di calcolo, reti e infrastrutture digitali.

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*Professore ordinario di Telecomunicazioni - stefano.salsano@uniroma2.it

Ma la tecnica, nella sua tradizione più alta, non è fine a se stessa, serve a comprendere e trasformare il mondo. Per questo lo sguardo del Centro si estende verso i territori che l’IA sta già attraversando in profondità, raccogliendo intorno a sé contributi che vengono da molte aree dell’Ateneo. Nel contesto della formazione, l’IA apre la strada a forme di apprendimento personalizzato e adattativo, tutor virtuali e nuove modalità di valutazione. Nella sfera giuridica pone interrogativi cruciali sulla protezione dei dati, sull’equità algoritmica e sulla trasparenza delle decisioni automatizzate. Allo stesso tempo, diventa strumento per leggere e aggiornare la normativa. In ambito clinico l’IA supporta la diagnosi e personalizza i percorsi di cura con una precisione che chiede, però, una riflessione altrettanto profonda sulle implicazioni etiche. Negli studi economici e sociali l’IA permette di leggere in modo nuovo mercati, comportamenti e organizzazioni, e insieme apre domande di fondo su lavoro, produttività, distribuzione del valore, nuove forme di disuguaglianza. Infine, le città intelligenti, l’Internet of Things, le reti distribuite: scenari in cui l’IA

diventa tessuto connettivo di infrastrutture sempre più capillari, da governare con efficienza, resilienza e sostenibilità. Dietro a tutto questo c’è una visione più ampia. L’Europa si interroga sulla propria autonomia strategica nel dominio digitale, e l’Intelligenza Artificiale ne è il punto più sensibile. Oggi vi accediamo soprattutto attraverso piattaforme extraeuropee. La usiamo come si usa la luce o il telefono, pagando un abbonamento o a consumo. Questo crea una dipendenza che limita la capacità di costruire soluzioni coerenti con i valori che l’Europa difende: protezione dei dati, equità, responsabilità delle decisioni. Iniziative come il Centro non sono soltanto strumenti accademici, ma tasselli di una possibile risposta: luoghi in cui costruire competenze, sinergie e piattaforme abilitanti. Connessioni, allora, è la parola che meglio descrive questo lavoro. Tra discipline che si riconoscono parte di un disegno comune, tra ricercatori che imparano a parlare lingue diverse, tra l’Ateneo e una società che chiede risposte serie a domande nuove, tra innovazione e responsabilità di immaginare un futuro coerente con i nostri valori. Vista in questa prospettiva, l’Intelligenza Artificiale diventa il luogo in cui ingegneria, economia, sapere umanistico, scienze della vita e cultura giuridica si incontrano per progettare insieme. È in connessioni come queste che un’università mostra il suo ruolo più alto: non custodire saperi separati, ma creare le condizioni perché i saperi si possano combinare e diventino, insieme, una forma concreta di futuro. Fonti

I saperi convergono con l’IA 1) Foto dell’autore(i)/autrice(i) in primo piano ad alta risoluzione.

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CAPIRE E INSEGNARE IA: UN PROBLEMA DI CONNESSIONI

di Fabio Ciotti*

Le grandi trasformazioni socioculturali sono sempre il frutto di una rete di connessioni: tra tecnologia e cultura, tra innovazione e pratiche sociali, tra strumenti nuovi che pongono domande inedite e questioni che risalgono fino a tempi remoti della nostra specie, sul significato, sulla verità, sulla creatività, sulla responsabilità etica verso gli altri e verso l’ambiente che ci circonda. L’intelligenza artificiale appartiene a questa storia, con una differenza di scala che rende l’analisi di tali reti una condizione ineludibile per la conoscenza, per almeno tre ordini di discorso.

In primo luogo, capire la natura dell’IA e il suo impatto non può e non deve essere delegato ai soli saperi tecnologici. Non banalmente perché una tecnologia che tocca il destino dell’umano esige di essere negoziata socialmente, valutata da molti punti di vista, inserita in una discussione pubblica che nessuna competenza settoriale esaurisce da sola. Ma perché la natura stessa dell’IA, i suoi limiti e le sue possibilità, eccede la mera descrizione informatica e matematica di basso livello. Un sistema artificiale che produce linguaggio entra nei nostri giochi linguistici, e inevitabilmente produce significati. Come tutto ciò accada è una questione più concettuale che tecnica, e richiede strumenti che la sola considerazione scientifica e ingegneristica non può fornire: servono la filosofia, la semiotica, le scienze cognitive, ma anche la conoscenza sincronica e diacronica dei testi e dei processi culturali. Ridurre i sistemi intelligenti alla loro descrizione matematica è come pretendere di spiegare il

Professore Associato di Critica Letteraria e Letterature Comparate - fabio.ciotti@uniroma2.it

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comportamento umano sulla sola base della neurofisiologia e biochimica del cervello. In secondo luogo, l’IA ha un’incidenza metodologica profonda sui processi di costruzione e trasmissione dei saperi. I modelli linguistici, in particolare, ridisegnano i flussi di lavoro della ricerca e della produzione culturale, dall’editoria al giornalismo, dalla didattica alla comunicazione. Oggi appare ineludibile adottare l’IA in questi ambiti, ma farlo in modo produttivo ed efficace richiede la capacità di connettere competenza tecnica, conoscenza di dominio e capacità critica, al fine di definire i criteri con cui garantire qualità, verificabilità e responsabilità del suo impiego. In terzo luogo, l’IA ha un impatto socioculturale le cui dimensioni sono tanto estese quanto profonde. Gli LLM sono addestrati su una grandissima parte del patrimonio simbolico della cultura umana, e su quel patrimonio retroagiscono, modificando la velocità e la forma della produzione discorsiva, la diffusione delle credenze, la stabilità delle narrazioni collettive. Capire in che modo essi riflettano i bias delle culture da cui

apprendono, e come rischino al tempo stesso di introdurne di nuovi, è oggi parte integrante della riflessione critica su questi sistemi. Ma altrettanto importante è capire come i sistemi intelligenti cambieranno il lavoro e la creatività, e quali responsabilità etiche e politiche chiederanno di mettere in gioco. Oggigiorno, i lavoratori della conoscenza e della comunicazione rivestono un ruolo specifico nel governare l’impatto di queste tecnologie sulla sfera pubblica, poiché sono chiamati a operare quotidianamente con i linguaggi, i testi e le pratiche discorsive che costituiscono il tessuto della vita democratica. In un ecosistema simbolico abitato da intelligenze non più solo umane, il valore dell’intelligenza umana si sposta sulla capacità di produzione del senso, che è cosa ben più spessa e incarnata, del solo significato. In quest’ottica, connettere critica, saperi e competenze è la sfida formativa del futuro.

Fonti

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CONNESSIONI E DISCONNESSIONI

di Giovanni Augusto Carlesimo*

Gli

esseri

viventi

interagiscono

reciprocamente comportamenti

per

mezzo

di

finalizzati a “comunicare” idee, intenzioni, stati d’animo. Nell’essere umano, il codice comunicativo più ricco e versatile, in grado di raccontare i contenuti più complessi, è indubbiamente il linguaggio. Tuttavia, anche codici gestuali, mimici o posturali (in parte condivisi da altre specie animali) sono utilizzati per veicolare messaggi o emozioni. Da sempre, inoltre, l’essere umano si è ingegnato a estendere le sue possibilità di comunicazione oltre i propri limiti fisici, inviando messaggi che esprimessero timide richieste o comandi perentori o dichiarazioni di affetto attraverso i più svariati mezzi. Questa varietà di comportamenti scaturisce dal funzionamento di circuiti cerebrali ed è espressione di una potente spinta adattiva orientata a creare “connessioni” tra esseri viventi.

del nostro cervello è essa stessa profondamente radicata su fibre di sostanza bianca che connettono aree corticali spesso distanti tra di loro. Si calcola che oltre il 95% delle connessioni del nostro cervello abbiano questo scopo. Tale architettura non sempre è risultata evidente a coloro che indagavano con metodiche empiriche l’antico dilemma del rapporto tra res cogitans e res extensa . L’approccio frenologico, ad esempio, sviluppatosi in Europa e negli Stati Uniti nel diciannovesimo secolo, postulava una miriade di aree della corteccia cerebrale, ognuna responsabile in toto di una singola funzione cognitiva, senza supporre alcuna necessità di intercomunicazione tra le varie

D’altro canto, l’architettura funzionale

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*Professore ordinario di Neuropsicologia e Neuroscienze cognitive – memolab@hsantalucia.it

1965 sulla rivista Brain, Norman Geschwind interpretava in tal modo, con grande eleganza, sintomi quali la perdita selettiva della capacità di leggere o il deficit limitato agli arti di sinistra nell’eseguire gesti comunicativi. Roger Sperry, nel 1981, meritò il premio Nobel per la Medicina interpretando la specializzazione degli emisferi cerebrali sulla base del sorprendente comportamento spesso mostrato dai pazienti cui erano state sezionate le connessioni interemisferiche del corpo calloso ( split-brain syndromes ). Negli anni più recenti, le tecniche di ricostruzione in vivo delle vie di sostanza bianca per mezzo di tecniche di elaborazione avanzate di immagini di Risonanza Magnetica Nucleare (RMN) cerebrale ha consentito di meglio caratterizzare il contributo delle connessioni intra- e inter-emisferiche al funzionamento cognitivo, suggerendo nuovi modelli interpretativi di classiche sindromi neuropsicologiche quali le afasie, la negligenza spaziale unilaterale e i disturbi della memoria. Tuttavia, l’acquisizione forse più originale ed eccitante scaturita dall’utilizzo delle moderne tecniche di indagine del cervello (EEG oltre che RMN), è la descrizione di network funzionali che connettono aree di corteccia cerebrale che si coattivano durante l’esecuzione di compiti cognitivi e che sono mediati da connessioni corticali dirette e indirette, espressione più evidente della necessaria collaborazione di centri distinti al servizio del funzionamento cerebrale che sottende la nostra attività psichica.

aree. Una delle grandi intuizioni dei primi Neuropsicologi (come vennero chiamati gli studiosi del rapporto mente-cervello a partire dalla metà del ventesimo secolo) fu che, affinché funzioni cognitive complesse potessero essere efficacemente mediate da una struttura biologica, era necessario che i vari centri di tale struttura parlassero tra di loro, ogni centro apportando il suo bit di conoscenza ed elaborazione all’informazione in questione. In mancanza di strumenti di indagine adeguati ad indagare le basi neuroanatomiche che sostenevano tali comunicazioni su larga scala (su piccola scala, le connessioni sinaptiche, che costituiscono i mattoni elementari di tale coro di contatti tra singoli neuroni, erano già state descritte da Santiago Ramón y Cajal alla fine del diciannovesimo secolo), le prime descrizioni si limitavano a “modelli cognitivi” con riferimenti solo molto approssimativi alle connessioni anatomiche che li consentivano. Già nella metà del secolo scorso, i neurologi del comportamento erano in grado di interpretare molte sindromi neurologiche sulla base di disconnessioni indotte da lesioni selettive di specifiche vie di sostanza bianca. In due articoli apparsi nel

Fonti

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RICONNETTI UNA VITA DONA UN VECCHIO TELEFONO,

di Leonardo Becchetti*

Il 17 giugno, a Tor Vergata, abbiamo avviato con un primo evento una campagna semplice ma, crediamo, significativa: “Dona un vecchio telefono, riconnetti una vita”. L’invito è rivolto all’intera comunità universitaria affinchè contribuisca donando cellulari ancora funzionanti ma non più utilizzati. L’idea di fondo è trasformare un oggetto lasciato per anni in un cassetto, in uno strumento di inclusione, dignità e autonomia per persone che vivono condizioni di fragilità. Il telefono cellulare, oggi, non è più soltanto un mezzo di comunicazione. È diventato una delle chiavi di accesso alla cittadinanza sociale. Attraverso un telefono si cerca lavoro, si ricevono comunicazioni

da istituzioni e servizi sociali, si mantengono relazioni familiari, si accede a informazioni essenziali, si gestiscono pratiche amministrative e sanitarie, si ricevono codici di verifica, si attivano servizi digitali. Per questo, chi non dispone di un telefono funzionante non è semplicemente meno connesso: rischia di trovarsi ai margini di molti circuiti fondamentali della vita quotidiana.

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*Ordinario di Economia Politica - leonardo.becchetti@uniroma2.it

Questa forma di esclusione pesa in modo particolare su chi vive in povertà o in condizioni di forte precarietà. Un numero di telefono attivo può fare la differenza tra essere richiamati per un colloquio di lavoro o perdere un’opportunità, tra completare una pratica o restare bloccati, tra mantenere un legame familiare o scivolare nell’isolamento, tra accedere a un servizio e rimanerne fuori. Il cellulare non è più, dunque, un bene accessorio, ma una dotazione minima di autonomia personale e sociale. Molti di noi sostituiscono il telefono quando quello precedente è ancora funzionante. Lo conserviamo senza più usarlo, finendo per considerarlo privo di valore, ma può diventare un ponte verso diritti, relazioni e possibilità. In questo passaggio sta il senso più profondo dell’iniziativa: trasformare uno spreco potenziale in una risorsa sociale, facendo del riuso non soltanto un gesto ambientale, ma un atto di riconnessione umana. L’iniziativa, promossa dal Prorettorato alle Politiche di Innovazione Sociale, dal Prorettorato all’Ambiente, alla Sostenibilità e alla Transizione energetica, dal Comitato per l’attuazione della Mission e Vision di Ateneo e dalla Divisione Sviluppo Organizzativo, è organizzata dall’Oratorio della Chiesa di San Francesco Saverio del Caravita di Roma, impegnato nel sostegno alle fasce più fragili, in collaborazione con il Dipartimento di Economia e Finanza. La sfida è tenere insieme due dimensioni che non dovrebbero più essere considerate separate: l’inclusione sociale e la sostenibilità ambientale, ovvero contribuire a ridurre l’esclusione digitale delle persone più fragili e prolungare la

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e a comprendere che la sostenibilità non è un concetto astratto, ma una pratica quotidiana. È anche un modo per ricordare che la tecnologia, quando viene rimessa dentro relazioni solidali, può ridurre distanze invece di aumentarle. Il 17 giugno, dunque, è stato l’avvio di un percorso che vorremmo rendere stabile, facendo dell’università un laboratorio di cittadinanza attiva, nel quale problemi complessi possono essere affrontati anche attraverso soluzioni semplici, ben organizzate e condivise. In ogni cassetto può esserci un telefono dimenticato e, dentro quel telefono, può nascondersi una possibilità concreta per qualcun altro. Donare un cellulare significa allora molto più che liberarsi di un oggetto inutilizzato; significa contribuire, con un gesto semplice, a riconnettere una vita.

vita dei dispositivi, riducendo rifiuti elettronici e promuovendo una logica di economia circolare. La collaborazione con l’Oratorio del Caravita e le reti di solidarietà cittadine è essenziale, perché la generosità, per produrre davvero impatto, deve incontrare organizzazione. Non si tratta semplicemente di raccogliere oggetti, ma anche di verificarne il funzionamento, garantire la cancellazione dei dati, prepararli alla donazione e inserirli in relazioni di accompagnamento e fiducia, per farli arrivare a chi ne ha effettivamente bisogno. Un’università non è soltanto un luogo in cui si trasmettono competenze. È anche una comunità capace di educare alla responsabilità, mostrando con i fatti che l’innovazione sociale nasce quando conoscenza, relazioni e cura del bene comune si incontrano . Donare un vecchio telefono significa imparare a guardare diversamente ciò che si possiede, a riconoscere il valore nascosto negli oggetti

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Le rubriche

Dalla parte degli incontri, anteprima della Favola

di Federica Lorini, Emanuela Liburdi*

Ci sono eventi che, più di altri, raccontano il senso di una comunità. Non soltanto per i numeri straordinari che portano con sé, ma per la capacità di creare legami, accorciare distanze, generare incontro. È questo il significato più profondo del concerto che Niccolò Moriconi, in arte Ultimo, terrà il prossimo 4 luglio nel campus dell’Università di Roma Tor Vergata: La favola per sempre , già entrato nella storia come il più grande concerto a pagamento mai realizzato al mondo, con 250 mila biglietti venduti in sole tre ore. In vista del grande evento live, il 22 maggio scorso l’artista ha incontrato, presso l’Auditorium Ennio Morricone della Macroarea di Lettere e Filosofia, oltre 300 studentesse e studenti delle sei facoltà e macroaree. Una lunga e intensa conversazione guidata da Paolo Crepet, che ha trasformato l’appuntamento in qualcosa di più di una semplice presentazione: un dialogo autentico tra generazioni, sensibilità e visioni del futuro.

È proprio qui che emerge il tema delle connessioni. Connessioni tra giovani e meno giovani, tra il linguaggio

*Ufficio Comunicazione di Ateneo - federica.lorini@uniroma2.it, emanuela.liburdi@uniroma2.it

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della musica e quello dell’università, tra riflessione culturale e vissuto quotidiano. Le parole di Ultimo, capaci di parlare con sincerità delle fragilità e delle inquietudini di una generazione, hanno trovato nell’ateneo uno spazio naturale di ascolto e confronto. Un confronto che ha permesso di trasformare l’incontro in un momento di partecipazione reale, dove esperienze personali e valori condivisi si sono intrecciati in modo spontaneo. La nostra università, da sempre ponte tra centro e periferia, tra sapere accademico e territorio, si conferma così luogo aperto, vivo, attraversato dalle energie della città. Gli stessi prati che nell’agosto dello scorso anno hanno accolto il Giubileo dei Giovani diventeranno ora il teatro di un grande momento collettivo, destinato a riunire persone provenienti da tutta Italia. Migliaia di persone diverse per età, provenienza e storie personali, ma unite dalla stessa esperienza e dalla stessa emozione. Nel suo saluto, il rettore ha sottolineato come il motto di Ultimo “Dalla parte degli ultimi, per sentirsi primi” rappresenti una dichiarazione di valori che l’università

sente profondamente propria. Perché gli “ultimi” non sono gli esclusi, ma coloro che hanno il coraggio di mostrare le proprie vulnerabilità, trasformandole in forza condivisa. In un tempo spesso segnato da frammentazione e distanza, il concerto del 4 luglio assume allora un valore che supera la dimensione musicale: diventa occasione di partecipazione, di appartenenza, di incontro. Un grande evento popolare capace di mettere in relazione mondi diversi e di ricordare che le università non sono solo luoghi di formazione, ma spazi in cui la società si riconosce, dialoga e costruisce futuro.

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Splastica e SP‑Milk: ecco il futuro sostenibile

di Emanuela Gatto*

In un panorama in cui la transizione ecologica richiede soluzioni concrete e immediatamente applicabili, Splastica, lo spinoff multipremiato dell’Università di Roma Tor Vergata che guida la trasformazione degli scarti agro ‑ industriali in materiali innovativi, rappresenta una delle realtà più dinamiche del nuovo ecosistema green italiano. Nato dall’incontro tra ricerca accademica e visione imprenditoriale, Splastica sviluppa materiali biobased ottenuti da residui alimentari e vegetali, con l’obiettivo di ridurre l’uso di polimeri fossili e costruire filiere realmente circolari. Fondato dal nostro team di ricerca, con Raffaella Lettieri, ricercatrice RTT del Dipartimento di Scienze e Tecnologie Chimiche e Graziano Massaro, laureato in Economia ed esperto di sviluppo business, Splastica riunisce competenze complementari in chimica dei materiali, sostenibilità e processi di valorizzazione degli scarti. L’attività si concentra sulla progettazione di biopolimeri funzionali derivati da matrici naturali quali proteine, cellulosa, pectina ed altri polisaccaridi, con l’obiettivo di sostituire materiali fossili in applicazioni di packaging, agricoltura e tecnologie ambientali. I processi adottati

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*Professoressa associata di Chimica Fisica - emanuela.gatto@uniroma2.it

privilegiano condizioni a basso impatto (solventi acquosi, basse temperature, ridotto uso di reagenti), in linea con i principi della green chemistry . Tra i progetti più emblematici c’è SP ‑ Milk, un materiale bioplastico ricavato dal latte non più idoneo al consumo alimentare. Un rifiuto che normalmente verrebbe smaltito diventa così una risorsa preziosa: attraverso processi a basso impatto, le componenti proteiche del latte vengono trasformate in un biopolimero versatile, compostabile e adatto a diverse applicazioni. SP ‑ Milk dimostra che la sostenibilità non è solo un obiettivo, ma un metodo: recuperare, valorizzare, innovare. Il lavoro di Splastica non si limita allo sviluppo di prototipi di laboratorio. Lo spinoff collabora con aziende del packaging, dell’agroalimentare e delle tecnologie ambientali, testando i materiali su flussi di scarto reali e accelerando il passaggio dalla sperimentazione alla pre ‑ industrializzazione. Questo dialogo continuo con il territorio permette di sviluppare soluzioni che rispondono a esigenze concrete: ridurre i rifiuti, abbattere le emissioni, creare nuove

opportunità economiche per le filiere locali. Ma c’è anche un altro aspetto, spesso meno visibile ma altrettanto importante: Splastica contribuisce a un cambiamento culturale. Promuove una visione in cui la sostenibilità non è un vincolo, ma un motore di innovazione; in cui gli scarti diventano risorse e la ricerca universitaria diventa impresa capace di generare impatto sociale. SP ‑ Milk e gli altri materiali sviluppati dallo spinoff raccontano una storia semplice e potente: la transizione ecologica passa da soluzioni credibili, misurabili e replicabili. E dimostrano che, quando università e industria lavorano insieme, la sostenibilità può diventare un fatto, non solo un’aspirazione.

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Erasmus+ KA2: Beyond Student Mobility

di Francesca Grandi*

Erasmus+ is often associated with student mobility and study periods abroad. However, the programme also promotes structured cooperation between organizations and institutions to generate long-term impact in education, training, and youth sectors. Within this framework, Key Action 1 (KA1) supports individual mobility for students and academic or administrative staff, while Key Action 2 (KA2) focuses on strategic partnerships aimed at fostering innovation and the exchange of good practices. Within Erasmus+, KA2 actions play a strategic role in fostering collaboration and innovation across education systems. Despite being less well known to the general public, they include Cooperation Partnerships and Capacity Building projects, which fund transnational collaborations in which organizations from different countries work together to address shared challenges. These initiatives develop innovative solutions that contribute to the modernization of education systems. Their outputs may include operational models, guidelines, digital tools, learning pathways, apps, online courses, and research studies. Beneficiaries range from universities and schools to NGOs, companies, public authorities, and youth organizations.

In this context, the International Research Office plays a

*Dir. II – Divisione “Ricerca internazionale” - francesca.grandi@uniroma2.it

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key role in supporting all phases of Erasmus+ KA2 projects. During the design stage, it contributes to proposal development, partnership building, and alignment with programme priorities. During implementation, it supports project coordination, communication among partners, monitoring activities, financial management, reporting, and audit procedures, ensuring compliance with Erasmus+ regulations. The Office currently manages around 30 European and international projects, several of which are directly coordinated by the University, in areas such as digitalization, artificial intelligence, social inclusion, sport, higher education, and adult learning. Among its recent activities, the University hosted international delegations within two projects. The REBOOT project, focused on Generative AI in higher education, included a Transnational Training Hub providing intensive training for students and staff. The project brings together six partner institutions from Cyprus, Italy, France, Portugal, the Netherlands, and Greece to train 120 higher education students in the ethical and effective use of generative AI for the creative sector.

The GAIN project aims to ensure that Cambodian Higher Education Institutions are accessible, inclusive, and equipped to support persons with physical disabilities (PWD). The consortium, composed of five Cambodian and four European institutions in cooperation with the Cambodian Ministry of Education, Youth and Sport, leads the initiative. Professor Gianluca Mattarocci, from the Department of Management and Law, is the Tor Vergata representative for both projects.

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Sotto la superficie: dal seme alle radici

di Giorgia Tonielli *

La complessità del mondo che ci circonda non sta solo in ciò che possiamo osservare. Si nascondono dentro ogni singola cellula meccanismi silenziosi che decidono cosa succede e quando. Immaginate il DNA come una biblioteca sterminata di ricette. Ogni ricetta descrive come produrre proteine che costruiscono i tessuti e indirizzano il destino della cellula stessa. Le ricette però non vengono eseguite sempre, qualcuno deve decidere quali tirare fuori dallo scaffale e quali lasciare chiuse. Questo è esattamente il ruolo dei microRNA . Sono molecole microscopiche, circa venti “lettere” del codice genetico, che legano i “messaggi” che escono dal DNA prima che diventino proteine e li mettono a tacere. Come un post-it applicato su una ricetta per ricordare: “questa, per ora, non si fa”. Grazie a questo fenomeno, cellule con lo stesso identico DNA possono diventare completamente diverse tra loro, e così tessuti e organismi interi. La cosa affascinante è che le piante usano i microRNA anche per ascoltare il mondo esterno. Quando le temperature cambiano o quando sono attaccate da un patogeno, le piante rispondono dall’interno ricalibrando in tempo reale quali “ricette” attivare e quali silenziare. Ma i microRNA non si limitano a rispondere alle emergenze; essi guidano anche lo sviluppo, decidendo quando e come far crescere foglie, fiori, radici, etc. Le radici, in particolare, costituiscono il contatto più diretto con il mondo, cercando acqua e

*Dottoranda in Cellular and Molecular Biology (39°ciclo) - giorgia.tonielli@students.uniroma2.eu

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nutrienti nel suolo. Un apparato radicale forte e ben sviluppato non è solo una questione biologica, ma anche strategica . In un momento in cui il cambiamento climatico rende i suoli più aridi e stagioni meno prevedibili, capire come i microRNA regolano la crescita delle radici apre scenari concreti per l’agricoltura e il mantenimento dei raccolti costanti. Coltivazioni come il grano, che ogni giorno arriva sulle nostre tavole sotto mille forme, dipendono da radici capaci di resistere allo stress e di sfruttare al meglio le risorse disponibili. È proprio in questa direzione che si muove il lavoro che porto avanti come studentessa di Dottorato di Ricerca in Biologia Cellulare e Molecolare nel laboratorio di Botanica Molecolare diretto dal Prof. Gismondi. Infatti, mi occupo di studiare come i microRNA regolano lo sviluppo delle radici del grano tenero nelle primissime fasi di vita della pianta. Un momento breve ma decisivo per l’intero apparato radicale. In particolare, cerco di capire come queste piccole molecole intervengano nella costruzione della parete delle cellule radicali, rendendole più solide e resistenti

agli stress come il caldo, nella regolazione ormonale che guida la loro crescita, e nel controllo del macchinario che produce i microRNA stessi. Un sistema complesso che si autoregola e che stiamo ancora imparando a comprendere. Così, l’obiettivo finale della mia ricerca è trovare nuove strategie biotecnologiche per rendere le coltivazioni più resilienti, partendo da ciò che normalmente non vediamo: le radici. Perché spesso è da ciò che non si vede che dipende tutto ciò che si raccoglie.

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fiore: il viaggio degli Aesculus Connessioni in

di Roberto Braglia*

All’interno di un Orto Botanico, una collezione vegetale non è mai soltanto un insieme di piante. È una rete di relazioni: tra specie diverse, tra geografie lontane, tra storia naturale e cultura umana. È soprattutto un sistema di connessioni, spesso invisibili, che permette di leggere il mondo vegetale come un organismo complesso e interdipendente. Tra le collezioni dell’Orto Botanico dell’Università di Roma Tor Vergata spicca quella dedicata al genere Aesculus , che comprende ippocastani e buckeye : quattordici specie che rappresentano gran parte della biodiversità mondiale del genere. Gli Aesculus costituiscono un gruppo botanico particolarmente interessante perché raccontano, attraverso la loro distribuzione geografica, una storia di connessioni biogeografiche tra continenti.

Le specie del genere sono infatti diffuse principalmente tra Europa, Asia orientale e Nord America, in aree oggi molto distanti ma un tempo collegate da antichi ponti ecologici e climatici. Osservare queste specie nello stesso spazio consente di cogliere somiglianze e differenze evolutive modellate dal tempo e dalla separazione geografica.

La specie più nota al pubblico europeo è certamente Aesculus hippocastanum,

*Coordinatore dell’Orto Botanico dell’Università di Roma Tor Vergata - roberto.braglia@uniroma2.it

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